La famosa invasione degli UFO a Torvajanica • 1. Il mare è fermo

La prua del battello già si intravede da qui, dietro le dune. E’ sera ma ancora non è diventata del tutto buia, non stiamo a Maiami ma a Torvajanica, quindi non c’è una gran luna poggiata sull’orizzonte come si vede nei film, ma una più dimessa, non ci prova nemmeno a rischiarare. Sta lì perché ci deve stare, e per questo preferisce rimanere in disparte. Noi di periferia della luna non ne abbiamo bisogno, non ce l’abbiamo mai avuta, la notiamo solo quando si fa troppo grande per evitare di farlo, una o due volte l’anno, e allora andiamo a fotografarla per paura di dimenticarla, che magari domani ci svegliamo e, chissà, non la troviamo più, come i motorini incatenati ai pali.
Le afferro una mano, che non trema per l’emozione ma per la mezza bottiglia di grappa barricata che ci siamo scolati prima di metterci in viaggio; la classica introduzione a qualsiasi primo appuntamento che abbia un minimo di senso. La trascino in cima alla duna facendomi largo tra la sterpaglia e le buste d’immondizia abbonate ai bordi di un sentiero scavato con i sandali. E poi ci fermiamo a guardare. Il battello spunta dal bagnasciuga come fosse sbucato da sotto la sabbia. E’ semplicemente maestoso. Sulla prua che funge da sala da ballo, decine di teste ciondolanti vengono illuminate artificialmente da luci al laser colorate, sul resto della spiaggia sembra che qualcuno abbia versato vernice nera. La vita non si vede, ma si percepisce. In lontananza, come echi di una battaglia che si sta svolgendo dentro quelle tenebre, giungono colpi di cassa e rullante al ritmo di quattro quarti.
Il mare è fermo. Non intendo dire calmo.
E’ immobile, non produce onde né alcun suono.
Il mare è fermo.
Ci guardiamo senza dirci nulla. Nell’aria c’è quell’atmosfera da grande evento. Penso che non lo so quanto durerà tra noi, non so nemmeno se saprò ancora il suo nome domani mattina, ma non importa. Questo momento me lo ricorderò per sempre, ne sono sicuro. Mi ricorderò di questa eccitazione, del bagnasciuga rivolto al nulla dal quale sbuca un galeone, di questa voglia di fare vita che forse non tornerà più. Poi tutto sarà solo un grande miscuglio d’immagini sfuocate, alla quale cercherò di dare un significato fino alla prossima volta. La volta in cui penserò che questo momento non lo dimenticherò più. La vita in fondo non è altro una rincorsa ad accumulare bei ricordi.
Allora dallo zaino tiro fuori una birra, la stappo con l’accendino, è il mio brindisi a noi due. Poi iniziamo la discesa, un po’ goffa, alla cieca, ma io mi sento come il protagonista di un film. Le tengo salda una mano guidandola tra queste sterpaglie, mentre mi butto in corpo grandi sorsi di birra. La brezza marina mi apre la camicia sul petto e scompiglia appena i miei capelli corti, e non penso ad altro che a fotografare tutto, a tentare di riempire il più possibile la mente di particolari affinché il ricordo eterno di questa serata sia il più fedele possibile a quello che sto vivendo. Gli anni bisogna tenerseli stretti, altrimenti quelli passano e chi li vede più. Come i motorini incatenati ai pali.
Quando arriviamo il paesaggio cambia completamente aspetto. C’è gente da tute le parti. In cima alla nave, intorno, folle in fila davanti al bar, e ovunque corpi che si agitano tra la sabbia. La luce ci illumina tutti di verde. Butto un’occhiata verso il mare, che è ancora fermo. Cerco con lo sguardo un posto appartato facendo attenzione a non sedermi sopra la faccia di qualcuno. Alla fine ci mettiamo un poco distanti dal galeone, ma abbastanza vicino per continuare ad ascoltare la musica che a questa distanza non assorda. Nessuno sciabordio di onde in sottofondo. Adesso c’è una canzone dei Doors, o dei Clash. Quando bevo cerco di non farmi domande che necessitano di risposte troppo dettagliate. Non servono, serve solo l’atmosfera. Cerco l’erba dentro lo zaino e poi inizio a girare uno spino.
Lei si guarda intorno. Ha un’espressione che fatico a comprendere. Non capisco se è imbarazzata o annoiata. Forse dovrei dire qualcosa. Quando è l’ultima volta che le ho parlato?
– Mi raccomando non scendere mai di gradazione o dopo vomiterai.
Un consiglio pratico mi sembrava una cosa carina da dire. Ma lei annuisce e poi continua con quell’espressione indecifrabile. Mi mette ansia e questo non va bene perché sta rovinando il mio ricordo eterno, così decido di passare all’azione e baciarla.
Nell’intento di avvicinarmi però perdo l’equilibrio e invece di atterrarle morbido sulle labbra, le do una specie di testata. Fortunatamente, grazie alla mia grande esperienza nel campo delle figure di merda, riesco a trasformare quell’incidente in un invito a sdraiarsi, anche se lei si irrigidisce, forse si è spaventata, sicuramente non si è eccitata.
– Rilassati: sei nel mio ricordo eterno.
E’ a questo punto che ha tirato fuori la lingua.