L’uomo che morì per l’abbaiare di un cane (Parte IX)

Marinella riaprì gli occhi proprio in quel momento. Sognava di trovarsi in un posto dove era normale che le cose cadevano dall’alto. Tu camminavi tranquillo e, zip, un ferro da stiro ti cadeva in testa. Nel sogno non si capiva il contesto, non c’era un prima in questa storia. Per Marinella, durante il sonno, era normale che fosse così, punto e basta. Insomma, sta passeggiando quando ecco che sente un rombo enorme sopra la sua testa: gli sta per cadere addosso un pianoforte. E’ gigantesco, e perde i pezzi, proprio come una cometa, nel suo precipitare. Allora Marinella prova a spostarsi, a correre, ma scopre che, non si conosce il motivo, le sue gambe sono finite nelle sabbie mobili. Si agita, si dispera, ma più si muove più affonda, e in tutti i casi, che scelga di non muoversi o che, invece, opti per il dimenarsi il più possibile per liberarsi, un pianoforte tra pochi secondi la schiaccerà. Fu proprio al culmine di quell’agitazione onirica, che Marinella si riebbe.
Vide il capitano che stringeva in pugno la sua pistola, da cui usciva un filo di fumo; Caputo, sull’attenti; Manuel seduto vicino a una persona decapitata, intento a scrutare il capitano; Lucio, più pallido di prima, con un buco in testa da dove colava un rivolo di liquido bruno, che non le ricordò immediatamente il sangue. Si domandò perché si era trasferita a Tokyo, ma non gli venne in mente il motivo. Poi, piano, le vennero a galla tutti i ricordi, non in modo violento, piuttosto come dei petali gettanti in uno stagno, mentre salgono a galla. Non aveva compreso che Lucio era stato riammazzato, e tutto quello che gli veniva in mente, osservando il rivolo di sangue che cadeva dalla spalla di Caputo, è che c’era un ferito. Dunque si mosse verso il bagno a cercare delle garze, ma trovò solo un mezzo rotolo di carta igienica e dei cerotti, di quelli piccoli, che servono solo quando si taglia uno di tre mesi. Decise comunque che sarebbero bastati. Si avventò su Caputo, che mentre Marinella lo spogliava per medicarlo, restò impassibile, come sempre. Quando lei vide la sua spalla nuda, rimase stupefatta. Caputo aveva quella zona totalmente ricoperta di cicatrici, tutti fori di proiettile, ma erano così tante che pareva di poterci scorgere un disegno. Marinella si bagnò un dito, e usò la propria bava per disinfettare la ferita. Poi prese la carta igienica che ebbe cura di arrotolare intorno alla parte lesa, chiudendola poi usando i micro cerotti. Il tutto si svolgeva sotto lo sguardo vigile del capitano, assente di Caputo, vacuo di Manuel, distratto di Federico II, che ancora era impegnato a rosicchiare le ossa del suo padrone.
“Insomma. Tu, Caputo, la procedura già la conosci, giusto?”, chiese il capitano. Caputo si pose sull’attenti, rapido come un coltello a serramanico. Le bende di carta igienica volarono tutte intorno. “Sì Signore!”, rispose il militare. “Bene, per tutti gli altri, vorrei riassumere in breve come sono andate le cose questa sera, non per sfiducia, ma perché, essendo poliziotto, so che a volte una testimonianza, se detta in uno stato d’animo inquieto, può non essere veritiera. Per questo, adesso, ripeteremo di nuovo la storia, in maniera calma. Dunque: quello stronzo del vostro amico scrittore ha dato di matto, l’avete visto tutti no? Si è avventato su Caputo, gli ha strappato il fucile, dopo gli ha sparato su una spalla e poi ha ammazzato il vostro vicino. Fino a qui ci siamo, mi sembra, c’eravamo tutti, e tutti abbiamo visto quello stronzo impazzire, no? Bene, a questo punto, lo scrittore punta il fucile verso Manuel, Marinella nel frattempo era svenuta. Vero Marinella?”. Marinella annuì sorridendo. “Ecco, visto? Mica dico bugie io. Bene, a questo punto io non posso fare altro che fermare il massacro, e sparo al maniaco. Fine. Il male è sconfitto e io ho evitato una carneficina. Oppure…”, il capitano fece una pausa. “Oppure vi ammazzo a tutti, e do la colpa ugualmente al drogato. In assenza di testimoni, la parola di un capitano conta. Credetemi.” Marinella applaudì. “Come parla bene l’italiano agente. Sul serio, complimenti, dove l’ha studiato?”. Il capitano fece finta di non averla sentita Fissò Manuel, a lungo, mentre Manuel cercava il suo pilota. Poi estrasse, da chissà quale tasca, un aggeggio che si portò alla bocca. Disse solo una parola, irriconoscibile, e poi si rifece sparire il comunicatore nella divisa. “Tra poco qui ci sarà confusione. Molti agenti, molti dottori, molti giornalisti. Non ci sarà nulla da temere, se voi racconterete solamente i fatti così come ve li ho raccontati, così come i fatti sono andati veramente. Ci siamo capiti?”.

