La seconda volta – 8. Davanti allo specchio siamo tutti attori

Poi per fortuna i pensieri seri sono troppo pesanti da portare, e a una certa età si tende ad appoggiarli un po’ dove capita, giusto per riprendere fiato. Chi dopo i trenta si arrovella ancora in malinconie cosmiche vuol dire che non è ancora cresciuto, perché la normalità vorrebbe che nel crescere si impari a selezionare scrupolosamente ciò che merita preoccupazione da ciò che necessita solo di uno sticazzi. Basta usare tra uno dei miliardi di miliardi di pensieri inutili che tentano di sedurci quotidianamente, sceglierlo come si sceglie un amante virtuale, in base alla qualità della sua leggerezza e alla sua capacità di illuderci che può portarci via dalla nostra vita. Ma io sono già morto, sono già distante anni luce dalla vita, e nel pezzo di cosmo dove ora abito, i pensieri suppostamente seri sono rarefatti, se non assenti, come l’ossigeno nello spazio. Poco importa in verità, il resto riempie i vuoti.
Allora mi tornò in mente la festa. Avrei dovuto trovarmi dei vestiti adatti se non volevo andarci con la maglietta a fiori viola, e ora sapevo come procurarmeli. Le complesse elucubrazioni a proposito del mio eventuale resuscitare o meno furono spazzate via in un attimo dall’immagine di una giacca blu, con sotto una camicetta bianca, sbottonata. Se c’è una cosa che un morto impara subito è che le questioni pratiche prevalgono su qualsiasi sentimento, in termini di priorità. Così tornai a cercare il telefono dove composi il solito numero al quale seguì la solita musichetta hawaiana, anche se quella volta durò poco.
– Le diamo il benvenuto al Servizio Abiti e Confezioni. Digiti cinque se desidera scegliere un completo. Digiti cinque se deve partecipare a una festa e ha bisogno di un abito adeguato. Digiti cinque per riascoltare il messaggio.
La tipa sembrava già sapesse cosa mi serviva prima che glielo dicessi, ma non mi stupì più di tanto. Quindi premetti il numero cinque.
– Complimenti. Ha appena ricevuto un completo adeguato per una festa.
E riagganciò. Rimasi qualche secondo a guardare il telefono. Se fossi stato attento a tutto quello che diceva la Guida ai Servizi forse mi sarei reso conto di cosa stava succedendo, invece rimasi perplesso, anche se ebbi la prontezza di aprire l’armadio, dove trovai, appesi su una stampella argentata, i miei vestiti nuovi. Si trattava proprio di una giacca blu, abbastanza leggera appoggiata su una camicia bianca e un paio di jeans. Sotto, ordinatamente allineate in un angolo, c’erano due scarpe nere, abbastanza sportive. Al telefono il tizio mi disse che la festa era di sera, ma qui la sera non esiste, quindi nell’indecisione iniziai a prepararmi, perché io sono uno di quelli con l’ansia da ritardo, e preferisco rischiare di arrivare in anticipo piuttosto che tardare, anche ora che tutti abbiamo a disposizione l’eternità.
La giacca come al solito mi calzava bene tutta tranne le maniche che erano un po’ lunghe, e pure la camicia forse un po’ troppo stretta per il mio fisico. I jeans al contrario erano troppo larghi e le scarpe di una misura più grande. Stetti venti minuti davanti allo specchio esibendomi in pose che a mio parere dovevano simulare le naturali posture che avrei assunto in una serata sociale come quella che mi apprestavo a fare. Mi girai di lato inclinando un poco il viso, poi di profilo per misurare la grandezza della gobba che ho davanti, poi mi sporsi in avanti, con le mani in tasca, poi classico: in piedi dritto mentre stendevo le braccia per vedere se riuscivo a evitare che si notasse troppo la sproporzione delle maniche. La posa migliore la trovai mettendo le braccia conserte e inclinandomi un poco verso sinistra, con il viso di tre quarti a guardare qualcosa lontano. Naturalissima.

Nel 1985 vidi il video di un gruppo inglese. Il cantante aveva i capelli cotonati, era vestito totalmente di nero ed era truccato. Nel video stava dentro un armadio che poi cadeva da uno scoglio mentre lui continuava a cantare affogando nel mare. Ne rimasi folgorato, e decisi che da quel giorno mi sarei per sempre vestito come lui. Cercai più foto possibili di quel tipo, nelle riviste delle ragazzine o nelle locandine appese sulle vetrine dei negozi di dischi. Avevo tredici anni, e a casa mia i vestiti per noi ragazzini si compravano a Porta Portese, dove al massimo potevi rimediare un jeans Carrera color divisa da minatore ungaro, quindi la possibilità di ottenere esattamente i vestiti che portava il cantante di quel gruppo erano pressoché nulle. La mia trasformazione fu dunque lunga e complicata. Iniziai prima di tutto a cercare qualsiasi cosa nera trovassi dentro casa: un vecchio maglione di mia madre; una giacca di un materiale ancora oggi non identificato, tra la spugna e il panno, che chissà chi aveva pensato di conservare; una camicia di mio padre, così vecchia che più che nera sembrava grigio scuro, ma andava bene uguale. E poi per la festa di compleanno mi feci regalare dei jeans neri, e a Natale un paio di scarpe, sempre nere. Avrebbero dovuto essere a punta e con le fibbie in metallo, ma mia madre decise che erano più adatti a me un paio di mocassini con il pennacchio al posto dei lacci. Ma a me non importava, perché ero riuscito a costruirmi il mio look da star maledetta. Ricordo ancora la prima volta che scesi nel cortile: la giacca enorme e spugnosa sopra la mia camicetta grigia, portata fuori dai pantaloni anch’essi neri, i miei mocassini scamosciati, i capelli arruffati invece che cotonati e la sensazione intima di essere identico al cantante di quel gruppo che suonava dentro un armadio mentre precipitava. Non ho riprovato mai più quella simbiosi totale tra me e quello che indosso.  

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