La seconda volta – 41. L’effetto venerdì (fine Libro I)

Io mi sentivo la cosa più fragile dell’universo. La commozione per il mio imminente ritorno alla vita, mi toglieva ogni forza, ogni volontà. Se mi avesse chiesto di amputarmi un arto, probabilmente lo avrei fatto solo per stare un passo più vicino alla mia rinascita. Col senno di poi, credo che non sia la felicità il sentimento di gioia più grande che possiamo provare. C’è uno stato della coscienza, senza nome e senza medaglie, quel lasso di tempo che trascorre immediatamente prima di stare per uscire da un tunnel del quale riusciamo a intravedere la fine. La luce tenue che appena ci rischiara, la sua promessa di imminente libertà, ci riempie più dell’ottenimento della libertà stessa, la quale, a causa della natura delle cose, finirà col tempo appannata dall’azione dell’abitudine. E’ l’effetto venerdì, per chi sa di cosa parlo, quando contiamo i minuti che ci separano dall’uscire dall’ufficio, gonfi di una gioia immotivata, visto che finiremo sdraiati in un’altra stanza, su un’altra poltrona, davanti a un altro schermo.
Patrizia girò di nuovo intorno alla scrivania per risparire dietro quel suo grande monitor polveroso.
– Dunque, ci siamo. Sei pronto? Hai domande da farmi?
Io scossi la testa.
– Va bene allora. Iniziamo.
Sentii lo schioccare di una leva, e un rumore di ingranaggi provenire da sotto i miei piedi. Il computer si accese producendo un bagliore fortissimo, e Patrizia iniziò a digitare qualcosa. C’era il rumore potente di una bobina, o qualcosa del genere come se ci trovassimo all’interno del reattore di un aereo. Il bagliore proveniente dal monitor divenne accecante. La luce crebbe velocemente di intensità fino a quando non si ingoiò tutto: Patrizia, la sua scrivania, le pareti della stanza, l’Inferno e infine anche me.

 

Il bagliore dura il tempo di un flash, poi torna tutto come prima. Cessa il rombo del motore, i rumori metallici, e lo studio ritorna nella sua naturale condizione di tomba silenziosa. Da un angolo nell’oscurità, traballando, Saverio si avvicina alla scrivania. Compie un balzo sbilenco e si posa, con la sua unica zampa, sul bordo dello schienale della poltrona.
– No, non mi sono dimenticata di te.
Sussurra Patrizia senza smettere di manovrare al computer.
– C’è un patto tra noi e intendo onorarlo. Mi hai portato il ragazzo e ora hai diritto alla tua ricompensa, ma la otterrai solo a una condizione.
– Non mi avevi parlato di condizioni.
– Sai Saverio, prima quando parlavo con il nostro redivivo ho mentito. Gli ho raccontato che i cadaveri amnesici sono l’ultima categoria di morti, quelli che valgono meno di tutti. Però non sono stata precisa, lo sai che adoro la drammaticità nelle situazioni. In verità, gli ultimi tra tutti coloro che hanno smesso di vivere, quelli che all’Inferno contano meno di niente, sono proprio gli animali. Lo sai questo vero? Certo che lo sai, visto che hai espresso il desiderio di divenire un umano.
Saverio lancia un grido stridulo di quelli che i pappagalli non possono trattenere quando per qualche ragione sono nervosi.
– Ma io, che non sono cattiva, ti ho voluto comunque dare una possibilità. E ora tu cosa fai? Dimostri ingratitudine. Questo non va bene Saverio, perché io sono volubile, volubile e annoiata. Qualsiasi cosa diventa una distrazione per me, specialmente la tua espressione esterrefatta. Sono bravissima a procurarmi espressioni esterrefatte.
Saverio ha l’istinto di emettere un altro grido ma riesce a trattenersi. Alla fine gli esce una specie di rantolo che ricorda quello che facevano le donne nel Seicento quando svenivano per il busto troppo stretto.
– Facciamo finta di niente. Ti farò divenire un umano ma tu dovrai tornare indietro insieme a lui, viverci a fianco durante tutta la sua vita, e assicurarti che non faccia sciocchezze, che non cambi il suo destino. Dovrai seguirlo e non lasciarlo mai solo, se serve intervenire per ristabilire l’ordine naturale dell’universo. Solo se me lo riporterai indietro tale e quale a quando è partito ti farò diventare un uomo. Morto, chiaramente.
– Ma come posso fare quello che mi chiedi? Sono solo un uccello, e invalido.
– Oh ma tu non risusciterai come un uccello. Non l’avevi capito? Hai bisogno di una vita umana per poter tornare qui ed essere un cadavere umano, per questo non potrai rifiutarti di accettare le mie condizioni, a meno che tu non voglia rinunciare al tuo desiderio.
Saverio contrae i muscoli delle ali.
– Va bene. E sia.
Patrizia annuisce. Schiaccia un pulsante sulla tastiera, abbassa una leva cigolante, e la luce ingoia anche Saverio.

Annunci