Mio padre

Quando l’Unione Europea decise per l’obbligatorietà dei cloni meccanici, mio padre aveva appena trovato lavoro presso un’officina di riparazioni di pistoni eutronici e mia madre era già morta da un paio d’anni. Proprio per il fatto che era un neoassunto, lo pagavano con gli Eurobuoni, e quelli bastavano a mala pena a pagare l’affitto e ad ottenere la razione giornaliera al supermercato. Così per acquistare i nostri due cloni meccanici si fece fare un prestito alla Banca del Corpo. Con il suo rene destro comprò il mio clone, con parte del midollo spinale il suo. Naturalmente non avevamo a disposizione una grossa cifra, così invece di andare in un centro commerciale, mio padre ordinò i due modelli da un cinese, sulla Prenestina, che li assemblò con i pezzi avanzati da qualche altra lavorazione. Il mio papà decise che era meglio investire di più sulla scheda video, per vedere meglio, a discapito della capacità del cervello liquido d’incamerare dati. Diceva sempre che nella vita non importa se hai poco intuito, ma è fondamentale il modo in cui sai osservare. Io questa cosa non l’ho mai capita, nemmeno adesso a dire la verità. I cloni meccanici dei miei amici sapevano giocare almeno a quattro sport, potevano correre per cinque sei ore di seguito nei prati surrogati ai lati della città, finivano un video gioco in meno di un’ora. Il mio, al contrario, sapeva giocare solo a ping-pong, il cinese gli aveva installato un programma di velocità craccato, così che quando correva ogni dodici metri precisi faceva una capriola e si sedeva. E tutti lo prendevano in giro. “Nella vita non è importante quello che gli altri pensano di te, ma quello che tu pensi di loro”, mi ripeteva sempre mio padre. Però io non ho mai capito nemmeno questa.
Insomma da ragazzo passavo le giornate a casa, come tutti, a vedere sul monitor il mio clone meccanico accumulare figure di merda e ad ascoltare canzoni degli Smiths. Mio padre diceva sempre: “Spegni quel monitor, affacciati alla finestra ogni tanto”, ma io non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo. Quel pezzo di ferro era come il mondo mi vedeva, come mi giudicava. Come faceva mio padre a non capirlo. “Tu sei non sei quel clone meccanico. Tu sei il ragazzo sensibile e intelligente che penzola sulla sedia olica qui davanti a me in questo momento”. E rideva. Poi si chiudeva in camera sua, si sdraiava sul letto accendeva la tv, e io lo rivedevo la sera, quando il suo clone meccanico tornava dal lavoro.
Anche se col tempo avevo apportato migliorie e aggiustamenti casalinghi, il mio clone riuscì ad avere il suo primo rapporto sessuale solo a vent’anni. Il clone femmina staccò il commutatore così che io potessi ascoltare la vera voce della sua proprietaria. Non fu proprio come l’avevo letto su Internet. La tizia iniziò a inviarmi foto di diverse ragazze nude, in pose più o meno erotiche, unghie smaltate, cosce con pizzi, mentre dall’altra parte ansimava. Ogni tanto sussurrava “sei fantastico”. Io osservavo la sequenza di foto porno in una specie di trance ipnotica. A un certo punto lei lancia un urletto, una cosa che mi ha ricordato la volta in cui il mio robot ha schiacciato per sbaglio un gatto. E poi ha chiuso la comunicazione. Il clone della mia partner è rimasto per qualche secondo sdraiato sul cemento, poi si è alzato ed è sparito. Non l’ho più sentita né rincontrata da quella volta. Il mio primo amore non mi ricordo nemmeno come si chiamava. Forse non me l’ha mai detto.
A trentotto anni già pesavo centoventidue chili, e tramite raccomandazione mi assunsero come apprendista nell’officina di mio padre, che per pagare la tangente al capo reparto perse anche una cornea. “Nella vita non conta tanto quante cose vedi, ma il tuo intuito”, mi confidò la sera dell’intervento, senza che io capissi cosa volesse dire. Ma nonostante fossi un bel ragazzo, e con una certa dose di razioni di Eurobuoni a disposizione mensilmente, ancora non avevo trovato una relazione stabile. Mio padre era molto preoccupato per questo. “Nella vita nessuno ti giudica per il tuo intuito, ma tutti per quante donne ti sei trombato”, mi ripeteva sempre. A quei tempi pensavo che la colpa del mio scarso successo con le donne dipendesse esclusivamente dalla qualità del mio clone meccanico, che la gente mi schifasse perché il mio aspetto era scadente, la parrucca vecchia di almeno dieci anni, e per il fatto che quel pezzo di ferro dopo due birre si spegneva. C’era qualcosa che succedeva quando il mio clone meccanico provava a interagire con i robot dell’altro sesso, qualcosa di fisico che per un attimo riusciva perfino a disturbare le immagini della telecamera. Il clone aveva a disposizione pochi argomenti, perché mio padre non aveva i soldi per comprarmi gli aggiornamenti degli argomenti. E io soffrivo. Non tanto perché nessuna donna mi amava, ma soprattutto perché non riuscivo a provare dolore per questo fatto. Volevo solo dimostrare a mio padre che ero capace di farmi apprezzare, che fossi importante per qualcuno oltre che per lui.
Poi un giorno mio padre scompave, il suo clone pure. Una mattina gli inviai un messaggio di buongiorno, come era abitudine, ma nessuno rispose. La porta della sua stanza rimase chiusa, come ora e nessuno uscì o entrò mai più da lì. Il giorno dopo mi arrivò una lettera dall’Unione Europea che mi avvisava della sostituzione del mio vecchio clone e informandomi di una serie di aspetti burocratici di cui dovevo occuparmi per il passaggio dell’identità. Il nuovo modello era fantastico. A parte il materiale, la linea e le prestazioni, aveva installato un software di ricerca automatica di cloni con le schede sessuali a trentadue hertz. Una specie di chat room perpetua frequentata solo da cloni ad alto rendimento erotico.
Ed è lì che ho incontrato Claudio.

(Grazie Pino)

Annunci