Rebibbia

Un paio di giorni fa sono inciampato in una di queste canzoncine alla radio, e da allora mi è rimasta in testa. Mi ci sveglio la mattina, non apro nemmeno gli occhi e già quel cazzo di ritornello preme affinché lo canti. Naturalmente resisto, ma poi crollo e allora mi concedo una frase finale, una di quelle che ha bisogno di una specie di gorgheggio allungato che io eseguo in un falsetto ignobile, a bassa voce, nel cesso, mentre provo a mettere a fuoco i fiori disegnati sulle mattonelle. Per provare a non pensarci ieri ho spento la sigaretta e mi sono messo a correre. Così dal nulla. A quell’ora in giro ci sono solo gli schiavi dei cani e il sole che cala dietro le casette basse a schiera condonate negli anni Ottanta. Per un attimo mi sono posto la questione se sia più ridicola la canzone dentro la mia testa o un uomo adulto che si mette a correre in mezzo alla strada come un ragazzino di otto anni. Chissà se esisterebbe la vergogna se non ci fossero spettatori. Comunque è durata poco, una ventina di metri, poi mi è venuto una specie di giramento di testa, avevo dei fuochi d’artificio dentro le pupille, e il fiatone che perlomeno mi impediva di cantare. Mi sono seduto sul marciapiedi e ho acceso una sigaretta. Tossisco. Che cazzo di merda che è la vecchiaia, ho pensato. Se fossi ricco mi comprerei un maiale. Il cuore del porco è l’unico tra quello degli animali, che si può trapiantare in un uomo. Allora pagherei un medico affinché allevasse il mio maiale in modo che in caso di necessità fosse pronto per sostituire la mia pompa. Sono ricco, voglio il miglior maiale e il miglior medico specializzato in cuori di porci. Correrei molto meglio se sapessi che posso schiattare tranquillamente. Se fossi ricco ti prenderei e ti porterei via, a Tenerife dove ci stanno un sacco di froci che si sposano, e io farei un mare di soldi impaginando partecipazioni di nozze, ma per hobby, perché tanto sono ricco. Se fossi ricco pagherei qualcuno che canti al posto mio questa canzone che ho in testa. Davanti a me un uomo stempiato con la giacca sopra le scarpe da ginnastica bianche ha appena raccolto la merda di un cane con le mani. Ho ancora il fiatone. Allora ho capito perché ci sono così tanti scrittori che scrivono stronzate e perché tanta gente ha bisogno di leggere stronzate. Il brutto ci avanza, il bello scarseggia quando non è del tutto assente. La felicità è un quadro immaginato, mai dipinto. La bruttezza è l’unica cosa che ormai riusciamo a fare, perché è facile. Le cose semplici sono il male. Se il bene è una cosa banale, il male riesce sempre a essere originale. Le donne davanti alla cassa che raccolgono il resto in borselli grandi come bauli con lo stato d’animo dell’ultimo essere umano sulla faccia della Terra, dimostrano la teoria della relatività del tempo. La mia fretta non ha giustificazioni eppure mi sembra sempre ci sia qualcosa di urgente da fare specialmente quando sto in fila da qualche parte, e quello davanti si dilunga con qualcosa che reputo assolutamente inutile. I giocatori di Gratta e Vinci sono la dimostrazione che Dio non esiste. I Gratta e Vinci è l’unica forma di speranza sostenibile nel duemiladiciassette. Fossero stati inventanti duemila anni fa, adesso li avrebbero adorati, e nelle messe avrebbero recitato il regolamento riportato sul retro. Quell’uomo se n’è andato con la merda dentro un sacchetto di plastica trasparente. Dietro di lui il carcere di Rebibbia. A guardarlo così, con questa luce, questo silenzio metropolitano fatto di rombi di marmitte in lontananza, urla indistinte dalle finestre delle case e cinguettii di pappagalli equatoriali, pare un castello. Mi piace il suo modo di guardare le persone e il modo con cui le persone evitano il suo sguardo. O forse l’hanno letto da qualche parte, che la galera non li riguarda, che silenzio vuol dire pace, che basta non essere nato in Africa per poterti considerare fortunato, che se non voti sei un qualunquista, che sui social la gente scambia opinioni, che gli unicorni non cagano.
Il cuore mi batte forte, ma non è colpa della corsa. Mi è venuta voglia di un abbraccio da rifiutare. Invece mi accendo una sigaretta, e canto.