Riceviamo e pubblichiamo – 3. Il tempo degli alberghi

Esimia Redazione,
da qualche tempo non possiedo più una casa, e così da qualche tempo vivo negli alberghi. Questo tempo è molto, direi cinque anni, direi dieci, ma forse potrei dire venti. Che importanza ha? Ogni settimana puntuale cambio hotel, anche se mi trovo bene, anche se magari stringo amicizia con qualcuno, a un certo punto l’abbandono è più forte di me. Mi piace quel momento in cui infilo tutte le mie cose nella valigia, e conto i ricordi uno a uno. Ogni volta dentro c’è qualcosa di nuovo e qualcosa che non c’è più, come quella cravatta che mi aveva regalato non mi ricordo più chi, né so perché era così importante, ma lo era. Giuro, e adesso non la trovo più.
Al suo posto una sveglia, di quelle che proiettano i numeri sul muro, ma è senza batterie, non proietta niente infatti me la porto dietro solo perché mi fa tenerezza. Mi ricorda me. Direi perché è senza batterie, direi per questa cosa che potrebbe ma non può, ma forse posso dire che potrei dire qualsiasi cosa e non sarebbe quella giusta. Che importanza ha?
Ogni settimana cambio albergo. Cioè, io li chiamo alberghi ma in verità sono poco più che stamberghe per camionisti. Però non è quello l’essenziale, anzi non c’entrano nulla le stelle in questo caso. E’ che poi apro la valigia, e rimetto tutte le cose al loro posto che è sempre lo stesso in qualsiasi motel io mi trovi. Gli abiti nell’armadio, e ci sta sempre un armadio; gli oggetti per la toilette nel bagno, e c’è sempre un bagno. La sveglia che non sveglia invece sul comodino, e non manca mai almeno un comodino. Ecco, alla fine ogni stanza poi si assomiglia: il bagno potrà stare a destra invece che a sinistra, l’armadio più piccolo o più grande, e il comodino in legno o di plastica. Che importanza ha?
Poi mi affaccio. E’ la prima cosa, nemmeno mi spoglio, neanche poso la valigia, niente, entro e apro la finestra. Fuori quasi sempre c’è una strada trafficata, a volte intasata, dietro di lei una specie di natura, cioè qualcosa che la ricorda più che altro per i colori tipo verde, marrone, a seconda delle stagioni. Rumore. E’ per questo che richiudo la finestra, ed inizio a ispezionare la camera. Al principio mi soffermo sulle pareti. Trovo che in certi casi la bruttezza, l’estrema bruttezza, equivalga alla bellezza in termini di sensazione. Non mi saprei spiegare altrimenti perché rimango in estasi ad ammirare quei muri violentati da tutte le sfumature del rosa, del cachi, del giallo nicotina. Ah, ecco: la seconda cosa che faccio è accendermi una sigaretta. Appena leggo il cartello di divieto. Direi che è un mio modo per conservare un certo spirito rivoluzionario, direi che c’è una parte di me cosciente di essere un coglione che rivendica la sua natura, direi che in fondo è solo una sigaretta. Che importanza ha?
A questo punto metto a posto gli oggetti nella valigia, mi spoglio e vado a farmi una doccia. E’ incredibile come l’acqua mi bagni sempre allo stesso modo ovunque io scappi. Poi nulla. Non ho più niente da fare. Mi sdraio sul letto, ne saggio le caratteristiche, tocco le coperte per capire di che materiale sono come se io fossi in grado di distinguere un cashmere da un pelo di topo. Per abitudine guardo l’orologio per controllare l’ora ma quello è spento e allora mi affido all’ombra dei lampioni sul muro per stabilire a che punto della noia sono arrivato. Direi che in quei momenti penso forse sarebbe ora di cambiare di nuovo albergo, direi che sento una certa mancanza di qualcosa che io non mi so dare, direi che mi sono perso un’altra volta qualcosa dalla valigia. Ma che importanza ha?

Annunci