Il dato oggettivo

Avanti Mario. Senza paura così come ti viene, senza pensarci troppo. Di che colore è questo accendino? Guardalo Mario è facile. Di che colore è? E’ bianco Mario, te lo dico io, senza che ti fai venire il mal di testa. Ecco, l’accendino è bianco Mario. Voglio dire, il bianco non è un’opinione, è un concetto limpido è un dato oggettivo. Mario devi assolutamente provare il dato oggettivo. Dunque, c’era questo giudice Mario, la faccia non l’inquadravano mai, la sua voce veniva fuori campo, tipo i film anni Cinquanta quando c’era uno che ti faceva la premessa tipo romanzo. Ti ricordi Mario? Va bene fidati. C’era questo giudice da una parte, ma noi non lo vediamo, e il testimone dall’altro lato della scrivania. Fuori c’era l’estate Mario, i suoi quaranta gradi all’ombra, le sue apatie appoggiate sui conti in rosso, i ragazzini in costume nella metropolitana. Ma questo al giudice non importa Mario, che gli frega al giudice Mario? Lui sta lì, dice, perché rappresenta lo Stato, e tutte le altre cose, quelle cose che ci sono solo quando qualcuno ti fa delle domande. E uno, Mario, uno insomma sta lì, dal giudice, con l’estate fuori, e le Istituzioni tutte, e mica è facile Mario. Lo capirai da solo. Va bene fidati.
Il giudice, che ha una voce fina adunca, con la leggera calata campana che hanno quei campani che si vede che hanno studiato, si comporta da amico. Gli domanda cosa fa nella vita, le sue aspirazioni, e quello Mario si rilassa, pensa “Vabbè non è poi così brutto come me lo immaginavo”. Perché è questo il trucco Mario: va tutto bene, non c’è pericolo, come quando ti facevano le punture da piccolo. Ma te le ricordi tu Mario le punture quando eravamo piccoli? Arrivava tua madre con quella scatola di metallo tintinnante oggetti misteriosi, che Mario io pensavo dovessero scannare un vitello non farmi un’iniezione, Mario. Mario tua madre come faceva? La mia mi parlava, mi distraeva, mi chiedeva che lavoro facevo, che aspirazioni sognavo, e poi Mario ti infilava quella stecca dal biliardo nelle chiappe. Mario va a finire che quando ti dicono che va tutto bene è il momento che devi scappare.
Ma quello non è scappato Mario. E’ rimasto lì, mezzo inebetito, come un pugile stretto all’angolo. Sai quelle scene di certi film dove si combatte e c’è sempre la sequenza al rallentatore del pugile che schizza davanti a una luce potentissima sangue e sudore? Va bene fidati. Sono cinque minuti che stanno parlando e il giudice gli ha già tirato fuori che è un ex tossico, che sta in cura con gli psicofarmaci, che odia il padre, che è uno sbandato, e che non è vero che è stato in caserma un’ora. Mario quel bastardo ha i tabulati Mario, quello è nero su bianco, è un dato oggettivo. Proprio come ha detto lui, Mario, il dato oggettivo. L’accendino è bianco Mario, il cielo è blu, tu ti chiami Mario: se mi contraddici non è un dato oggettivo, è un’opinione. E al giudice le opinioni non interessano Mario, glielo urla in faccia che non può smentire il dato oggettivo, e per fargli capire meglio cerca la definizione sul computer e gliela legge. Quello Mario non ci capisce più niente, nemmeno io che l’ascolto ci capisco niente. Mario quello gli stava descrivendo un fatto non il colore dell’accendino. Erano passate tre ore Mario, tre ore in cui quello gli aveva fatto schizzare sangue e sudore da tutte le parti. Mario allora io c’ho pensato insomma. Mi sono visto lì al posto del testimone, Mario, e quello dall’altro lato della scrivania che mi faceva domande: “Perché non sei felice?”. Io raccontavo la mia versione ma niente, il giudice Mario diceva che erano tutte opinioni, e che lui aveva il dato oggettivo e io non sapevo più dire perché lo sentivo che aveva ragione.
Mario che dici scappiamo?

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