La seconda volta – 15. Oh parmigiano portami via

di Roberto Albini

L’autista sgranò gli occhi come si fosse risvegliato di colpo da un sonno profondo e contemporaneamente mise in moto l’autobus che partì con uno scatto sgangherato. Non ero nemmeno sicuro mi avesse ascoltato, mi dava più l’idea che rispondesse a un suo modo di intendere il concetto di guida. Fissava inespressivo la strada che per fortuna procedeva retta, mentre era del tutto concentrato nel tenere le palpebre alzate. Di tanto in tanto una cedeva e lui guidava con un occhio solo per alcuni metri, fino a quando, con uno sforzo che a me pareva sovrumano, riusciva a riottenere il controllo apparente della situazione. Sembrava in costante lotta col sonno. Anche mio padre aveva questo difetto, questa peculiarità diciamo, di addormentarsi alla guida durante le ore notturne, quando per notturno si intende semplicemente l’assenza di sole. Quindi a lui prendeva sonno anche alle diciannove, se conduceva d’inverno. Mia madre fin da piccoli ci aveva addestrato a tenere sveglio papà durante i tragitti in auto. Era tutto un cantare di sigle di cartoni animati, di canzoni romanesche ma anche di cori alpini. C’erano le immancabili Bella Ciao e La macchina del capo, Marameo perché sei morto e anche uno stornello di cui conoscevamo solo la prima strofa, che parlava di un torpedone e di turisti, che ripetevano in loop per ore. Noi alla fine ci divertivamo, mio padre in qualche modo evitava di farci finire sotto qualche dirupo, mentre mia madre alla fine dei viaggi arrivava sempre stanchissima, come li avesse fatti a piedi.
Allora per aiutare l’autista a non dormire mi venne in mente di cantare. Iniziai proprio con Bella Ciao, cercando di coinvolgere anche lui che invece continuava a fissare algido la strada. Poi proseguii con Atlas Ufo Robot, grande classico delle mie gite giovanili, e poi snocciolai tutto il mio repertorio fatto di canzoni di cui ricordo forse solo il ritornello. Dopo un paio d’ore dovetti arrendermi per la stanchezza, ma non credo che l’autista si sia mai accorto della fine della mia perfomance. A un certo punto vidi chiaramente che stava guidando con gli occhi chiusi, e mi spaventai. Di cosa di preciso non so dato che ero già morto. E ci pensai a questo fatto strano che nonostante la morte mi avesse già preso, avevo ancora il terrore di finire di nuovo tra le sue braccia. Forse era solo un altro di quei perversi meccanismi dell’Inferno, un modo sottile di infondere sofferenza, come quando si rischia di affogare da bambini e si rimane con la paura dell’acqua e l’eterna assenza di mare.
– Tu come sei morto?
Me lo chiese così all’improvviso, con la stessa naturalezza con cui me lo aveva chiesto il vecchio alla fermata, così che dedussi che chiedersi la causa della propria morte, da morti, è una domanda retorica così come quando da vivi ci si domanda lo stato della salute prima di iniziare una qualsiasi conversazione.
– Io, non me lo ricordo del tutto.
– Cioè?
– Cioè non mi ricordo come sono morto, ecco.
– Brutta storia.
– Sì lo so me lo hanno già detto. Ma ho dei ricordi, anche se sbiaditi. Forse è solo una questione di tempo.
– Non ci sperare. O te lo ricordi subito o non te lo ricordi più. Sei un suicida?
Rimasi colpito da come l’argomento lo avesse quasi del tutto risvegliato, tanto da riuscire persino a incalzarmi.
– Ma se ti ho detto che non conosco le cause della mia morte come faccio a risponderti? Tu piuttosto, come ci sei arrivato all’Inferno?
– Ah, io come un sacco di altra gente. La mia è stata una morte banale alla fine.
– E cioè quale?
– Sono morto in un incidente stradale.
Chissà perché non rimasi particolarmente stupito.
– E ti hanno messo a condurre un autobus?…
