Recensione “Mother/Android”

“Mother/Android”, è uno di quei film che puzza di mediocrità fin dal titolo. Didascalico, clickbait, due parole che vogliono solo far capire a tutti, perfino a un novax, di cosa stiamo parlando. Come se Lucas avesse girato “Spade/Astronavi”, o Cameron “Due si amano/Ma uno affoga”. Poi sta su Netflix, quindi è concepito per un pubblico dai gusti facili. Dunque mi appropinquo alla visione di questo film saldamente ancorato ai miei preconcetti, che già tante volte mi hanno salvato da facili giudizi alla moda. La trama è come il titolo: c’è una madre, ed effettivamente negli ultimi dieci minuti anche gli androidi, che di androide hanno solo l’effetto degli occhi luminosi fatto con After Effect da un quindicenne del Tennessee. Il budget di “Mother”, deve essere stato di un buono pasto alla Lidl, perché è interamente girato alla Pineta di Ostia, e i famigerati androidi sono i nudisti di Capocotta a cui hanno applicato, non si capisce perché, una dentiera. Ma ci sta. Voglio dire non è la scarsità degli effetti speciali a essere un difetto, anzi spesso è un punto di forza. Ma questo film è così totalmente sbagliato che riesce a inciampare in se stesso fin dai primi due minuti.
Al principio del film, infatti, vediamo due pischelli qualunque, di una qualunque città del mondo, vestiti esattamente come due pischelli qualsiasi di Instagram, che discutono come tutti seduti per terra in un normalissimo bagno (?). Il problema è che lei è incinta, e lo sappiamo perché tiene in mano un banalissimo test di gravidanza del quale tutti prima o poi nella vita ne abbiamo temuto il responso. Cosa c’è che non va, direte voi se mai qualcuno fosse arrivato a leggere fino a qui. Che stiamo nel futuro, o almeno dovrebbe esserlo visto che ci sono androidi praticamente umani usati normalmente nelle case come camerieri. La ragazza non sa se tenere il figlio, l’uomo lo vuole. Questa è un po’ un’infrazione alle regole di Netflix, perché l’uomo non può volere la paternità: “uomo brutto, uomo no sentimenti” recita l’articolo sei della costituzione di Netflix. Ovviamente, rispettando l’articolo sette della già citata costituzione, la protagonista è lei, ragazza bianca americana, che all’inizio è confusa e un po’ superficiale, ma poi durante lo svolgimento del film troverà la maturità e la forza per sconfiggere le ingiustizie di un mondo ingiusto. Lui invece è nero, perché nei film Netflix ci devono essere, per costituzione, un rappresentante di ogni etnia dell’universo, compresi gli inuit e i vulcaniani, che per tutta la durata del film sarà lo zerbino idiota della vagina di turno, in questo caso la biondina incinta. E che alla fine naturalmente morirà male per difendere la sua bella, riportando gli stereotipi sul maschio cavaliere della regina in auge livello Chanson de Roland. La premessa quindi è rapida e piena di dolori. Per un non s’è capito che cazzo è successo, gli androidi si ribellano agli umani e in pratica si impossessano della terra. Gli uomini si trasferiscono tutti alla Pineta di Castelfusano, vivono come campeggiatori ma con le regole di una caserma dei marines. Contenti loro. Il contesto è: gli umani in questo momento storico vivono malissimo, continuamente braccati da androidi assassini, c’è scarsità di tutto e la mortalità è elevatissima: sì dai, facciamo un figlio, sarà felice. Ed è stato questo per me la fine del film. Cioè appena ho capito qual era il plot. Una donna che vive in una società morente e pericolosa, invece di farsi un gatto o un cane come tutti i frustrati normali, fa un figlio. Tiè. Perché mi va. E allora? Sono donna: il corpo è mio e lo gestisco io. Le conseguenze di una scelta tanto scellerata, saranno fatali. Per tutti tranne che per la deficiente naturalmente, che siccome è donna, la Costituzione di Netflix impedisce di far finir male. Così la povera creaturina che aveva solo la colpa di essere stato partorito dalla solita madre immatura che fa i figli per farsi le foto profilo con i like, finisce in Corea, a sentire musica di merda e mangiare piatti fatti con la verdura ammuffita, e il marito cretino che non ha avuto le palle per dirle “Ma che cazzo stai a dì? Ma non lo vedi dove stamo?”, finisce prima zoppo poi morto dissanguato. E gli sta bene.Lei invece trova asilo in una SPA a Capalbio, BRUCIA LE FOTO DEL FIGLIO E DEL MARITO, e si getta a capofitto in un trenino sulle note di “Vamos a bailar” di Paola e Chiara.
Titoli di coda.