Buon appetito (XVIII – Brachilogia parossistica di un finale escatologico)

La signora guarda il marito in cerca d’aiuto, lui accenna un movimento ma il cameriere, un tizio scuro, alto duemetrieventi largo come la portiera di un TIR, scuote la testa. Il povero diavolo si aggiusta la cravatta, nervoso; si ricorda quando da ragazzino a scuola lo chiamavano “Pongo”, e tutti gli davano gli schiaffi sul collo ogni volta che si tagliava i capelli. Così decide di rimanere al suo posto. Lui ancora non lo sa, ma per questo sua moglie lo lascerà tra un paio di mesi.
La signora scuote piano il piede con un cucchiaio, vuole capire se ancora si muove. Ma quello sta lì, molle, azzurrognolo, le unghie opache sgocciolanti. Intorno a lui galleggiano delle cose verdi, molli, che solo usando la speranza sembrano verdure. Il cameriere fissa la signora. Intorno a lei il silenzio più assoluto. La donna avvicina la bocca al piede, crede che se ne assaggerà solo un pezzetto, il cameriere poi la lascerà in pace. Annusa un istante e dopo assume un’espressione contrita, come se oltre all’aspetto anche l’odore fosse disgustoso. Il cameriere batte due colpi sul vassoio di metallo. Il suono, anche se attutito dal velluto dei guanti, suona come il gong in un incontro di box. E’ un messaggio preciso: il tempo dell’attesa è concluso. Allora la poverina, mentre con un dito si aiuta a tenere fermo il pezzo di carne umana, con la forchetta trafigge l’alluce spingendolo con riluttanza verso le labbra. Serra gli occhi come si trovasse di fronte a un plotone d’esecuzione. Ha la fronte imperlata di sudore e le tremano le sopracciglia. Sospira profondamente e addenta il piede.
Il cameriere sorride soddisfatto. Attende sadico che la donna ingoi il boccone, e poi fa cenno a un suo collega che può procedere con un altro tavolo. Cioè il mio.
L’inserviente appena lo capisce, si volta di scatto verso di me ghignando, avvicinandosi come lo squalo a un’acciuga. Guardo Giuseppe che annuisce ma non capisco a cosa, mentre quello avanza tintinnando con un carrello pieno di piedi in brodo. Faccio un rapido calcolo con il cervello. Misuro la mia teorica capacità di affrontare una cosa come mangiarmi carne umana; misuro se è all’altezza delle mie possibilità. Tento di calcolare tutte le ipotesi nelle quali possa trovare un appiglio per riuscire in questa impresa. Il cameriere si ferma di fronte a me e scoperchia il pentolone fumante. Dopo succede tutto in pochi istanti.
Giuseppe, dietro di me, si alza di scatto afferra la sua sedia e la scaglia contro l’aguzzino. Scaraventa il tavolino su quelli seduti sotto di noi che scappano come topi impauriti. A quel punto scoppia il panico: le persone iniziano a correre imbizzarrite rivoltando all’aria tutto quello che incontrano nel corso del cammino. Si riversano sopra i giornalisti rimasti schiacciati dalla folla e dalle telecamere, pesanti come macigni. Alcuni di loro, nel tentativo di evitare la corrente umana che li sta travolgendo, cercano di trovare scampo arrampicandosi sopra il palco. Ma quello è diventato viscido a causa dei liquami contenuti nei pentoloni che la gente ha riversato istericamente a pioggia un po’ da tutte le parti. E allora scivolano e ricadono sopra altri disperati, tanto che non riesco più a capire cosa sta accadendo davanti a me. Tutti quegli essere umani, ammassati, sguaiati, ricoperti di brodo e piedi lessi. Come possono salvarsi?

Ecco. Questo è l’ultimo pensiero che mi ricordo di aver fatto. Poi, mi ha raccontato Giuseppe, sono svenuto. Per questo adesso mi trovo qui, in questo letto di ospedale, vista ristorante. O dovrei dire futuro. In verità l’edificio brilla ancora, in questa mattinata bella, luminosa, che a me mi tocca vivere da lontano, e solo attraverso lo scorcio di una finestra. Sembra così vicino a volte il futuro, che assomiglia spaventosamente al presente. Ma basta lucidarlo un poco, basta aspettare il sole, e lui ti sorride, ammiccando alla sua bellezza. Tanto che mi viene voglia di crederci ancora, che è lì dentro che hanno nascosto i miei anni più belli, quelli che dovranno venire, e che al contrario di ciò che sarebbe normale dedurre, quell’edificio non sia in realtà solo un altro fallimento, un’altra follia. Mi gira la testa. C’è silenzio fuori. Manate è tornata alla sua anormale normalità di città fantasma. Non posso sentirlo, certamente, ma se chiudo gli occhi odo fischiare il Manentino. Ha già iniziato a riprendersi ciò che gli avevano tolto, il suo perenne correre a freddare gli animi. E quasi lo avverto il suo gelo lungo la schiena, mentre mi alzo e chiudo la finestra.

FINE