Annarita

Una volta pure io ho abitato una vita immaginaria. Stavo lì mi guardavo intorno, è vedevo le cose in un modo tutto mio, incurante della realtà o meglio interpretandola in un modo totalmente arbitrario, quasi fazioso. E’ un po’ come dopo un sabato sera alcolico, la mattina, sul tardi, ti risvegli e la prima cosa che pensi è: “Ma cosa cazzo ho combinato?”. Ecco, più o meno mi è capitato così, quando abitavo la mia vita immaginaria.
Nel mio caso questa esistenza fantastica si chiamava Annarita. Conobbi Annarita al circolo di quartiere di Rifondazione Comunista. Ogni giovedì alle ventuno ci incontravamo lì, e siccome c’eravamo sempre solo io, lei, e il presidente di sezione, alla fine abbiamo attaccato bottone. Non me la potrò mai scordare la prima volta che ci siamo parlati. Io avevo ribattuto a una mozione del presidente in maniera arguta, spiritosa, avevo anche citato Lenin. Lei mi sorrise e disse: “Bravo”. Dopo nemmeno mezz’ora me lo stava succhiando in bagno. La mia vita immaginaria iniziò lì, in quel cesso in uno scantinato a Monteverde, quando lei stava piegata in ginocchio con la bocca incollata al mio glande, e io pensai: “Cazzo la amo”.
Poi naturalmente cominciammo a frequentarci. Le nostre uscite iniziavano tutte in qualche stazione della metropolitana e finivano nei bagni dei bar, dei ristoranti, o dietro un cespuglio, e ovunque lei pensasse si potesse fare sesso. Ogni pompino un gesto d’amore sublime, una dichiarazione di volontà di unione eterna. Le vite immaginarie corrono veloci, molto più di noi, inventano futuri improbabili come quelli dei film di fantascienza anni Settanta. A un certo punto non si vive più nel presente, ma in un suo selfie photoshoppato, dove ogni cosa s’incastra con ogni nostro desiderio espresso. Già solo quello dovrebbe bastare come campanello d’allarme, ma se la carne è debole, lo spirito è orfano, e tende ad attaccarsi a ogni tetta sperando di ritrovare la madre.
Dunque, non che la cosa mi dava particolare fastidio, però questa attitudine di Annarita al sesso col tempo andava crescendo. Ci vedevamo più spesso, ma la maggior parte delle volte andavamo a casa sua, rinchiudendoci dentro per ore a scopare. Mai un cinema, mai un ristorante, mai un’uscita con gli amici. Però Annarita scopava come poche, e questo sicuramente contribuì alla creazione della vita immaginaria, così che quel suo volermi morbosamente ai miei occhi era solo la prova del suo amore per me. Non mi sono stupito nemmeno quella volta, quando mi soffermai a pensare che nonostante ormai erano sei mesi che stavamo insieme, di lei come persona non sapevo nulla. Intendiamoci: della sua posizione preferita, di come dovevo stimolarle il clitoride durante i rapporti anali e cose di questo tipo, insomma, era un libro aperto. Ma non conoscevo il suo gruppo musicale preferito, che scuola aveva fatto, che lavoro faceva. Niente che la riguardasse sul serio. “Avremo tempo per conoscerci”, pensavo, e anche se non era un granché come pensiero, a me a quel tempo bastava.
Un giorno spuntò un amico, Davide. Annarita me lo presentò come un suo vecchio compagno di liceo, e propose incredibilmente di andarci a prendere una cosa da bere. Alla fine della serata lei propose di fare un trio. Se ne uscì così, con lo stesso tono naturale che chiunque userebbe per dire: “Perché non andiamo a prenderci un cornetto caldo?”. Davide sorrise sornione guardandomi. Capii che lui già la sapeva l’intenzione di quella strana uscita. “Mica vuoi fare il marito cattofascista vero?”, aggiunse lei. Io pensai che aveva ragione: “Ma che cazzo, l’amore non è possesso. Siamo una coppia di sinistra, e non come quelli che dicono che sono di sinistra e poi si comprano La Repubblica. Siamo una coppia aperta, e non moriremo di noia come quei dinosauri che si controllano i profili dei social a vicenda”. L’esperienza fu contrastante. Lei, mentre quello se la fotteva davanti a me, era felice, io così e così. Però a me in fondo interessava solo quello, che fosse felice, perché l’amavo. Nella mia vita immaginaria, quello era amore.
Davide durò un paio di mesi. Poi fu il turno di Marco, non più di due, tre volte in realtà perché Annarita diceva che non si lavava. Quindi arrivarono Jessica e Fabio, però lui era sposato, la moglie non lo sapeva e allora chiamammo Tabith, un libanese di origini turche. Con alcuni di loro c’ero diventato amico, ci vedevamo pure fuori dalle nostre serate. Io e Fabio per esempio andavamo spesso al cinema insieme, perché condividevamo la passione per i film orientali. Annarita nel frattempo diventava sempre più ansiosa di sesso. Ripeteva spesso di amarmi, specialmente durante le penetrazioni doppie, nelle quali io avevo il privilegio, in quanto fidanzato, di poter stare sotto di lei, e quindi guardarla in faccia. Nella mia vita immaginaria era tutto perfetto: lei mi amava, lei era felice. Io brillavo di riflesso, come la Luna. L’avrei presentata ai miei, ci saremo comprati una casa, avremo avuto un figlio che si sarebbe chiamato Juri, come Gagarin. Perché io e Annarita eravamo riusciti a costruire una coppia vera, fondata sulla complicità e l’amore, non sui soliti stereotipi, ma sulla condivisione di esperienze comuni profonde, intime.
Annarita mi lasciò con un messaggio.
Una mattina non la trovai più nel letto, come nelle commedie; al posto di un romantico biglietto una notifica sul cellulare. “Ti amo. Per questo ti lascio, non voglio che soffra. Tu non sei felice”. In terza media, una mattina di maggio, poco prima della fine della scuola, una certa Katia Falchi mi scaricò usando le stesse parole. Ma aveva tredici anni, e io un anno di meno.
Annarita, spesso ci penso, a quanto tempo ci ho messo a capire che eri solo una troia.

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