La seconda volta – 28. Non sembra logico

Poi Spock si accese una sigaretta che tirò fuori non so come dal trasponder che portava a tracolla. Fece un movimento lento, incurvandosi con tutto il busto e una spalla come a voler proteggere la fiamma dell’accendino da un vento inesistente. Dopo con tutta la calma tornò retto a fissarmi.
– Che era quel sorriso?
Mi colse alla sprovvista.
– Quale sorriso?
Mentii spudoratamente.
– Non fare il furbo. Siete tutti così voi altri, senza senso, senza logica. Voglio dire, vi trovate all’Inferno, ognuno di voi avrà visto o vissuto centinaia di cose inspiegabili ad iniziare dalla vostra presenza in questo posto che non riuscite nemmeno a collocare in nessun luogo conosciuto, ma quando mi vedete vi stupite. Pensate “Oh! E’ il signor Spock, cosa ci fa qui?”, e fate quel sorrisino ebete.
– No, ma vede io volevo solo…
– E poi accampate scuse. Non fate altro tutta la vita e tutta la morte: trovare scuse. Sarebbe troppo logico dire: “Ha ragione Spock, non ci avevo pensato è una cosa buffa in fondo, lei aveva ragione”. No, ragione mai vero? Negare, negare sempre, delegare, deresponsabilizzare, spostare l’attenzione, scusarsi.
Spock mise la sigaretta ormai consumata tra l’indice e il medio, poi fece schizzare via il mozzicone con una schicchera. Osservò per un attimo la traiettoria, aspettò che sparisse nel paesaggio, poi si girò lentamente a proteggere la fiamma dal vento immaginario, e se ne accese un’altra. Tutto intorno, proveniente dall’interno della villa, l’eco del tump-tump di casse sparate a tutto volume.
– Per esempio, come sei morto tu?
Era arrivato il solito momento. Lo so avrei dovuto inventarmi qualcosa, una storia qualunque da raccontare tutte le volte che qualcuno mi faceva quella domanda. E invece mi ritrovavo sempre impreparato e imbarazzato, perché se avessi detto la verità, e cioè che non me lo ricordavo, avrebbero iniziato con quella storia del suicidio e avrebbero iniziato a guardarmi male. E’ come una di quelle volte in cui ti mollano e tu non ha voglia di parlarne, ma tutti ti chiedono spiegazioni, dando per scontato che tu debba sentire dell’umore di raccontarlo, sviscerando magari torbidi segreti da dare in pasto ai pettegolezzi o, peggio ancora, ai giudizi altrui. Allora impari a recitare quelle frasi elusive tipo “era finita da tempo, mancava solo che qualcuno lo dicesse”, o “è stata una decisione comune”, o “tra noi andava tutto bene e per questo era diventato noioso”, che è come dire “ho mangiato così bene che a metà pranzo me ne sono andato”.
– No niente, sono inciampato.
– Sei morto per un inciampo?
– Sì, no, cioè sono inciampato e sono caduto di peso, ecco.
– E perché non ti sei solamente rotto un osso?
– Perché sono caduto su un cavo elettrico. Su un cavo elettrico in un giorno di pioggia. Un fulmine si è abbattuto sul palo che è esploso, un cavo elettrico è finito su una pozzanghere proprio nel momento in cui cadevo ed è passato un camion.
– Cosa c’entra il camion?
– Il camion passava si è spaventato del fulmine, ha sbandato e mi ha investito.
– Quindi sei morto investito?
– E fulminato. Investito e fulminato. Insieme, ecco.
Spock lanciò di nuovo con una schicchera la sigaretta esausta, e di nuovo se ne accese un’altra.
– E’ uno strano modo di morire. Non sembra molto logico.
– Sì lo so me lo dicono tutti, ma è così, non posso farci nulla. E’ andata così. E lei come è morto?
– Ah, i medici dissero tumore ai polmoni ma non ci capirono niente. Lo sapevano tutti che fumavo quattro pacchetti di Lucky al giorno, era la risposta più facile. Una diagnosi che avrebbe saputo fare pure il cane del mio vicino. In verità overdose. Mi bucavo, alla grandissima. Come pensi che riuscivo ad ottenere quella staticità, quell’espressione aliena quando recitavo Spock? Stavo fatto. La gente amava un tossico e non lo sapeva.
Poi si avvicinò lentissimamente a me con la faccia, spalancò la bocca in un ghigno da pagliaccio del terrore ed iniziò a ridere, dove iniziare è da prendere letteralmente visto che dopo un accenno di risate prese a tossire esibendosi in una specie di danza epilettica nel tentativo di frenarsi. Ci mise un po’ a ricomporsi, e quando lo ebbe fatto tornò subito a cercare una sigaretta nel trasponder.
– Mi fa morire l’espressione che fate tutti quanti. Non ci posso fare niente, è più forte di me. In fondo non siete mai cresciuti, siete rimasti prigionieri dei ragionamenti illogici di un bambino. Non vi piace pensare che vostra madre scopi, che magari le piaccia succhiare gli uccelli da grossi mandinghi africani. Non ci riuscite a immaginarla mentre viene, così come non vi piace immaginare i vostri eroi mentre cagano, per non dovere ammettere che sono solo altri essere umani orribili come voi. Vi crogiolate contro ogni logica in piccoli spazzi magici che vi siete ritagliati all’interno della vostra immaginazione, come scogli a cui aggrapparvi nei momenti in cui il mondo vi appare per quello che è: un’enorme illogica ingiustizia.
Tump-tump, tump-tump
Non seppi cosa rispondere. Per qualche secondo ci fu un silenzio riempito solo dal suono delle casse all’interno della villa. Nel frattempo Spock ebbe tempo di lanciare un’altra cicca, di vederla sparire e di riaccendersi un’altra sigaretta.
– In tutti i casi, che siete venuti a fare qui? Avete un invito? Senza invito non posso lasciarvi entrare.
Saverio mi guardò, Spock mi guardò, io feci finta di frugarmi nelle tasche, già sapendo che nessuno mi aveva parlato di inviti scritti.
– No, non ho nessun invito nel senso che mi hanno invitato per telefono.
– Per telefono.
– Sì. Ha squillato, ho risposto e uno mi ha detto che ero invitato alla festa.
– E ti ha dato un nome, un riferimento?
– No, ma ha detto che ero invitato.
Saverio scosse la testa. Spock Scosse la testa. Io guardai in basso annuendo.

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