La seconda volta – 18. La guerra degli uccelli (III)

di Roberto Albini

Il governatore Ovida non replicò. Si avvicinò a Saverio di un passo, e cercò di scrutarlo fin nelle profondità di quel suo unico occhio, dove sperava di trovare il significato recondito di quella frase. “Perché la causa dei nostri problemi è sempre altrove, irraggiungibile, intangibile e quasi mai volteggia sopra le nostre teste”. Guardò istintivamente in alto: non c’era niente lassù, nemmeno un insetto, nemmeno una nuvola. Solo incredibile vuoto azzurro, e luce intangibile. Però il governatore Ovida, ormai assuefatto al torbido ambiente dove aveva germogliato la sua brillante carriera, sapeva che ogni parola nasconde un messaggio, e che ogni frase non va mai interpretata usando le orecchie, ma il cervello. Gli uccelli usano le parole come l’assassino usa il pugnale e non come il cavaliere la spada. Sapeva che la fine arriva sempre annunciata. Bisogna solo stare attenti a quello che si ascolta: tutti in fondo possono farti del male, tutti alla fine vogliono farti del male. Ed ora si trovava di fronte a questo pretore orbo, ferito, allo strenuo delle sue forze, e non riusciva proprio a capire come avrebbe potuto provocargli danno, anche se percepiva che avrebbe potuto farlo.
– Cosa vuoi dire pretore?
– Che morirono moltissimi piccioni, ma che tuttavia non furono sconfitti, non quella volta almeno.
– No, non mi hai capito. Voglio dire cosa significa l’altra frase, quella dei problemi e del volteggiare.
– Oh, ma niente governatore. E’ solo un mio vezzo, mi piace concludere i periodi con un commento. Che importanza ha?
– Cosa ha importanza in questa parte di territorio lo decido io, pretore. Lei deve solo rispondere alle mie domande. Mi sta forse minacciando?
– Ma governatore non mi vede? Non vede che quasi nemmeno riesco a stendere le ali? Non si è accorto che respiro a fatica e neanche so se riuscirò a farlo ancora per molto? Come posso essere una minaccia?
– Non intendo lei. O almeno non l’ho ancora capito. Questa allusione al cielo, alla mia testa, ai problemi. Ci sono due possibilità: la prima è che non intendesse dirlo, e allora la prendo come una confessione non trattenuta della sua coscienza. L’altra è che vuole farmi capire qualcosa, qualcosa che ha che fare con la mia testa, con qualcuno che volteggia sopra di me e che mi causerà problemi. Allora, pretore, quale delle due cose devo pensare?
– Le assicuro governatore che si sta assolutamente sbagliando. Era solo una frase così, per concludere la storia. Una riflessione sulla nostra incapacità di capire la natura profonda dei problemi e di accettare per buona sempre la risposta più semplice, più facile da capire.
– Già. Perché naturalmente se lei avesse voluto intendere un’altra cosa, un avvertimento per esempio, lo avrebbe detto esplicitamente, non è vero? Avrebbe detto: “Governatore io e lo stormo che sta venendo in mio soccorso tra poco la destituiremo, e allora vedrà i problemi cadergli direttamente addosso, dall’alto, lei perderà il governatorato, la sua gente sarà trucidata, e noi, pappagalli di Roma, domineremo ancora su queste terre”. Avrebbe detto così, non è vero?
– Governatore, mi sembra che lei stia travisando, e io sono venuto fino a qui solo per…
– Già: perché è arrivato fin qui pretore? Perché si è spinto in fin di vita tanto lontano? Perché ha chiesto aiuto proprio a me?
– Governatore: la colonia di pappagalli romani si è estinta. Sono tutti morti e io sono l’unico sopravvissuto, per ora. La sua colonia è la più grande, la più potente, e la più vicina a Roma, ho pensato subito a lei, anche per la sua fama di saggezza e magnanimità. Nessuno mi può aver seguito, semplicemente perché non esiste più nessun pappagallo che io conosca. A parte lei, che ora è il mio punto di riferimento, il mio diretto superiore, e la mia unica fonte di salvezza.
– Lo dimostri allora.
– Dimostrare cosa?
– Che mi è fedele.
– E in che modo signore?
– Sacrifichi qualcosa di suo in mio onore.
– Ma io non ho nulla.
– Allora mi darà una parte del suo corpo. Tribuno Anagaste, tagli una zampa a questo pappagallo!
Anagaste si aggiustò l’elmo con un’ala, si staccò dalla fila di soldati da dove stava assistendo alla scena, e con l’altra sguainò la spada facendola tintinnare al suolo.
– Signore non può farmi questo, non può chiedermi questo. Sono un pretore dell’impero, non oserei mai tradirla!
– Delle parole, uno come me, non se ne fa nulla. Dimostrami quanto mi ami, a che punto arriva la tua fedeltà. E sappi che se non mi darai la tua zampa, io ti toglierò il cuore.
Saverio ebbe un mancamento. Un’ala cedette e cadde sbattendo il muso senza poter opporre resistenza. Anagaste si avvicinò sicuro e fiero, con lo sguardo vuoto, lo stesso che hanno tutti quelli che eseguono gli ordini di qualcun altro. Afferrò Saverio per il collo costringendolo al suolo, con un colpo di piatto della sua daga spostò la coda, e con un colpo rapido di lama tagliò la zampa.
– Soccorretelo adesso. Deve finire di raccontarmi la storia
Ordinò il governatore quasi sotto voce.
Saverio giaceva in una pozza di sangue. Intorno a lui un gruppo di soldati stavano facendo qualcosa, ma lui aveva la sensazione di stare in un altro posto. Il dolore dell’arto amputato lo avvertiva distante, le voci parevano fruscii indistinti di foglie mosse dal vento. Per un attimo si ricordò di aver già vissuto quel momento, il momento in cui si smette di vivere, e nonostante tutto quel soffrire, gli venne di conforto l’idea che comunque vadano le cose si muore solo una volta.

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