Cappadocia

E’ una mattina macchiata di caldo flaccido in un’insolita estate fredda. Le cornacchie s’insultano a vicenda da qualche parte laggiù oltre i palazzoni, e io respiro profondamente. E’ un giorno importante, e i giorni importanti vanno saputi riconoscere. Penso sia una dote della maturità saper distinguere i momenti che contano da quelli normali. Per questo gonfio i polmoni con gli occhi chiusi davanti al portone di casa, ed inspiro lentamente. Mi gira la testa, l’ossigeno ubriaca. Alle nove e quarantacinque ho un appuntamento col professore con il quale dovrò sostenere l’ultimo esame della mia carriera universitaria. E lui non è un professore normale, lui è Adolfo Berardinelli. Un luminare, uno scienziato riconosciuto a livello planetario, un innovatore della scienza della comunicazione, quattro volte candidato al Nobel, migliaia di pubblicazioni. Berardinelli è dio. E dio sta per giudicarmi.
Arrivare a lui m’è costato due anni di leccate di culo michelangiolesche al suo assistente, un’alga che ha imparato a parlare grazie alle radiazioni emanate dal proprio cellulare.
Devo ringraziare solo la mia forza d’animo se sono riuscito a sopravvivere a tutte quelle cazzo di serate maratona “Star Wars”, a mangiare quei suoi spaghetti al ketchup che solo a ricordarli mi tornano le coliche. Però poi un giorno l’alga mi fa: “Ha detto che si può organizzare, ma alla fine di luglio, di mattina. Prendere o lasciare”. E io prendo, certo che prendo brutto idiota. Subito dopo la prima cosa che faccio è pubblicarmi un selfie su Facebook mentre con le dita faccio la “V” di vittoria. “Chiamatemi Dottore”, ho scritto. Dopo a pioggia inizio a raccontarlo a chiunque sento o incontro. A casa mia Adolfo Berardinelli è già visto come una specie di supereroe con l’unico potere di dare un futuro al figlio, che tanto se non può salvare l’umanità a loro non importa. Io conto molto di più. Con la mia ragazza progetto un mega viaggio ad Amsterdam per festeggiare, mentre con gli amici ci mettiamo d’accordo per una cena al Pergolato d’Oriente, il ristorante giapponese più caro del quartiere. Queste cose capitano una volta sola nella vita. Chiunque mi conosce sa che mi sto per laureare, che anzi sono già praticamente laureato e che a interrogarmi sarà uno che non sanno chi è ma deve essere importante da come ne parlo.
Inizio a studiare come un dromedario: testa bassa, gobba da intellettuale. Le informazioni si fissano in maniera naturale dentro la testa attratte da una forza misteriosa. Sento una strana energia fluirmi dentro, forse è quella consapevolezza alla quale accennavo prima di saper individuare il momento cruciale, e potersi permettere di guardarlo negli occhi, senza temerlo, sicuri di poterlo afferrare. Deve essere a causa del ricordo di questa sensazione che ci manca così tanto la gioventù.
Espiro e inspiro per una decina di volte, e lascio mi passi la vertigine, poi mi metto in cammino.
Alle otto e trentasette, quasi un’ora prima rispetto l’orario dell’appuntamento, mi trovo già seduto su un banco della prima fila di un’aula sperduta nei meandri più profondi e umidi dell’università. Non sono nervoso. Me lo ripeto: non sono nervoso. Ma le mani mi sudano, è un maledetto malfuzionamento del mio corpo, questo per chi ancora crede la natura sia perfetta. Tutti ne abbiamo uno, nasciamo così, difettosi. Il mio guasto congenito sono queste mani che trasudano sudore in eccesso al primo sintomo di emozioni fuori norma. Comprese quelle sessuali. Dalla porta entra l’alga parlante che mi saluta stringendomi la mano. Io lo guardo, mi imbarazzo, e allora sudo di più. Lui mi da una pacca sulla spalla, forse per pulirsi, e va a sedersi sulla sedia accanto alla cattedra. Subito dopo entra lui: Berardinelli in persona. Mi alzo in piedi e mi avvicino per salutarlo, ma lui alza un braccio con un cenno come volesse scacciare un insetto.
Berardinelli insegna Sociologia dell’intimismo, e io mi sono informato sui suoi autori preferiti, a chi si ispira. Mi sono letto tutte le opere di Gothanam Von Gast, il suo scrittore preferito, in lingua originale e tradotte. Ho letto tutti i libri, le pubblicazioni, perfino le interviste di Berardinelli. Devo solo rimanere calmo, razionale. Non c’è alcun motivo per il quale l’esame non dovrebbe riuscire. Il resto è solo frutto della mia emotività.
Mi alzo e resto in piedi davanti alla cattedra, faccio un accenno d’inchino con la testa. Il professore guarda l’alga che sorride. Gli domanda come mi chiamo. Annuisce, ma per cortesia, ha lo sguardo vuoto, pensa ad altro. Poi si volta verso di me e mi osserva mentre si gratta la testa. Rimane fisso in a grattarsi, con le mani impastate in una mistura di peli umani, lacca, cera, e chi sa quale altro organismo, e non mi dice una parola. Non so dove dirigere lo sguardo, passano i minuti e lui ancora non smette di grattarsi. All’improvviso batte un colpo sulla cattedra e mi dice: “Bene, ha la faccia intelligente lei. Farà carriera. Mi parli della Cappadocia”. Io sorrido. Lui no.
Cerco di nuovo l’aiuto dell’alga, che però deve trovarsi troppo distante dal suo cellulare. Deglutisco, provo a respirare ma non ci riesco. Ho come un fagiano con tutte le pene in gola. Domando, con un filo di voce, giusto per essere sicuro di aver capito bene: “Cappadocia?”. Lui annuisce.

Quando torno a casa, sul portone c’è una coccarda rossa. L’ha appesa mia madre, sicuramente. Appena entro sento rimbombare nell’androne il vociare scomposto di gente che si sta divertendo. Viene dal mio appartamento. Tra poco dovrò dirgli che non ce l’ho fatta, che non si festeggia, non si viaggia, non si mangia. E quando mi chiederanno cosa è successo, se voglio essere credibile, dovrò inventarmi una verità che non può essere la verità. Nessuno è preparato all’impossibile probabile.
Dirò che mi ha rivolto una domanda su un argomento non studiato, che queste cose succedono.
Che ci riproverò.
Chiederò scusa.
Ammetterò che è colpa mia, e che mi dispiace tanto.