– Hey, è l’Inferno: niente va come vuoi che vada. Non te l’ha detto la Guida? E comunque la mia non è una storia proprio come tante altre. Non sono crepato perché non ho rispettato uno stop, o perché sono uscito ubriaco da una discoteca. Io sono morto per volere divino, in una strada, ma per volere divino.
– Cosa vuoi dire?
– Da vivo ero un camionista. Una volta a settimana partivo da Milano, col mio carico di rape gialle. Le rape gialle, dopo essere state colte, durano quattro giorni dopo appassiscono e sanno di terra. Il frigorifero del camion gli regalava un giorno in più di vita, ma dipendeva anche dalla stagione. Tutte le settimane partivo da Milano col mio carico di rape gialle, diretto a Novgorot, nei pressi di San Pietroburgo, dove una grande fabbrica di svgot, tipico dolce russo a base di rape gialle, aspettava il suo rifornimento. Cinque giorni per arrivare e consegnare, quattro per tornare a Milano e ricaricare le rape gialle. Una volta mi trovano nei pressi di Tula, da quelle parti le autostrade sono pezzi di asfalto distribuiti a macchia di leopardo sul terreno sterrato, le notti sono buie e nebbiose, il clima isterico come una femmina che non scopa da mesi. Non esiste nessuna risposta al perché qualche essere umano abbia voluto far diventare la propria patria quelle terre inospitali. Ma io c’ero abituato. Mi muovevo tra quei tornanti come un fottuto robot programmato per arrivare a Novgorot in cinque giorni, con la pioggia o col sole, con le tormente di neve o i monsoni estivi. E poi venne la notte in cui morii. Guidavo mentre stavano venendo giù tutti gli oceani del cielo, in un rettilineo che sembrava la lunga lingua arsa di un drago In mezzo alla strada, avvolta in un fascio di luce, mi apparve la Madonna. E’ inutile che sorridi coglione, era proprio la Madonna, con tutte le cose della Madonna: il vestito azzurro, il velo, le mani giunte. Sembrava un santino, invece era reale, stava proprio lì a pregare in mezzo alla strada. Sbucò dall’alto come un fulmine a poche decine di metri da me, provai a frenare ma la pioggia aveva reso l’asfalto liscio come il fango, e il Tir andò lungo. Sono sicuro l’avrei presa, avrei ucciso la Madonna, così ho sterzato e sono finito fuori strada. Per la precisone addosso a un faggio slavo, secolare. Sei metri di diametro.
– Vuoi dire che la Madonna è apparsa per ucciderti?
– Sì, credo di sì. Insomma, lo sai: loro sanno tutto, prevedono tutto, non può essere stato doloso. Ma immagino l’abbia fatto a fin di bene.
– Sei morto, e sei andato anche all’Inferno. Il bene di chi?
– Io all’Inferno vivo meglio che in vita. Non ho orari, posso andare ovunque, nessun controllo. La gente sale e non sa nemmeno dove deve andare, come te. E io non so dove portarli, ma nessuno si lamenta. E’ tutto così rilassante in fondo. Non esistono quelle fottute rape gialle qui.
– Va bene ma avrebbe potuto fare mille altre cose per migliorarti la vita. Che senso ha aiutarti a vivere meglio togliendoti la vita? E’ come risolvere i problemi di erezione asportando il pene.
– La Guida ai Servizi ha detto che le cose sono cambiate. Mi ha fatto tutto un discorso sul fatto che nel bene c’è del male e nel male del bene, ma non c’ho capito niente, e in fondo non mi importa nulla. D’altronde sono morto, e preoccuparmi per qualcosa mi sembra del tutto superfluo.
– Va bene, hai ragione. Lasciamo stare per un attimo l’argomento morte, sei d’accordo? Sono ore che siamo in viaggio, sono stanco, e sono sicuro lo sarai anche tu. Io vorrei solo arrivare il prima possibile alla festa.
– Ti posso chiedere un favore?
– Che cosa?
– Mi ricanti quella canzone, quella col fiore e la ragazza che saluta il parmigiano?

Annunci