La seconda volta – 16. La guerra degli uccelli (I)

di Roberto Albini

In qualunque luogo si trovasse questa festa, era un posto lontanissimo, così lontano che durante il tragitto per raggiungerla a tratti veniva meno la sensazione che esistesse sul serio e si faceva largo il pensiero di stare solamente procedendo, senza meta. La strada che aveva imboccato ormai da ore il conducente, era un budello stretto e completamente dritto che tagliava in due il paesaggio: da un lato si estendeva fino all’orizzonte un deserto roccioso, completamente arido e privo di vegetazione; dalla parte opposta c’era una vallata che forse un tempo, se questo termine all’Inferno ha un senso, era stata verde e rigogliosa e che invece ora, a causa sicuramente del sole costante, si era trasformato in un lago dorato di erba arsa dal calore. Avevamo smesso da tempo di cantare, il conducente era tornato a impegnarsi a tenere gli occhi svegli e io, povero cadavere annoiato, non avevo altra alternativa che osservare il panorama per poter alleviare il tedio del viaggio.
Ma pure lui, come tutto il resto, sembrava solo un’enorme fotografia. Tutto giaceva immobile e uguale a sé stesso se non per insignificanti particolari, come la forma di qualche masso, la loro disposizione, o la direzione verso il quale era inclinato un ciuffo di vegetazione. Per il resto, nonostante stessi percorrendo un rettilineo sconfinato, mi sembrava di girare intorno allo stesso punto.
Fino a quando in lontananza scorsi qualcosa in movimento. Al principio erano solo dei puntini neri al centro di quell’oceano di sterpame giallo che si estendeva ovunque al di là del finestrino. I puntini sembravano agitarsi anche se al mio avvicinarmi rimanevano sempre troppo piccoli rispetto al resto. Dovetti arrivargli molto vicino per poter capire che si trattava di uno stormo di uccelli, tutti raggruppati al centro della vallata. Li vidi distintamente solo per qualche secondo, il tempo di passargli a fianco con l’autobus. Erano pappagalli, un gruppo di un centinaio di esemplari, sostavano raggruppati in circolo mentre uno di loro, che si trovava nel centro esatto di quell’assemblamento, proprio in quell’istante spiccò il volo sparendo tra la luce. Durò poco ma in quell’affogare di noia, mi sembrò lo spettacolo più bello dell’Inferno.
Circa venti minuti prima del mio passaggio, Saverio sbucò dai raggi accecanti del sole, sfuocato e claudicante. Aveva un’ala quasi spezzata, il piumaggio della schiena strappato in vari punti da dove si potevano intravedere ferite profonde. Aveva perso un occhio, il suo volare era incerto e faticoso e se il suo viaggio fosse durato appena poco di più probabilmente non sarebbe arrivato vivo. Era allo stremo delle possibilità per un pappagallo piccolo come lui, eppure eroicamente si aggrappò a tutte le sue forze e agli insegnamenti morali della sua rigida educazione che ponevano al primo posto la dimostrazione costante della superiorità della sua razza rispetto a tutti gli altri uccelli. A terra già riusciva a intravedere Ovida, il governatore di questa regione, e il suo esercito schierato in circolo, con i becchi rivolti verso di lui, in un’attesa che sotto quel solo costante, in questa zona orfana di qualsiasi tipo di ombra, doveva essere stata impegnativa anche per loro. Saverio atterrò poco distante dall’adunata. Più che atterrare si lasciò precipitare sperando nelle correnti d’aria che puntualmente non si presentarono. Cadde scomposto, esausto, nell’impatto si ruppe una zampa, poi scivolò per inerzia lungo qualche metro per poi rimanere immobile. Anagaste fece due passi preoccupato che fosse morto, ma Ovida lo fermò stendendo un’ala. Saverio rimase incosciente qualche minuto, dopo mosse la coda per farsi leva e aiutandosi col muso e le ali doloranti si rimise in piedi. Osservava il governatore con un occhio solo, intorno a lui era tutto uno sfarfallio di luci colorate che probabilmente vedeva solo lui, e per un attimo volle credere che era stato tutto un sogno, un’allucinazione,  che lui non si trovava realmente in fin di vita, così lontano da casa.  Riuscì a trascinarsi verso il gruppo usando quel genere di forza che hanno tutti quelli che l’hanno finita, e che per generarsi non si avvale della disperazione ma piuttosto dell’eco della volontà che hanno tutte le coscienze di opporsi a qualsiasi tipo di fine.
Il governatore Ovida allora si mosse lento, con quel suo naturale incedere elegante e fiero allo stesso tempo, ricoperto di un piumaggio verde brillante striato di arancio che, sotto i colpi di quel sole infame, brillavano come le medaglie di un generale veterano.
– Dunque è vero.
Saverio annuì senza trovare fiato per parlare.
– Sei in grado di dirmi il reale stato delle cose? Cosa è successo di preciso e quanti sono sopravvissuti?
Saverio scosse il becco.
– Vuoi dire che sono tutti…
– Tutti tranne me Signore.
Lo sforzo della risposta impose a Saverio una pausa.
– A Roma non ci sono più pappagalli Signore, né gabbiani, né cornacchie, né piccioni. Sono tutti morti, Signore.
– Ma come è stato possibile? Noi siamo portatori di civiltà e sapienza, colonizzatori dei tre quarti dei cieli conosciuti, conquistatori rispettosi e saggi, non abbiamo mai combattuto una guerra negli ultimi milleduecento anni, abbiamo sempre rispettato i territori dove siamo migrati e gli altri uccelli ci hanno sempre ricambiato. Cosa può essere successo a Roma? Quale nuovo modo per ucciderci ha inventato stavolta la natura?
– La natura non c’entra Signore. Siamo stati noi, noi pappagalli, il nostro scriteriato raziocinio.
– Vorresti dirmi che sono impazziti tutti i pappagalli romani? Che hanno deciso volontariamente di estinguersi? E pure se fosse, ricorda, anche la follia, la mania di autodistruzione è una creazione della natura. Pensaci bene prima di insultare la nostra razza quando ti trovi di fronte a un governatore dell’Impero.
Saverio cedette su un lato, ma rimise subito in posizione eretta per quanto gli era possibile fare.
–  Signore, quello che ci è successo non attiene strettamente alla creazione di madre natura. Lei non può condizionare le nostre decisioni, non è lei a instillarci i desideri. La natura non ci suggerisce come organizzare i nostri eserciti affinché siano più letali, non ci dice nulla a proposito di come organizzare la nostra società, né influisce in nessun modo nella nostra volontà di sopraffare i nostri limiti che sono l’unica cosa di veramente naturale. A Roma i pappagalli si sono ritrovati sottomessi da qualcosa che fino ad ora non ci era mai capitato, che ha generato comportamenti inaspettati con conseguenze imprevedibili e per molti aspetti inimmaginabili.
Ovida non rispose. Fece un passo avanti e lo fissò nell’unico occhio che era rimasto a Saverio, poi spinse il becco a toccare il suo. Intorno gli altri componenti dell’esercito assistevano muti a quegli scambi. Perfino il tribuno Anagaste, in piedi al lato del suo governatore, non aveva osato interferire nella conversazione.
– Parla allora, prima che la vita ti abbandoni. Raccontami cosa è successo a Roma. Spiegami cosa non riesco a prevedere né a immaginare.

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