I padroni dei cani

di Roberto Albini

Non farò giri di parole: io i cani li odio. Anzi di più, mi fanno ribrezzo. Basta la loro presenza in una stanza affinché inizi a percepire un puzzo putrescente di cacca mista a saliva. Poco importa se quell’odore esiste o no. Questa è la mia realtà, quindi è vera. Quando un cane mi si avvicina con quella sua lingua del cazzo, sempre a penzoloni, sempre intrisa di bava densa e maleodorante, rimango così schifato che mi paralizzo. Ritiro le mani portandole sopra le spalle, e spero che quelle macchie che le sue zampe mi stanno lasciando sui jeans appena lavati, siano solo fango. Guardo il padrone della bestia intimando con lo sguardo di riprendersi il suo sacco di carne sbavante, ma quelli ridono. Ridono gli idioti: “Ma ti vuole solo salutare”, “Non lo vedi che sta giocando?”, “Ti vuole bene”. Dire che un cane ti vuole bene, è come dire che la pornostar che ti sta fissando sul video di Youporn ti vuole scopare.
Perché in realtà peggio di un cane c’è solo il suo padrone.
I padroni dei cani non sono persone normali. Hanno sempre qualche mancanza, qualche buco, a volte nell’autostima, a volte nell’affetto materno, spesso usano i cani per non dover parlare con i propri compagni. Se mangi fuori casa, ti domandano se sei allergico al glutine, mai se per caso non ti tolga l’appetito lo sventolare dei peli del cane di quelli del tavolo a fianco. Brutta gente i padroni dei cani. Ti impongono i loro vizi dando per scontato che non esista al mondo nessuno al quale diano fastidio i cani. Sono come una lobby: si sono insinuati nel tessuto sociale e ne hanno preso possesso. Nei parchi ci sono dedicate delle zone appositamente per loro; possono entrare indisturbati nei ristoranti, nei bar, e in un sacco di posti pubblici, comprese le spiagge, mentre io, un umano che fuma, sono bandito come un appestato in qualsiasi luogo; un cane può urlare quanto gli pare, a qualsiasi ora, facendo rimbombare il suo latrato per tutto il condominio fino a quando non esce dal portone, ma se io sento la musica alle dieci e trenta della sera la vicina mi chiama i vigili.
I cani cagano. Praticamente non fanno altro tutto il giorno. Ai loro padroni piace, perché portare a defecare il proprio animale gli dà la possibilità di ritagliarsi un momento tutto per loro dove messaggiarsi con l’amante, o stringere amicizia con giovani cinofile in altri contesti completamente inarrivabili. Ai padroni dei cani la merda li fa respirare, si sentono liberi quando il loro cane espelle piccoli stronzetti destinati a incauti cittadini in infradito.
I padroni dei cani non sanno un cazzo dei cani. Dicono di amarli e infatti lo fanno. Ma nel modo malato con il quale espletano tutti gli altri loro sentimenti. Li tolgono alle madri appena nati, li portano in ambienti completamente alieni alla natura, dentro quattro mura, chiusi tutti il giorno ad aspettare che qualcuno torni a dargli polpette puzzolenti composte di scarti della lavorazione di altri animali. Li castrano. Oppure li costringono alla castità eterna. Li addestrano a regolare i loro bisogni primari con gli orari di lavoro di un essere umano. Li vestono come buffoni, umiliandoli di fronte al resto della fauna, gli insegnano esercizi le cui finalità sono solo rivolte al proprio soddisfacimento ludico. A che cazzo gli serve a un cane imparare a portare in bocca un paio di ciabatte?
Poi però mi guardano male. Quando dico che non mi piacciono i cani, fanno tutti un sorrisetto ironico. Stanno pensando che ho qualcosa che non va, che devo essere un po’ suonato e privo di qualsiasi sensibilità. Nel loro piccolo mondo affettivo fatto di merda, piscia e peli, uno come me è un alieno. Probabilmente da evitare. “Sono meglio le bestie degli uomini!”, mi avvertono. Io taccio, e non gli dico che solo un essere umano può arrivare capire i sentimenti di un altro uomo, mentre per comprendere quello degli animali, ci sta un documentario su Youtube.

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