La seconda volta – 19. La guerra degli uccelli (IV)

Saverio era morto in battaglia, lo ricordava bene. Una morte banale, senza nemmeno la soddisfazione di essere valsa a un’azione eroica. Quando i pappagalli decisero di invadere Roma, la città era dominata quasi totalmente dai piccioni, ma il loro imperatore Ninsei Ikemoto era una persona pigra, per nulla attento agli affari del suo reame che delegava a collaboratori e consiglieri. Il suo popolo in qualche modo era influenzato da questa condotta scellerata e si era abbandonato a un’esistenza ignava che si sostanziava in lunghi voli sopra i cieli della città, tra un pasto e l’altro. Di gabbiani a quei tempi ce n’erano pochi. Preferivano ancora il mare, prima che egli li tradì diventando un’enorme pozza di detersivo per i piatti. Le cornacchie invece regnavano incontrastate nei parchi e nelle periferie, ma non avevano imparato ad unirsi, a collaborare. C’erano una moltitudine di villaggi e piccoli insediamenti, però ognuno era una specie di città stato indipendente, dove tutto quello che si estendeva al di là dei confini era visto come una minaccia, e per questo da evitare. I piccioni avevano in mano il resto di Roma: le piazze, le vie principali, i monumenti e le basiliche, era tutto loro. Per sopravvivere bastava passeggiare, avvicinarsi agli umani sempre pieni di cose che sbriciolano e scarti unti dal sapore esotico. Sembravano lontani i tempi in cui soffrire era una condizione necessaria per vivere.
I pappagalli invece erano in piena espansione. La loro presenza, al principio esigua, in pochi anni era più che raddoppiata. Nessuno capiva da dove erano venuti, nessuno li vedeva arrivare. Durante il giorno stazionavano invisibili tra i rami di pino, dove costruivano enormi nidi a forma di alveare. Solo al tramonto lasciavano gli alberi muovendosi in squadroni ben organizzati, scagliando nel cielo bruno coriandoli di piume arcobaleno.
Quando decisero di prendersi Roma il loro numero era inferiore di circa la metà a quello dei piccioni, ma erano meglio organizzati, più robusti, più ansiosi di potere. I piccioni opposero poca e sguarnita resistenza, i pappagalli presero la città in appena un mese con relativamente poche perdite. Una di queste era stato Saverio. A lui e alla sua squadra era stato ordinata un’azione di disturbo, nulla di complesso: si trattava di spaventare il nemico lanciandosi in picchiata fino quasi a sfiorare le loro teste per poi rialzarsi subito in volo. Serviva a distogliere l’attenzione sul vero attacco di cui si occupava la fanteria. Saverio si lanciò come ordinato a lambire i piccioni. Decise che ne avrebbe scelto uno. Lo avrebbe puntato fin da quando si trovava in alta quota e avrebbe puntato direttamente su quello, e così fece. La sua vittima era un piccione che indossava un elmo specchiato che riluceva persino a quell’altezza. Per questo attirò la sua attenzione. Saverio spiccò il volo secondo i piani, si portò in alto sopra i palazzi insieme ai suoi compagni e giunti alla quota stabilita si lasciarono tutti precipitare verso il manipolo nemico. Il vento impediva a Saverio di avere una visione chiara del campo di battaglia, ma lui era avvantaggiato perché poteva seguire il bagliore dell’elmo che gli faceva da mirino. Serrò le ali stringendole ai fianchi così per aumentare la sua velocità. Ormai riusciva a distinguere tutta la figura di quel piccione con l’elmo; tra qualche istante si sarebbe trovato a pochi centimetri dalla sua testa che avrebbe sfiorato per poi rialzarsi in volo e ritornare alla base dove l’avrebbe aspettato un pasto caldo e un nido morbido dove riposare. Perché più di tutto è importante avere un posto sicuro dove tornare.
Come da addestramento Saverio spalancò gli occhi. Era una normale tecnica di attacco aereo quella di aprire le palpebre lottando contro il vento per avere il contatto visivo col bersaglio. E’ un’operazione che dura un attimo ma permette di fotografare mentalmente il punto da colpire, ed è fondamentale per aumentare la possibilità di riuscita. Spalancò gli occhi ma il riverbero del sole sull’elmo del piccione lo accecò colpendolo come un pungiglione dentro la pupilla. L’attimo di dolore lo fece vacillare; per istinto aprì un’ala interrompendo l’asse di volo così che iniziò a ruotare su se stesso come un razzo impazzito.
Saverio ripensò a quella scena mentre si riprendeva dall’amputazione.
Non ebbe tempo nemmeno di capire che stava morendo. Durò tutto pochi secondi. Nella sua memoria l’ultimo istante della sua vita fu quella stilettata nell’occhio, il resto nei ricordi è un brevissimo e confuso ruotare di buio e voci in dissolvenza. E poi il risveglio, in un nido pitturato di lacca rossa.
Anagaste lo fece ritornare nel presente.
– Riprenditi: il governatore vuole che tu finisca il tuo racconto.
Lo afferrò sollevandolo di peso, Saverio provò a tenersi in piedi sostituendo l’arto reciso con l’ala. Cercò di mettere a fuoco il paesaggio con l’unico occhio rimasto. Sapeva che quando avrebbe concluso le sue cronache, una volta ascoltato il finale, lo avrebbero giudicato colpevole e probabilmente lo avrebbero legato a un albero e lasciato lì, da solo, per l’eternità, senza la consolazione della fine. Quando gli avrebbe rivelato in che modo era riuscito ad arrivare da loro, a salvarsi dal massacro, non ci sarebbe stato più tempo per salvarsi, come in un volo a precipizio verso la naturale conclusione che hanno tutte le storie sfortunate.

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