Storie di matti

Quando ero giovane io, a Roma, ogni quartiere aveva il suo pazzo. In verità ce n’erano molti ma, per qualche ragione misteriosa, alla fine uno di loro spiccava sempre per originalità, così che a sua insaputa il matto si ritrovava rappresentante della zona. E quelli erano matti veri, non questi esauriti che girano adesso. I matti prima erano poeti, mica i bruciati dalla vita di ora, che si mettono a sparare all’impazzata nei cinema.
La matta del mio quartiere, a quell’epoca, era una vecchia professoressa di cui non ricordo il nome, se mai ce l’ha avuto. Di lei si diceva che avesse bocciato uno studente, e che lui per la disperazione si fosse buttato giù dalla finestra, davanti a lei. Da quel giorno, continua il racconto, lei smise di esercitare la professione e iniziò a girovagare per le strade. In testa aveva un casco di capelli bianchi altissimo, tutti incollati dalla sporcizia che in qualche modo riusciva però a darle un aspetto nobile. Vestiva con lunghi abiti sudici e un boa di collane annerite. Di tanto in tanto fermava degli sconosciuti ai quali raccontava la storia di Roma, o recitava brani della Divina Commedia, e le persone quasi sempre rimanevano ad ascoltarla fino a quando lei, risalita da chissà quale buca profonda della sua mente, semplicemente riprendeva a camminare senza finire il discorso.
Un altro matto famoso che mi ricordo viveva nel quartiere limitrofo al mio. Un tizio di cui non si sapeva nulla perché non si vedeva quasi mai, e pochi potevano descriverlo. Lui, infatti, usciva solo di notte, o almeno solo di notte si manifestava. Viale Marconi è uno stradone lunghissimo, a doppia corsia, costeggiato da altissimi palazzi grigi bucati da centinaia di finestre rischiarate dalle luci tenui dei televisori. Quando di sera il traffico diminuiva e gli echi del tintinnio di migliaia di forchette rimbombavano tra le auto parcheggiate, il matto sbucava da chissà dove e iniziava il suo pellegrinaggio da una parte all’altra del viale. Di tanto in tanto si fermava, come in una via crucis, urlando in romanesco il suo monito al mondo: “Carcerati! Carcerati aribbellateve!”. Ma nonostante il suo impegno, che io sappia, nessuno degli abitanti di quei palazzoni fu mai liberato.
Il mio condominio, aveva il suo matto personalizzato. Viveva al terzo piano con i suoi genitori, anzianissimi. Era un gigante barbuto costantemente sotto psicofarmaci, che quando ti incontrava ti salutava come farebbe un bambino di tre anni. Si chiamava Amedeo. Amedeo aveva un fratello che si diceva fosse ricco e che nonostante la sua agiatezza avesse abbandonato i suoi genitori al triste incarico di finire i loro giorni badando un figlio malato. Era il cattivo della storia. Un giorno i genitori di Amedeo morirono sul serio, prima lei e poi, si dice per il dolore, il marito. E Amedeo rimase completamente solo e pazzo come un cavallo. La prima cosa che fece fu sbarazzarsi dei mobili di casa, tirandoli direttamente dal balcone. Per noi ragazzini fu un giorno epico. Ricordo ancora la possente figura di Amedeo sbucare sul balconcino appoggiandosi a una grata tutta arrugginita che a mala pena lo conteneva, brandendo un frigorifero sollevato in aria come fosse una scatola di cioccolatini. Di fatti del genere ne successero tanti durante gli anni, mentre la gente si domandava come fosse possibile far vivere solo un elemento simile e dove diavolo era finito questo suo fantomatico fratello ricco. Poi un giorno successe un fatto brutto, più brutto del solito. Amedeo incontrò da sola la figlia di Domenico, un altro gigante, autotrasportatore, per lo Stato “sano”. Le corse appresso non si sa bene con quale intenzioni ma Domenico non la prese bene e si scagliò in difesa della figlia con tutta la forza che poteva. La leggenda narra che Domenico sferrò un calcio potentissimo in mezzo le gambe di Amedeo, e che lui nemmeno lo sentì. Rimase in piedi fermo come nulla fosse successo, e tutti rimasero meravigliati di tanta potenza malata. Per fortuna quella pausa concesse il tempo necessario a Domenico per far sgattaiolare la figlia dentro casa e tutto finì così, senza incidenti gravi. Ma dopo quel giorno arrivò la polizia a fare visita ad Amedeo, e insieme a loro fece la sua comparsa anche il fratello ricco. Si presentò con un abito tutto bianco tipo cantante sudamericano, e la cosa più strana è che sembrava il gemello di Amedeo. Era la sua copia esatta nei minimi particolari, anche nella barba e nell’aspetto corpulento. Era il suo alter ego, uno scherzo della natura o del caso, chissà. Il gruppo si portò via Amedeo che da quel giorno nessuno vide più.
E mano a mano quei matti sparirono tutti. Lentamente, senza che nessuno se ne accorgesse veramente, tutti i pazzi di quartiere svanirono, chi per cause naturali chi perché, come Amedeo, alla fine si ficcava in qualche guaio.
Adesso i quartieri di Roma non hanno più i loro matti, ma centinaia di depressi, ansiosi, consumati dagli stress, arresi a una resistenza a oltranza. Vittime di una vita che non è a misura d’uomo, né di animale, che supera le nostre capacità naturali di affrontarla, perché di naturale non ha più nulla.
E certe sere, quando ci penso, mi viene da spalancare la finestra e gridare: “aribellateve!”.