Manuel si alzò dalla sedia e si sgranchì le braccia. Finalmente soli; non credeva potesse mai tornare la calma in quella casa. Dopo cinque minuti da quando il capitano aveva parlato attraverso quel coso, erano entrati nell’ordine: i carabinieri, la polizia, agenti in borghese non meglio identificati, i Ris, tre medici legali, sei infermieri, un numero imprecisati di giornalisti con tanto di telecamere, e una signora peruviana che alla fine ripulì tutto. Adesso i mobili e il pavimento brillavano come fossero nuovi. I poliziotti portarono via anche Federico II. Fu una donna che gli si avvicinò mentre lui era intento a masticare un brandello di mano, con tanto di dita ciondolanti. Nessuno sa cosa gli disse, ma lui la seguì docile. Caputo sparì letteralmente in mezzo alla calca di sconosciuti. Manuel a un certo punto semplicemente lo perse di vista, per non rivederlo mai più. Il capitano, invece, prima di andarsene chiese e ottenne di portarsi via il libro di Lucio, insistendo che aveva un titolo meraviglioso. Stava per uscire dalla porta quando ebbe un momento di esitazione. Guardò Manuel, e gli fece cenno di avvicinarsi. Gli parlò all’orecchio: “Manuel lo so che tutto ciò ti sembra ingiusto, ma guardati intorno: questo mondo sta andando a pezzi. Ormai insieme sappiamo solo incazzarci, lamentarci, abbiamo smesso di inventare Manuel. Ricordati: tieni alta la soglia del dolore, solo così capirai che io, tu, Caputo, specialmente lui, siamo solo macerie, scaglie della frantumazione che ci circonda. E’ stato un piacere parlare con te, sei un bravo ragazzo Manuel. Ti verrò a trovare”. Disse quest’ultima frase calcando con la lingua sulle consonanti donandogli una strana enfasi. Più che un augurio, quel tono faceva sembrare quelle parole una minaccia. Poi sparì, senza salutare, insieme alla confusione. Manuel aspettò qualche poi andò a sedersi. Voleva capire se veramente era tutto finito, tentando di trovare un punto di riferimento che gli facesse riconoscere se si trovava al di qua, o al di là del confine con la realtà. Gli tornò in mente il fumo nascosto nel bagno, così si alzò, si sgranchì le braccia e corse a prenderlo.
Marinella si stava domandando come si dice scalogno in giapponese. L’aveva chiesto anche al carabiniere che voleva interrogarla, dopo avergli espresso il dubbio di cosa ci facevano i carabinieri a Tokyo. Quello aveva smesso di parlare con lei e dopo l’avevano lasciata stare, sul divano, un po’ isolata. Solo la peruviana, alla fine, le aveva chiesto in spagnolo, che Marinella confuse con il giapponese, se poteva spostarsi per permetterle di pulire il divano. Per tutto il tempo durante il quale durarono le ispezioni e gli interrogatori, era rimasta ad osservare Manuel, volgendogli di tanto in tanto sorrisini ed espressioni di circostanza. Adesso la casa era stranamente silenziosa.
Manuel rientrò e si mise subito a girare una canna. “Come stai?”, le disse. “Non mi ricordo perché siamo venuti a Tokyo, ma per il resto bene dire. E’ stata una giornataccia non è vero?”. Manuel finì di leccare la cartina. “Sì, è stata pesante, ma è finita, come tutte le giornate. C’è ancora la pasta al pesto di ieri?”. Marinella lo guardò senza sapere cosa rispondere. “No, scherzavo. Sei sicura che stai bene?”. Marinella scosse la testa.
“Voglio tornare a Roma, Manuel”.
“Non ti preoccupare. Domani partiamo”.

FINE

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