La seconda volta – 1. L’Inferno non è così male come lo descrivono

L’Inferno non è per niente come l’ha descritto Dante, si vede che lui non c’è mai stato. Tutta quella storia sulle fiamme e il caldo, sugli esseri mostruosi che ti girano intorno, sui gironi, sui contrappassi: tutto falso, tutto inventato. E non lo dico per tranquillizzare, anzi. Dante aveva puntato tutto sul dolore fisico e su un genere di sofferenza che alla fine se sei morto non ti riguarda più, perché qui nessuno ha più un corpo, o meglio: ce l’ha ma è tipo un vestito, un oggetto che ti riveste e non può deperire, al massimo sbrindellarsi. E pure le angosce che avevo da vivo sono scomparse. All’inferno non esiste gelosia, né paura di non arrivare a fine mese. Non c’è una carriera da fare, non ci sono malattie, né cibi contaminati, anche se il mangiare sinceramente è un po’ pesante. Però c’è l’all-you-can-drink, anche se l’alcool non provoca nessun effetto psicotropo. Ma a noi non importa, l’aperitivo ce lo facciamo uguale e poi fingiamo essere ubriachi, per una strana incapacità di immaginarsi qualcosa di diverso di quello che facevamo da vivi.
Quindi ci alziamo tutti i giorni alle sei del mattino. Prendiamo dei treni a caso, e a caso ci dirigiamo verso posti di lavoro sempre diversi, perché in verità nessuno di noi è occupato. Passiamo le giornate dentro uffici senza avere niente da svolgere e ci confidiamo con colleghi che non rivedremo mai più, con i quali a fine giornata andiamo nei bar a provare a ubriacarci senza riuscirci. Poi torniamo a casa la sera, dove troviamo pasti già pronti e programmi nei televisori. All’Inferno viviamo tutti soli in appartamenti di uguale metratura. Come nella URSS degli anni Sessanta, ma senza nessuna aspirazione di fare dell’uguaglianza una forma di giustizia.
Sul Paradiso non so nulla. Non conosco nessuno che l’abbia visto, e qui non trapela nessuna notizia in merito. Qualche volta in una di quelle serate nei bar, qualcuno sussurra qualcosa fingendosi ubriaco, ma sono solo invenzioni per far colpo. Quindi non so dire in cosa si distingua dall’Inferno. Tutto sommato qui non si sta male, voglio dire non tanto peggio della vita che facevamo da vivi: c’è sempre il sole per esempio. Non piove mai, non ci sono stagioni, ma solo un caldo umido perenne, e giornate soleggiate che fanno sudare ad ogni movimento. Non possiamo abbronzarci, è vero, ma la luce comunque mette di buon umore, e dentro gli uffici c’è sempre un impianto di aria condizionata. E poi non c’è fretta, anche se noi continuiamo a darci degli orari che nessuno ci impone. E’ solo una questione affettiva, come uno che passa la vita ad odiare il suo lavoro, poi quando va in pensione si sente perso, e allora tenta di rientrare in qualche modo in un qualsiasi ciclo produttivo che lo salvi dal dover passeggiare senza meta per le strade della sua città, e si ritrova davanti all’imboccatura di una metropolitana, a raccogliere firme per Greenpeace. Che magari ci fossero gli ambientalisti all’Inferno, almeno avremmo potuto fargli firmare di moduli per passare il tempo.
Ecco, se dovessi riassumere l’Inferno, direi che è un po’ come andare in pensione dalla vita. Non cambia molto in termini assoluti, ma non hai più nemmeno uno scopo: ti svegli la mattina e non sai perché, visto che non devi nemmeno lottare per mangiare. Eppure lo fai, e continui durante l’arco della giornata a compiere gesti e riti semplicemente perché l’alternativa sarebbe ingrassarsi come un manzo di Kobe sul divano, rotolandosi sui ricordi di quando si era vivi.
Forse quelli del Paradiso hanno qualcosa da fare sul serio. Forse in Paradiso si riceve uno stipendio ingiusto, e ci sono le file ai supermercati, impegni veri ai quali arrivare in ritardo, chissà forse ci sono perfino le bollette della luce, e le cartelle esattoriali. Forse in Paradiso puoi ancora aprire gli occhi la mattina e rimpiangere di averlo fatto di nuovo.

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