Gabbiani

L’altro giorno, approfittando della promozione settimanale, sono andato al cinema. Erano anni che non lo facevo. I cinema sono diventati dei posti non adatti per vedere film. Probabilmente è qualcosa che ha a che vedere con la mia vecchiaia, con i miei ricordi, come sempre, ma non riesco a rilassarmi su quelle poltrone avvolgenti prive di qualsiasi umanità, con queste sale immense piene di gente annoiata come nei centri commerciali che non cerca arte e comunque non la riceverebbe in tutti i casi. I film hanno smesso di raccontare, di spiegare, non è più cultura ma intrattenimento. Nei cinema non si può fumare, e questo per me equivale a scopare su un letto di chiodi.
Ho visto un film francese, o meglio un film di fantascienza francese ed è questo che mi ha incuriosito. Storicamente il cinema francese mi ha fatto sempre cagare. C’è qualcosa nella mimica degli attori francesi che li fa sembrare tutti cocainomani, dei manichini caricati a molla. I gesti, le espressioni, perfino il modo in cui camminano li fanno apparire qualcosa di lontanissimo, anche più dei loro colleghi orientali. Comunque sono entrato. Ho pagato i tre Euro del biglietto, ho schivato il venditore di popcorn dieci Euro al barattolo, ho scostato una pesantissima tenda rossa e sono entrato.
La storia sembrava scritta da uno di quei malati di complottismo. In un futuro abbastanza prossimo le case farmaceutiche dominano il mondo. E’ buffo come nell’arco della mia vita abbia visto film di fantascienza che a seconda delle epoche in cui erano stati girati riproponevano semplicemente un presente allargato. Negli anni Settanta il futuro era pieno di robot e astronavi, città pulite, case bianche e vuote; negli anni Ottanta il futuro era il racconto dei sopravvissuti a cataclismi nucleari; negli anni Novanta il futuro era una minaccia che veniva da fuori, la natura che prendeva le redini delle nostre sorti, il caso sotto forma di meteoriti che ponevano fine all’esistenza del mondo. Dopo il Duemila abbiamo smesso di immaginare il futuro, e tutto il resto, e hanno preso a rifare vecchi film in versione computer graphic, 3D, tric-trac. Deve avere un senso tutto ciò, lo so. Non esiste un film di fantascienza, in tutta la storia della fantascienza, in cui le cose vanno bene, la gente è felice, i problemi atavici risolti. Deve avere un senso tutto ciò, lo so.
La storia si svolge in una Parigi che ricorda le città di Blade Runner, perché dopo Blade Runner nessuno ha più saputo raccontare città diverse da quelle rappresentate in Blade Runner. Palazzoni alti, pioggia, cartelloni pubblicitari giganteschi e tridimensionali. Il protagonista è uno di questi muscolosi e cinici, brutale ma buono. Amo la fantascienza proprio perché ripropone sempre questi cliché. I cliché mi rassicurano: stupirsi nel Duemiladiciassette è un sentimento assimilabile alla delusione. Le case farmaceutiche dominano il mondo, e gli uomini possono vendersi per donarsi alla ricerca scientifica, mentre la gente è inebedita da uno sport che ricorda il valetodo, dove atleti dopati si scontrano in tornei all’ultimo sangue. Questo mi piace. Ho sempre sognato di vedere legalizzato il doping, partite di calcio dove la gente corre a novanta chilometri orari e tira pallonate che sfondano muri. Dovrebbero farlo, sarebbe divertente. Questi invece si danno mazzate tipo Ken il guerriero, iniettandosi sostanze mentre stanno sull’angolo del ring. Sì, mi piace.
Ma è un cazzo di film europeo, quindi i combattimenti sono pochi, perché in Europa quello che conta è il sentimento, l’approfondimento psicologico, la denuncia, vera o presunta, la riflessione, che andava bene quando i film li girava Monicelli e non l’ultimo dei coglioni che strizza l’occhio ai social. Per questo i film di fantascienza europei fanno cagare. E per questo mi piacciono. Tralascio lo svolgimento della storia, in quanto è la riproposizione di centinaia di altre storie identiche, per approfondire il finale in cui il protagonista muore.
Ho frequentato una scuola di cinema da ragazzo, sono diplomato in cinematografia, e so che una delle regole fondamentali è non deludere lo spettatore, non dargli scossoni, rassicurarlo, dimostrargli che il bene vince sul male e mai il contrario. Regola che i cineasti statunitensi da botteghino hanno sempre sacralmente rispettato e che da questo rispetto hanno sempre tratto vantaggi milionari. Il cinema europeo sembra sfigato proprio per questo. Quando quello è morto mi sono sentito tremendamente europeo, e mi sono riconosciuto nei valori del mio continente e al di là della storia del cazzo ho pensato: “Io culturalmente sono questo”. Io sono quello che fa morire i protagonisti delle proprie storie. Quando scrivo nei miei racconti non vince mai nessuno, al massimo dell’ottimismo si pareggia. Lo spirito stesso dell’Europa si sostanzia nella sofferenza, ed è questo che ci piace: la rappresentazione della condizione umana nella sua accezione più tragica, non della vittoria.
Quando sono uscito dal cinema, il cielo era bianco. Nuvole plumbee, indecise se rappresentare l’autunno o un’estate prematura. Gabbiani sopra i palazzi da trecentosettanta piani anni Ottanta che giravano in circolo come avvoltoi.
Ho pensato: “Dovrei suicidarmi”. E’ così che immagino la fine della mia vita. E’ così che ho sempre desiderato morire. Ho pensato: “Piano sequenza dall’entrata del cinema al mio sorriso. Stacco. Il marciapiedi, la gente che cammina, io fermo in time laps. Stacco. La strada. Passa un autobus. Gente che urla”.
Titoli di coda.