La seconda volta – 69. Libro secondo – E’ mezzogiorno anche di notte

Quando arrivo a casa mia madre sta guardando Giochi Senza Frontiere. La voce concitata di Claudio Lippi rimbomba sulle pareti, mentre annuncia la vittoria di San Marino sul Buchholterberg, ridente paesino rappresentante della Svizzera. Mamma è così presa che nemmeno mi sente entrare, e io non la disturbo. Nella mia camera, Silvia ascolta musica sdraiata sul suo letto, quando mi vede alza il mento in segno di saluto, e io ricambio, poi mi spoglio. Ormai abbiamo abbastanza confidenza, non mi crea nessun imbarazzo. Sembra tutto apparentemente tranquillo, eppure c’è una banda di camorristi che ci appenderebbe tutti sui ganci. Ma in fondo cosa c’è di tanto diverso da ciò che accade tutti i giorni. Intendo, la morte dietro l’angolo, mentre attraversi la strada, o ti fai la doccia senza un tappetino antiscivolo. Ma anche se non accade nulla, anche se si restasse immobili per paura di consumare la vita, ogni minuto ci avvicina un po’ di più alla morte. Eppure non viviamo con questa tensione, con la paura di camminare per timore di inciampare e romperci la testa. Sembra che la fine ci interessi solo quando ci viene a bussare alla porta, quando l’annusiamo. Allora sì, allora l’esistenza è la cosa più preziosa, e il tempo sprecato il più grande dei rimpianti. Per questo noi fascisti non ci arrestiamo mai, anche quando non c’è proprio nulla da fare, non ci vedrai mai sdraiati sui prati come quei drogati dei comunisti, a guardare le nuvole, a scrivere, a rendere l’ozio filosofia. C’è sempre da correre per non far rammollire il corpo, costruire qualcosa, aggiustare, allenarsi al lancio dei coltelli, o fabbricare striscioni.
Mentre ci penso mi stendo sul letto. Sul comodino in comune con Silvia, dentro un portacenere, c’è un mozzicone di canna, che accendo quasi sovrappensiero. Il fumo denso galleggia nell’aria fluttuando come alghe accarezzate dalla corrente.  Claudio Lippi urla che in non so quale posto c’è un castello che rende orgogliosi i partecipanti della prossima gara. Devo scacciare Lippi dalla mia testa. Inizio ad immaginarmi questo castello con le fattezze del Forte. Io che mi intrufolo nei suoi cunicoli come una spia, o un terrorista prima di un attentato. E da questo pertugio rientra la realtà che mi spinge a ricordarmi la fretta di attuare il piano. Lo sento giungere da lontano questo incitamento all’azione, ma è in minoranza. Il resto di me, ogni organo, ogni muscolo, ogni tendine che adesso giace lasco su questo morbido letto, chiede pace. Vuole solo ascoltare Claudio Lippi mentre gli descrive le bellezze di Collalbo, ridente cittadina trentina.
Perché a Giochi Senza Frontiere partecipano sempre città del nord? Forse ce l’hanno dentro questa cosa di combattere, di difendersi, e allora gli riesce facile accanirsi contro Buchholterberg, che nemmeno lo sanno loro dove si trova Buchholterberg, ma sono stranieri, e quindi sicuramente invasori. Attacchiamoli!
Ed io? Anche io dovrei attaccare. Ma se proprio devo essere sincero adesso non mi ricordo più cosa di preciso, e perché. Sarà l’erba? In herba veritas. C’è sempre una scusa con la quale ci concediamo la verità. Non la si prende mai di petto, non le si afferra mai il collo domandola come fa un fachiro col cobra. Ci serve una scusa per riuscire a vederla: “Avevo bevuto”, “Avevo fumato”, “Scusa, ieri ero stanco non volevo dire quello che ho detto”. Però lo hai detto, e ti sei sentito bene quando l’hai fatto. Dire la verità sembra da scostumati, una cosa che non si fa, e allora la verità la diciamo di nascosto, e ci pentiamo.
Faccio un tiro. L’occhio mi cade sulle gambe di silvia. Fa caldo, l’estate quest’anno è arrivata all’improvviso. Il sole a un certo punto s’è agganciato in cielo, e sembra non voler più scendere. E’ mezzogiorno anche di notte. Lei indossa solo una canottiera e dei pantaloncini striminziti. Mentre seguo con lo sguardo la linea sinuosa che disegna la sua coscia sulla parete, mi parte un’erezione. Ripenso a quella storia del bacio, e adesso mi sento un cretino. Tutta quella carne a portata di mano, e io mi sono messo a parlare di fascismo. Ripeto questa parola nella mia mente, vorrei sentirla riecheggiare come faceva prima, ma non ruggisce più. Mi sforzo di aguzzare i sensi, in cerca di quel brivido al petto che sentivo quando pensavo al fascismo. Tutto tace. Mi gira la testa.
Il suo seno accarezza il cotone della canottiera. Riesco a intravedere la forma dei suoi capezzoli. Provo a immaginare la loro forma, la consistenza, la grandezza e il colore dell’aureola. Fuori una banda di sanguinare vuole appendere a un gancio mia madre, ma qui dentro, in questa stanza adesso, c’è solo questo mare che galleggia a metà altezza, dove io sono un subacqueo che ha appena visto la più bella e rara delle creature marine. Il resto è così lontano, così inutile, così superfluo.
E se avesse ragione lei.
Ecco ho sentito il brivido. Non è venuto dallo stesso posto dal quale arrivava l’urlo della parola fascismo. Però è arrivato, l’ho sentito bene.
Claudio Lippi, urla frasi incomprensibili.
Poi squilla il telefono. Il cuore mi batte adesso, sento la realtà che mi alita sul collo. Mia madre ciabatta, poi mi chiama, e torna a vedere Giochi Senza Frontiere.
Quando mi affaccio sul corridoio, la cornetta del telefono è sganciata ed appoggiata su un piccolo mobile. Sembra guardarmi. Sembra una pistola puntata verso di me. Penso ai capezzoli di Silvia considerandolo il mio ultimo desidero. Poi rispondo.
– Pronto?
– Dobbiamo vederci.
– Ma lo abbiamo appena fatto.
– Non discutere. Torna.
– Va bene.
Al mio rientro nella stanza, non c’è più nessun mare. E’ finito tutto risucchiato fuori dalla finestra, lì dove finiscono tutti i momenti che non ricorderemo mai più. A cosa stavo pensando?
Ah sì. Cosce e tette.