La seconda volta – 12. La mia ombra è un demone

Poi per un po’ calò il naturale silenzio che dovrebbe esserci sempre tra due estranei. La macchia di catarro, afflosciatasi su un lato, smise di ricordarmi un fiore e dell’autobus non c’era ancora nessuna traccia. Il vecchio emise un colpo di tosse, poi una specie di risucchio seguito da un sibilo proveniente direttamente dai polmoni.
– Tu, invece, come sei morto?
Riuscì a pronunciare nell’affanno.
– Io non mi ricordo come ho fatto. Pensavo che nessuno ci riuscisse qui.
Risposi proteggendomi la faccia dai colpi di tosse con una mano.
– Ah, non lo ricordi.
Quella specie di spasmo gli era passato, e prese a pulirsi la bocca con una manica. Rimase qualche secondo senza forze, con le braccia abbondonate sul sedile di gomma morbida. Io lo osservavo con la coda dell’occhio, per non imbarazzarlo ma soprattutto perché mi faceva abbastanza schifo la scena. Il sole come al solito era alto, le nostre ombre si confondevano con quelle degli alberi ai lati del marciapiedi. La mia, incrociandosi con quella di alcuni rami, formava una creatura smilza, con due grandi ali da pipistrello, ma bucate. Sembrava ne fosse rimasto solo lo scheletro attaccato a quel corpo magro, dal quale sopra la sua testa canina spuntavano due corna ossute e fini anch’esse. La mia ombra era un demone. La brezza a tratti scuoteva leggera gli alberi, e pure quel diavolo batteva i resti delle sue ali nel tentativo di librarsi, riuscendo però solo a rimanere incollato al pavimento, agganciato ad una catena invisibile al bordo del marciapiedi.
– Brutta cosa – riprese il vecchio, come trasalendo.
– A cosa si riferisce esattamente?
– Che non ricordi.
– In verità a me non pesa molto. Saperlo non cambierebbe la mia situazione.
– Ah no, questo è vero. Però forse non sai che solo in due occasioni noi morti non ci ricordiamo come abbiamo perso la vita.
– E cioè?
– Se sei stato ucciso, o se ti sei suicidato.
– Quindi lei pensa mi abbiano ucciso?
– Perché hai scartato a priori il suicidio?
– Non so. Forse perché non penso che lo farei. Credo di amare abbastanza la vita, come si dice.
– Ma sei morto.
– Amo abbastanza anche la morte. Cioè non nel senso che…
– I morti non amano la morte. Infatti fanno di tutto per ricordarsi la vita.
– Volevo solo dire che non credo io possa essere morto suicida, ecco.
– Capisco. Dunque chi pensi ti abbia ucciso?
– Be’ io… Non saprei…
– Cosa eri da vivo? Un bandito, un poliziotto o un soldato magari?
– Niente di tutto questo. Credo di essere stato un lavoratore normale, un impiegato o qualcosa del genere.
– Credi? Cioè non ti ricordi nemmeno quale era la tua professione?
– Non ricordo molto di quando ero vivo. Ho degli sprazzi, delle finestre di ricordi che appaiono solo se sollecitati in qualche modo dagli eventi presenti, ma non ho una visione di insieme.
– E della tua morte non hai “sprazzi”?
– Sì, ricordo una canzone orribile in sottofondo. Una finestra con le tapparelle abbassate quasi del tutto, la luce che filtra, una stanza in penombra. Tutto qui.
– Hum. In effetti potrebbe essere la scena ideale sia per un suicidio che per un omicidio. Interessante. In quella stanza stavi solo?
– Non lo so, credo di sì, ma è solo una sensazione.
– La finestra a che distanza stava da te?
– Be’ tre, quattro metri. Nel ricordo la vedo nella sua interezza, quindi non dovevo stargli troppo vicino. Pensa che mi sia buttato di sotto?
– No, provavo solo a immaginare.
– E cosa?
– Tu, al centro di una stanza semibuia, con le finestre abbassate, una musica che probabilmente non hai scelto, forse proviene da una radio. Non hai la percezione di quanta gente c’è con te, o se stai solo, magari hai bevuto o ti sei stordito con qualche altra cosa. Non fai altro che stare fermo osservando il nulla, mentre in sottofondo una canzone che ti fa così schifo che ancora adesso te la ricordi rimbomba nella tua testa. A questo punto dovrebbe spuntare qualcuno dal buio e pugnalarti, ma tu non te lo ricordi. Ti ricordi la luce che filtra dai fori delle tapparelle, ma nessuna lama che brilla al suo riflesso, né nessun colpo di pistola a spazzare via il ricordo di quella canzone di merda.
Il demone sotto i miei piedi sbatteva le ali infuriato ma non poteva scappare: le sue ali erano solo due rami incrociati e per quanto non lo volesse rimaneva ancorato alla Terra come un somaro al suo giogo.
– Io non mi sono suicidato.
– Allora chi ti ha ucciso?
– Ti ho già detto che non lo ricordo. Ma non c’è un modo per accedere al proprio passato? Siamo all’Inferno, dovrebbe bastare una telefonata.
– No, non è possibile. Qui hanno potere solo sulla condizione di cadavere, da quando sei deceduto in poi; quello che viene prima non gli compete in nessun modo. Se vuoi scoprire come sei morto hai solo una possibilità.
Poi il vecchio si interruppe di nuovo preda dei suoi spasmi catarrali. Mentre aspirava con tutta la forza per far penetrare l’aria attraverso i miasmi di cui dovevano essere pieni i suoi polmoni, con un braccio indicò in alto verso sinistra, ma quando provai a seguire con lo sguardo quella direzione non vidi nulla. C’erano solo i tetti delle solite villette a schiera, e dopo il cielo, e dopo ancora il cosmo, e dopo di lui non lo sapevo. Esattamente come da vivo.

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