La seconda volta – 22. Sotto vuoto

Il conducente gridò: “Radice!”, e l’autobus sobbalzò violentemente. Non che di solito il suo procedere fosse privo di scossoni, ma quella fu una botta fortissima tanto che fui sbalzato per qualche decina di millimetri sopra il sedile. Fui sicuro di udire un qualche rumore di lamiera rotta e per un istante fui colto dalla paura che il nostro viaggio finisse lì, che l’autobus non ce l’avrebbe fatta a reggere l’urto e che invece di raggiungere la festa saremo rimasti in quel posto dimenticato da tutti chissà per quanto. Invece l’autobus, dopo la botta, riprese a viaggiare come aveva sempre fatto, come se l’impatto della radice non fosse mai avvenuto. Anche il conducente tornò in silenzio. Mi guardai intorno per accertarmi che il vecchio mezzo, sul quale stavo viaggiando ormai da un tempo incalcolabile, non si fosse disintegrato e fu in quel momento che mi accorsi di avere qualcosa sulle gambe. A prima vista mi sembrò uno straccetto accartocciato su se stesso, ma solo quando lo toccai mi accorsi che doveva essere qualcosa di organico. Era un uccello, un piccolo pappagallino verde, apparentemente svenuto. Pensai subito alla scena a cui avevo assistito qualche secondo prima e non potei fare a meno cercare una correlazione i due eventi, senza peraltro trovarne una con un minimo di logica. Lo accarezzai il più lievemente possibile sul dorso, ma lui non si mosse. Non era caldo, certo, ma nessuno lo è qui, e non respirava anche se pure questo all’Inferno non vuol dire nulla visto che siamo già tutti morti, animali compresi. Però la Guida ai Servizi mi aveva spiegato che le bestie possono morire due volte, che è una specie di compensazione per una vita spesa senza capire di essere vivi, quindi poteva essere che l’uccellino si trovasse alla fine della sua seconda esistenza o, se vogliamo, all’inizio della sua seconda fine.
Venni colto da un inatteso istinto di protezione. Lo strinsi tra le due mani sollevandolo delicatamente, portai il suo musetto vicino il mio naso giusto per cercare in lui un pur piccolo cenno di attività vitale. Il pappagallino scosse lievemente l’ala: era vivo, cioè era morto, o quella via di mezzo strana che ci tocca a noi defunti. Aveva perso una zampetta anche se il sangue sul moncherino era coagulato, il becco ce l’aveva leggermente scheggiato e da un occhio colava una specie di bava biancastra. Chissà era malato. Mi venne spontaneo abbracciarlo con le mani e portarmelo al petto. Forse non ne aveva bisogno, non c’è niente di taumaturgico nel contatto tra epidermidi, nessuna ferita si è mai rimarginata semplicemente sfiorandola. Ma mi resi d’un tratto conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che avevo abbracciato un altro essere e subito dopo pensai quanto tempo era che nessuno abbracciava me e non seppi stabilire a quale esigenza stavo rispondendo nello stringere il pappagallino, se a quella nobile di darsi o a quella legittima del prendere. L’uccello aprì un occhio fissandomi. “Non ti spaventare”, pensai, “adesso stai al sicuro con me, ti proteggerò io, piccolo e indifeso passeggero di questa non vita”.
Poi mi commossi. Cioè non fu proprio come succedeva prima, non mi uscì nessuna lacrima ma solo perché non ne avevo più. Gli occhi si arrossarono, un poco si gonfiarono e la pupilla si inumidì dando fondo a tutte le riserve di liquidi che gli erano rimasti. E soprattutto fui pervaso da un senso profondissimo di tristezza che non è dello stesso tipo che ti prende quando sei vivo e puoi contare su una qualche maniglia dove aggrapparti per risalire la china. La tristezza dei morti è priva di scialuppe di salvataggio, i tuoi pensieri sono tutti impegnati a farti visualizzare con estrema chiarezza la tua condizione di morto, solo e perennemente attonito in mezzo a un nulla cosmico  che non sai spiegare e al quale solo il caso ha dato una forma. Quel pappagallo non era altro che la rappresentazione plastica della mia condizione, così che di nuovo non fui capace di distinguere se quell’angoscia che metteva sotto vuoto tutte le mie emozioni dipendesse dalla mia o dall’altrui sofferenza.

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