La seconda volta – 24. Il mio sogno è una strada senza fine

Devo ammettere che se di amore si trattò, non fu uno di quelli che durano per sempre. Che poi quelli eterni nemmeno li vuole nessuno, ma chissà perché si dice così. Acca nel suo stato semi vegetativo non era di molta compagnia in fin dei conti. Passato l’effetto novità i miei sentimenti ridussero subito la sua presenza nella mia vita a quella che realmente gli competeva e cioè quella di un uccellino morente, un’entità di poco superiore al sasso e di poco inferiore a una pianta. Qualsiasi cosa mi legasse a lui era più una mia esigenza di compagnia che un reale apporto da parte del pappagallo a questa causa. Non smisi certo di accudirlo, né di nutrirlo, ma piano piano cessò di avere quel ruolo centrale che gli avevo riservato nei primi giorni della sua permanenza sull’autobus. Lo avevo appoggiato su un altro sedile, limitandomi a controllare di tanto in tanto il suo stato di salute. Un dovere, non più un gesto di affetto. Poi tornavo a guardare fuori dal finestrino dove il paesaggio aveva smesso di essere brullo da non so più quanto tempo e si era tornati a delle spoglie e sconfinate praterie pianeggianti.
Inutile dire che ormai avevo quasi del tutto perso le speranze di raggiungere la festa. Arrivai persino a pensare che forse quella era la pena che mi era toccata qui all’inferno, un viaggio eterno verso una meta precisa ma irraggiungibile. Un costante cercare di arrivare lì dove un’immotivata speranza aveva scelto di far esistere un luogo dove la noia e i rimorsi facevano meno danni. Il conducente aveva interrotto qualsiasi contatto con l’esterno, sembrava viaggiasse dormendo, srotolando nel percorso verso la festa l’unico sogno che ormai era capace di immaginare: una lunga strada senza mai fine.
Poi, all’improvviso, un giorno Acca si riprese.
Ho detto all’improvviso non a caso, perché non fu una guarigione lenta, non fu un leggero boccheggiare e poi pigolare per poi provare piano a stendere un’ala e ripiegarla dal dolore per riprovarci il giorno dopo. No.
Stavo lì che lo guardavo pensando ad altro, come mi capitava spesso, mentre fuori il finestrino scorreva la lunga striscia verde delle praterie, quando repentinamente si mise in piedi, sbilenco data la sua mutilazione. Si guardò intorno rapido per comprendere dove si trovasse, in una posizione strana che se non sapessi che sto parlando di un uccello, la definirei come quella che ho visto in certi film dei ninja, quando vengono colpiti e storditi e allora si rialzano istintivamente in una posizione di guardia, come si aspettassero di ricevere un altro colpo. Quando il suo unico occhio si posò su di me, ebbi come un brivido. Non mi stava solo guardando, mi stava scrutando. Si stava comportando come se fosse un predatore, ebbi persino il sospetto che stesse per attaccarmi in qualche modo e mi ritrassi. Acca invece fece un passo avanti. “E’ solo un animale”, pensai, “vorrà giocare, o ha fame non può ragionare più lontano, non può sperare in niente di più che avere una mollica di pane da mangiare, non può fare elucubrazioni sul mio conto”. Eppure continuava ad inquietarmi.
Avvicinai un dito alla sua testa, lentamente con cautela. Se fossi riuscito a fargli una carezza in testa forse si sarebbe tranquillizzato. “Acca! Acca!”, gli ripetevo nella vana speranza che lo ripetesse come si confarebbe alla sua specie, mentre con fare pacato gli avvicinavo la mano alla testina. L’occhio di Acca seguiva attentamente le mie mosse. Alla fine lo raggiunsi, sfiorai le piume ma lui si ritrasse immediatamente, portandosi il più lontano possibile dalla mia presa. Poi spiccò un volo malfatto, sbatté contro un finestrino, cadde su uno dei sedili vuoti per poi riprendere quota e portarsi dentro l’ultima cappelliera in fondo all’autobus. E lì rimase per giorni.

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