All’ufficio postale con Babbo Natale

Sul foglietto che tengo in mano c’è scritto “185”, sul display luminoso appeso in cima ad una parete ingiallita dal tempo e dalla noia, invece, “73”. Come alle Poste così nella vita, dovrò aspettare un’eternità prima che giunga il mio turno. E proprio come nella vita c’è gente che non ce la fa ad attendere tanto, e se ne va. Rinuncia. La differenza sta che nell’ufficio postale questo corrisponde ad un’accelerazione nell’avanzamento dei numeri sul display, con grande sollievo perché è rimasto ad aspettare, nella vita invece a un mucchio di altre cose: c’è chi prende a sparare dal balcone a qualsiasi cosa di muova; chi dal balcone ci si butta; chi scende in piazza con le tette di fuori a protestare; chi semplicemente si lascia andare senza sapere in verità dove. Alle Poste è tutto più semplice. Si sa dove aspettare. Su una sediola, con la vernice scrostata, agganciata a una fila di altre sedie identiche che negli anni sono state l’unico conforto per i culi di un sacco di gente.
Mi siedo con il foglietto in mano, come in chiesa, e osservo il display che oggettivamente è molto meno interessante di un crocefisso, ma che stranamente comunica più di quanto sappia fare un qualsiasi Cristo appeso. Un sibilo metallico avverte che un altro numero è passato, e l’ora del giudizio è più vicina. Una persona si alza e si avvicina allo sportello che, usando un po’ di fantasia, pare tanto un confessionale. “Cosa deve fare figliuolo?”, “Ho una bolletta del gas da pagare”, “Bene. Ha portato con sé il codice fiscale?”, “Accidenti, no!”, “Molto male, si penta perché dovrà rifare la fila da capo”. Rifare una fila, una qualsiasi la fila, è infinitamente peggiore che recitare qualsiasi Ave Maria, per questo gli uomini all’ufficio postale si pentono veramente.
Poi la realtà mi supera un’altra volta. Accanto a me si siede Babbo Natale. Ora c’è da dire subito una cosa: Babbo Natale non è vecchio come ci hanno sempre raccontato. No. Avrà più o meno venticinque anni, sicuramente meno di trenta. Non è nemmeno grasso e non porta la barba. Non so se sia veramente lappone, ma parla con uno spiccato accento romano, e ciò mi insospettisce sulle sue reali origini. Avere la possibilità di parlare con Babbo Natale non è una cosa che capita tutti i giorni, e poi sono annoiato e ho tempo da vendere, così non resisto e faccio una battuta: “Insomma, adesso fanno pagare le bollette anche a Babbo Natale?”. Mi rivolgo a lui sorridendo, sperando che non mi mandi a cagare. Ma Babbo Natale è buono, lo sanno tutti, e mi risponde sorridendo: “Hai capito che tempi?”.
Mi piace. Il suo costume rosso spicca sopra i visi grigi degli astanti, compreso il mio, e dona a questo posto lugubre un tocco di colore che in qualche modo riavvicina alla vita. O per lo meno, come la vita uno se la immagina, colorata appunto.
Babbo Natale mi racconta che è uno studente, che per arrotondare ha accettato questo lavoro a tempo superderterminato di distributore di volantini mascherato. Aggiunge che con i soldi che guadagnerà proverà a fare qualche regalo, più che altro un pensiero, per la ragazza, per la madre, e che proprio lei gli ha chiesto se poteva andare a pagare la bolletta. Lui, per non perdere tempo a cambiarsi non è tornato nemmeno a casa. Appena terminato il turno è venuto qui come si trovava, vestito da Babbo Natale. Insomma, vengo a scoprire che Babbo Natale in verità è un precario, un lavoratore stagionale e, quel che è peggio, ha il problema di comprare i regali.
Io mi ricordo che da bambino a Natale erano tutti più buoni. Anche gli adulti, forse si sforzavano per noi piccoli, per farci credere che in verità il problema della bontà era solo una questione di convincimento, di volontà. Adesso, a Natale, sono tutti più disperati, più tristi, più incazzati. Anche Babbo Natale che guarda il suo foglietto sconsolato in attesa di poter tornarsene finalmente a casa, levarsi il suo costume ridicolo, e magari provare a farsi una risata.
Sul foglietto che tengo in mano c’è scritto “185”, sul display luminoso appeso in cima ad una parete sbiadita come la fantasia di quelli che governano il mondo, invece, “112”. Il tempo avanza, ma io rimango sempre seduto, come nella vita. Babbo Natale esce a fumarsi una sigaretta e io non so perché, penso al comunismo. Noi comunisti siamo diventati come Babbo Natale, qualcosa che prima c’era e adesso è tutta un’altra cosa, al pari di un costume di carnevale. La gente quando le dico che sono comunista sorride, pensa io sia un nostalgico, un garibaldino, uno che crede ancora a Babbo Natale. Ma io Babbo Natale l’ho visto e ci ho parlato. Non è un personaggio di fantasia, era seduto vicino a me. Sconsolato, con le bollette da pagare, la difficoltà di comprare i regali e negli occhi la paura di chi non sa più che fine farà da qui a una settimana.
E’ stato in questo momento che mi sono alzato. Non è il mio turno, e forse non lo sarà mai. Ho preso il mio foglietto e mi sono diretto verso Babbo Natale. “Tieni”, gli dico, “non sarà molto, ma forse risparmierai un’oretta. I bambini ti aspettano”. Babbo Natale sorride e mi da una pacca sulla spalla.
Quando esco dall’ufficio postale, non mi sento soddisfatto, e nemmeno più buono. Un vento gelido spazza via i fazzoletti di carta usati gettati per strada e le nuvole nel cielo, come fossero la stessa cosa. Spingo più in basso le mani dentro le tasche del cappotto.
Speriamo non mi raffreddi.