Lettera a Mario

Caro Mario,

sai quanto stai un po’ così, hai capito Mario?, quei momenti che uno pensa: “Mavaffanculo, mollo tutto e me ne vado”? Beh, Mario. Io l’ho fatto. Sì. E’ accaduto una mattina (perché le cose, quando uno racconta, succedono sempre di mattina o di notte, mai alle quindici meno un quarto). Ho udito un cinguettio e invece di osservare il cielo ho preso il cellulare dalla tasca. Ci sono rimasto un bel po’ a guardare la mia mano stringere quell’apparecchio, e in quel lasso ho deciso. Non è stato difficile: come scegliere il gusto di un gelato in un bar, la ragazza da portarti a letto, il film da guardare in Tv. Una cosa naturale, nel senso umanamente innaturale del termine, naturalmente. Che a uno gnu gli viene naturale scegliere un gusto piuttosto di un altro da mettere nel cono?
Comunque ho fatto così. Prima di tutto mi sono infilato le cuffie dell’MP3, ma non ho fatto partire la musica, mi sono limitato a camminare con le cuffiette dentro le orecchie. In verità non mi sono neanche accorto della differenza, che quando uno ascolta della musica con le cuffie Mario, dopo un po’ i suoni si mischiano col sottofondo, i ragionamenti interiori sfuocano le melodie e alla fine quasi ci si scorda che sta suonando una canzone. Però ho avvertito la stessa sensazione di isolamento partecipe che si prova quando si ascolta sul serio della musica con le cuffie in mezzo a un sacco di altre persone che intorno a te stanno facendo la stessa cosa. Mi sono accorto che la gente, quando è convinta che io sia distratto, si comporta con me in maniere diversa, mi osserva in un altro modo. Mi scrutano Mario. Non ti sembra strano Mario? Ecco, pure a me. Così ho unito i due fatti, m’è venuto naturale come allacciarsi le scarpe Mario. In che modo non me lo ricordo più, ma non cambia la sostanza della narrazione, tranquillo. Semplicemente dopo sono tornato indietro, ho prelevato tutto quello che c’era sul mio conto (che poi era pure quello della mia compagna di allora), poi sono andato con il treno all’aeroporto.
Durante il tragitto mi sono concentrato immaginandomi un giorno caldo, afoso. La mia gola secca e davanti a me un espositore di cristallo ricolmo di tanti tipi diversi di gelato. “Quale vuoi?” Mi sono chiesto. “Devo solamente scegliere”. E’ stato in quel momento che mi è apparso il Messico, Mario. Banale? Pure la cioccolata e la panna, eppure alla fine mangio sempre questi due gusti. In quella visione c’era una spiaggia, soffiava un vento gradevole; io stavo dentro un chiringuito, il mio chiringuito. Un tedesco mi chiedeva in un inglese perfetto un rum e pera, e io facevo finta di non capirlo. Quando parli lo spagnolo in Messico te lo puoi permettere senza fare la figura del burino, Mario. Ero sereno Mario. No non è vero, ero semplicemente rilassato Mario. Non è già abbastanza Mario? Intendo vivere rilassati, naturalmente rilassati.
Comunque quando sono arrivato all’aereoporto ho comprato i biglietti per il Messico. Non sapevo niente del Messico, Mario, te lo giuro. Le solite quattro cose che sanno tutti, stereotipi, leggende (alcune di persone che vivevano solo di pesca in una specie di paradiso in terra, altri finiti a pezzi per non aver pagato tangenti alla polizia). Conoscevo Castaneda, “Messico e nuvole”, e tutta un’altra serie di informazioni buone solo ad affrontare una gita scolastica al terzo liceo. Ma mi sentivo libero Mario, tanto che adesso te la posso anche descrivere la libertà, e tu no.
Hai presente quando in un circo gli acrobati volteggiano per aria, Mario, fanno delle cose che tu li guardi e pensi: “Iocolcazzo”. Al contrario loro si divertono perché sanno che non può succedergli nulla di grave, sotto c’è una rete. Quel loro gesto è solo un’esibizione della loro libertà, Mario, per questo lo fanno. Ecco se adesso tu immagini, Mario, di poter agire durante la tua esistenza come se qualsiasi scelta tu compia, in caso di errore, ci fosse sempre una maniera per cadere sul morbido Mario, senza farsi male, ti avvicineresti a quello che significa la parola libertà. E io mi sentivo così, con le farfalle nello stomaco a causa dei volteggi che stavo effettuando in quel meraviglioso circo che a quei tempi mi sembrava la vita.
Il problema è che la rete non ce l’avevo, Mario. E non puoi fingerti acrobata.
Insomma, dopo due giorni che stavo lì mi hanno rubato il telefonino (infatti non ho più sentito uccelli cinguettare). Ho vissuto per un mese dentro la stanza di un hotel, condividendo l’abitazione con i topi e soprattutto gli scorpioni (che non sono mica come quelli di qui, tipo quelli che vedevo nella casa di mia zia in Abruzzo; quelli messicani sono ciabatte Mario, fanno paura). Dopo ho scoperto che per aprire un chiringuito tra licenze, mazzette, burocrazia e cazzi vari, mi ci sarebbero voluti il triplo dei soldi che avevo per sopravvivere. Così ho dovuto modificare il piano originale Mario, ma non pensare che mi sia pentito della mia scelta. Anzi al contrario. E’ stata una lezione Mario, una lezione di vita che voglio condividere con te. Dunque, siccome le parole non bastano mai, e una semplice lettera non può contenere tutto ciò che posso trasmetterti, ho una grande notizia per te Mario.
Voltati.