La seconda volta – 17. La guerra degli uccelli (II)

Saverio deglutì rumorosamente. Aveva le fauci arse dalla fatica e dal caldo, e avrebbe voluto chiedere un poco di acqua prima di iniziare a parlare. Ma si guardò intorno, osservò le espressioni cupe degli altri pappagalli, e soprattutto quella di Ovida, per nulla attento al suo stato di salute, ma piuttosto impegnato nel trattenere la frenesia dell’attesa. Allora Saverio rinunciò a chiedere aiuto. E’ l’atteggiamento naturale di chi sa che non otterrà mai conforto, quello di rinchiudersi in un’autoarchia forzata, un circuito in cui si tenta di bastarsi da sé, finché si può. E quando non si può più, non resta che stringere i denti e tendere tutti i muscoli per sopportare meglio il peso dell’inevitabile che ti si schianta addosso.
Si pulì con il lembo di un’ala un grumo di sangue che gli si era formato in prossimità delle narici. Sospirò profondamente la polvere calda di quel pomeriggio assolato e, mirando verso un punto indefinito nel cielo, iniziò a raccontare.
– Al principio furono le cornacchie. Aza, il loro governatore, si recò personalmente alla corte del conte Nestor, reggente della colonia romana di gabbiani ufficialmente per definire alcuni aggiustamenti tra i confini dei due imperi. Si mosse con una carovana lunghissima, portando in dono acini d’uva, carcasse di topo, e ogni bendidio, che il conte apprezzò moltissimo lasciandosi in qualche maniera sedurre dai modi rispettosi del governatore Aza. Ma il cibo era avvelenato e in una notte i gabbiani persero il loro condottiero e tutta la sua corte, compresi i generali. Nella colonia di gabbiani si diffuse il panico e lo sgomento. Fu in quel momento che Aza prese il controllo dei gabbiani. Promise più prosperità per tutti. Le risorse sarebbero state divise in egual misura tra le due specie di volatili, senza distinzione. Promise loro di guidarli in maniera giusta e che a loro non restava che fidarsi ed accettare questo nuovo corso del tempo.
– E i gabbiani si arresero senza opporre resistenza? – Chiese sbigottito il governatore Ovida.
– Signore, i gabbiani sono animali stupidi: senza una guida perdono l’orientamento, invece di serrarsi a difesa si dividono in tante piccole unità, ognuna intenta a badare alla propria sopravvivenza: di fronte alle difficoltà si preoccupano solo di ottenere il minimo danno col minimo sforzo. Aza propose loro la scelta più facile, l’unico modo per tornare ad appollaiarsi su qualche ramo e far finta che in fondo non sia accaduto nulla di grave.
– E fu così?
– Niente di difficile si risolve facilmente. Non esistono scorciatoie se non la nostra resa, il nostro accontentarci. Aza apparentemente mantenne le sue promesse. Furono istituiti grandi silos pubblici dove gli uccelli alleati scaricavano giornalmente il frutto della caccia. La ferrea organizzazione delle cornacchie garantiva la protezione e l’equa distribuzione delle riserve. Ma mano a mano che passavano i mesi, il raccolto delle cornacchie diminuiva così che i gabbiani erano costretti a cacciare molto di più per mantenere inalterate le razioni quotidiane da distribuire, fino a quando la colonia del governatore Aza smise del tutto di lavorare limitandosi ad esercitare il potere sull’amministrazione. I gabbiani da soli non ce la fecero più a garantire il fabbisogno di tutta la comunità e le cornacchie presero a favorire la propria specie nella ripartizione del cibo.
– Maledette cornacchie. Siano maledette per sempre!
– Aspetti a giudicare, Signore. La storia non è ancora finita, e al peggio piace superarsi.
– Continua allora! Che aspetti?
Saverio vedeva Ovida sfocato, e la sua voce gli giungeva ormai da lontano, come fosse la sua stessa coscienza a parlargli. Il suo sguardo stava smettendo di osservare la realtà, e si era ormai perso dentro i suoi ricordi.
– Nel giro di poco più di un anno, la metà dei gabbiani morirono di fame. Fu un’ecatombe, uno di quegli eventi mortiferi destinati a essere ricordati per sempre nella memoria di un popolo. Uno di quei moniti che la storia di tanto in tanto rivolge agli uccelli, per ricordargli i loro limiti. Il piano del governatore Aza stava fallendo, già che ormai le riserve di cibo non bastavano nemmeno più per le cornacchie, aumentando una spirale di malcontento che presto sarebbe diventata rivolta, o peggio: rivoluzione. Si vide costretto quindi a trovare in fretta una soluzione. Rivolse allora l’attenzione pubblica verso i piccioni. Era loro la colpa della carestia, erano loro che invadevano le piazze e i secchi, che si riproducevano in maniera drammatica ed erano loro che presto avrebbero fatto sparire le altre colonie di uccelli. Erano loro il nemico da sconfiggere per ritornare agli antichi albori di quando i gabbiani erano schiavi sì, ma schiavi satolli. E i gabbiani allora si ricordarono di quel ramo dove tutti aspiravano di tornare ad appollaiarsi. Guidati dal mitico generale Dabir, conquistatore di Villa Pamphili e del Porto di Ostia, si mossero in guerra verso un nemico che la natura non aveva previsto, e forse nemmeno l’ultimo dei gabbiani sani di mente prima dell’arrivo di Aza.
– Cioè le cornacchie e i gabbiani dichiararono guerra ai piccioni?
– Tecnicamente sì, ma praticamente i gabbiani furono ignara carne da macello, mandata allo sbaraglio verso un nemico che non gli apparteneva, che non gli aveva fatto nulla e dal quale certo non dipendeva la causa del loro malgoverno. I gabbiani non sono un popolo di combattenti e i piccioni resistettero con tutte le loro forze. Solo nella battaglia di Porta Portese persero la vita migliaia di gabbiani. Persino gli umani, al mattino, rimasero sbigottiti nel vedere le strade invase da cadaveri, fatti a pezzi o smembrati. So per certo che pensarono a qualche evento climatico, a qualche buco in qualche calotta nell’atmosfera, o all’inquinamento. Perché la causa dei nostri problemi è sempre altrove, irraggiungibile, intangibile e quasi mai volteggia sopra le nostre teste.

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