La seconda volta – 23. Acca

Poi la monotonia del viaggio prese il sopravvento, e la malinconia si annacquò dietro non so più quale curva o cespuglio, per sparire poco dopo completamente insieme alle sue domande. La malinconia assomiglia a quegli acquazzoni estivi che arrivano senza preavviso dopo una giornata di sole, durano qualche minuto, devastano e poi se ne vanno così come sono arrivati.
Durante il mio pellegrinare verso una festa che al quel punto non sapevo nemmeno più se era ancora in corso, il pappagallo mi tenne compagnia, e lo fece sicuramente meglio del conducente di cui non ricordavo più quale fossero state le ultime parole che mi aveva rivolto. Anche nel suo stato comatoso l’uccellino aveva impegnato i miei pensieri distraendoli per un po’ dal rimuginare sull’assenza di argomenti a cui pensare. Per prima cosa mi sarebbe piaciuto sapere come era finito nel mio autobus. Chissà forse un animale feroce l’aveva inseguito e lui aveva trovato riparo tra le mie gambe, anche se non avevo visto nessuna forma di vita a parte quello stormo di pappagalli durante tutto il lunghissimo tragitto. Allora forse si era semplicemente sbagliato, una rotta errata, un ostacolo imprevisto durante il volo, la causalità: aveva trovato per puro caso il finestrino aperto nell’istante del suo incidente e ci è caduto dentro. Ma non potevo nemmeno scartare l’ipotesi della volontà. Magari il pappagallo aveva volontariamente scelto me, anche se scartai subito questa possibilità in quanto lui era ferito. Questo lo poneva in una situazione d’emergenza nella quale quello che conta è solo salvarsi e per questo elimina ogni possibilità di libera scelta. Peccato. Un po’ mi dispiaceva che non avesse voluto sul serio stare con me. Elaborai un’altra serie di congetture ma nessuna portava a una logica e definitiva conclusione sul motivo della sua presenza in quell’autobus, quindi decisi di smettere di pensarci ma nel momento stesso in cui lo feci avvertii un’insolita sensazione di solitudine. Mi sentivo intimamente legato a quell’esserino indifeso, e anche se ancora non aveva nemmeno mosso un’ala, già avvertivo la dipendenza dal suo bisogno di protezione. A volte la necessità di veder realizzate le proprie aspettative supera la realtà dei fatti, ma cosa è in fondo la realtà quando si è morti? Quando sei morto non ci sono più punti di riferimento se non quelli ai quali i tuoi ricordi attribuiscono un qualche valore. C’è gente qui all’Inferno che ama ancora come faceva da adolescente, incapace di incamminarsi verso un’evoluzione qualsiasi della propria emotività, senza superare mai quel confine che lega le proprie emozioni alla propria razionalità, e tutto perché sono morti prima di diventare adulti. Non parlo del loro corpo fisico, parlo dei loro stati d’animo, deceduti ben prima della morte naturale. Ed è per questo che non esiste amore all’Inferno, non perché regna l’odio ma perché l’amore non lo sa fare nessuno. La maggior parte di noi passa il tempo ad ammirare uno stato del passato mai esistito che la memoria per qualche inceppamento ha registrato come amore e quando provano a riprodurlo non riescono a far altro che chiederti il motivo della tua morte.
Il pappagallo è la cosa più vicina all’amore che mi è capitata da quando sono morto.
Per questo decisi che dovevo dargli un nome, perché l’amore, nelle sue manifestazioni più basse, esige un simulacro da adorare. Non sapevo nemmeno il suo sesso, né sarei stato mai in grado di stabilirlo, così decisi di chiamarlo con una lettera promettendo che semmai un giorno avessi scoperto se era maschio o femmina avrei usato quella lettera come iniziale per il nome. Da quel giorno il mio pappagallo si chiamò Acca.

Annunci