La seconda volta – 33. Lo gnu

Pronunciò quel nome usando molta enfasi, con una pausa prima del cognome, e per la prima volta da quando aveva iniziato a parlarmi si girò per guardarmi. Non che fosse realmente interessato alla mia faccia, piuttosto curioso di osservare l’espressione di supposto stupore che quel nome avrebbe dovuto evocarmi. E invece a me Masha Davano faceva venire in mente una subrette anni Quaranta, una che per mestiere scende delle scale avvolta da piume colorate e paillettes, o al massimo una televenditrice di creme di bellezza, e in tutti i casi niente che abbia a che fare col sesso, insomma, ammesso esista un modo di farsi chiamare che faccia venire in mente il sesso. Non so cosa abbia visto quel tizio nel mio sguardo, ma si voltò di nuovo a fissare quell’angolo buio dove stavano proiettando i suoi ricordi.
– Masha Davano era una specie di leggenda, qualcuno affermava nemmeno esistesse, altri che era solo il nome in codice di un’organizzazione segreta che rapiva la gente per farla diventare schiava del sesso. A quale scopo però nessuno lo specificava. Una notte, alla fine di un’orgia in una villa dove mi ero particolarmente annoiato, mentre mi stavo rivestendo, notai un uomo accasciato su una poltrona, completamente sudato e nudo. Piangeva mentre si copriva il volto con le mani, e non era un pianto dimesso, no, al contrario: singhiozzava, lamentandosi disperato, farfugliando qualcosa. Incuriosito mi avvicinai e gli chiesi se si sentisse bene, se aveva bisogno d’aiuto, ma lui quasi non riusciva a parlare tanto era il suo sconforto. Quando si riprese un po’ iniziò a raccontarmi della Davano, di come dopo di lei tutte le altre pratiche erotiche non sortissero più nessun effetto su di lui, e della tristezza profonda che gli causava l’impossibilità di rincontrarla ancora. Gli offrii da bere, e mi feci raccontare meglio. Tirò fuori un biglietto, anzi un pezzo di carta, dove era annotato a matita il numero che lui diceva appartenere a Dasha Davano, mi disse che se avessi voluto conoscere il vero significato della parola sesso, lei era l’unico modo per farlo. Ma disse che dopo aver fatto l’amore con lei, tutto il resto avrebbe perso di significato, e che come una droga letale avrebbe inquinato la mia vita per sempre.
– Quindi lei, naturalmente, non cercò mai di contattare Dasha Davano giusto?
– Sbagliato. Nessuno tiene conto delle conseguenze, quando si trova a dover scegliere tra una grande fonte di benessere e la triste e avida quotidianità. Siamo come topi impegnati nella continua ricerca dell’uscita dalla fogna nella quale viviamo. Non capisci? Non c’è altro da fare nella vita che cercare la felicità.
– La felicità non esiste.
– Che cazzata. Certo che esiste, è scarsa, è cara, è complicata, ma esiste, e se non lo sai allora mi fai proprio pena.
In verità non me lo ricordavo, come tutto il resto, se ero mai stato felice. E il concetto stesso di felicità, quando provavo a pensarci, mi riveniva in mente come un concetto privo di contenuto, un’immagine retorica, come quando pensi allo gnu: sai cosa è lo gnu ma non lo hai mai visto dal vivo, né toccato. Sai semplicemente che esiste. Non c’è molta differenza tra lo gnu e la felicità a volte.
– Comunque presi quel biglietto e la chiamai. Non rispose nessuno, o meglio, nessun essere umano. Semplicemente una segreteria telefonica ripeteva, con voce metallica, un indirizzo per un minuto e quaranta secondi, così presi nota e partii alla volta di quella sempre più misteriosa destinazione. Le indicazioni mi portarono a un vecchio palazzo in centro. Non c’era nulla di particolare in quell’edificio, c’erano persino dei panni stesi sui balconi, e dei ragazzini che giocavano nell’androne del portone. Sul citofono non c’era nessuna signora Davano, ma notai che c’era un solo tassello completamente bianco, senza nome, così decisi di suonare proprio quello, e qualcuno aprì il portone senza nemmeno chiedermi chi fossi.

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