La seconda volta – 3. E poi un giorno ci incontreremo a ricordare i bei tempi di quando eravamo vivi

di Roberto Albini

Quando mi sono svegliato la musichetta ancora suonava, ed è stato a quel punto che ho capito qual era il mio servizio attivo. Quindi mi sono alzato, e siccome non conoscevo il corretto svolgimento della giornata di un morto, ho preso a fare le stesse cose che facevo da vivo. Mi sono lavato la faccia e i denti, come se il problema fosse ancora la prevenzione delle carie. Poi ho preparato il caffè, domandandomi per tutto il tempo dell’attesa se avessi sul serio fame. Da morto puoi farti domande che quando sei vivo non puoi permetterti di fare. Dopo una trentina di minuti avevo già fatto tutto quello che ero abituato a fare appena sveglio, così mi sono seduto sul piccolo divano rosso a guardare la parete davanti a me, dove c’era un orologio, fermo sulle quindici e diciotto.
Da fuori arrivavano indistinti suoni di presenze animate. Nessun grido, o ruggito, o indizi che indicassero si stesse svolgendo un sabba o qualcosa del genere, solo un modesto brusio di attività umana. Chissà se all’Inferno mi avrebbero condannato a qualche attività forzata faticosa, chissà se per arrivarci sarei dovuto salire su una metropolitana, chissà se passava solo ogni venti minuti, stracolma e traballante, chissà se esiste un qualche comandamento divino da infrangere al quale corrisponde questa pena. Da morto mi preoccupavo della stessa cosa che mi preoccupava da vivo: la paura di soffrire. In questo non c’è nessuna differenza tra il respirare e il trapassare.
Non so dire per quanto rimasi su quel divano. Il tempo qui scorre in maniera diversa, o meglio non scorre affatto. Non c’è niente che indica il passare delle ore, o dei giorni: il sole è sempre alto, non esistono nuvole, gli alberi non perdono mai le foglie, i fiori non appassiscono, la gente non invecchia, gli orologi segnano tutti solo le quindici e diciotto. Stavo per decidere di rimanere per sempre in quella posizione, come si conviene a un morto, con le braccia incrociate sul petto, lo sguardo fisso, ad aspettare si consumi l’eterno, e invece mi alzai in piedi. Per fare qualcosa, pensai. Alzarsi è oggettivamente fare qualcosa. E subito notai che nonostante da cadavere abbia perso molte delle esigenze alle quali ero abituato quando abitavo ancora il Mondo, quella di eludere la noia non mi era passata. Una noia, tra l’altro, amplificata dalla mancanza di compiti da svolgere, dall’assenza di tempo che nel suo scadere fornisce lo scopo essenziale di ogni esistenza, e alla quale cercavo di reagire con ragionamenti inadeguati alla mia condizione di dannato. A pensarci bene, essere dannati all’Inferno non presuppone nessuna via d’uscita: c’è per forza da soffrire. Ma poi mi ricordai che lo stesso detto in molti lo applicano nel tentativo di riassumere la vita. E che ci vuoi fare? Bisogna soffrire. In fondo ero già allenato, e se si considera che da morto tutta una serie di preoccupazioni legate alla salute non hanno motivo di esistere, di pene rimanevano solo quelle legate all’incertezza, anche questa angoscia già ampiamente sperimentata in vita.
Dunque di cosa mi preoccupavo?
Era una questione di abitudini, ecco sì abitudini. Come quando si cambia casa in un altro quartiere o città: all’inizio hai questo smarrimento, non conosci le vie, le persone che incroci sembrano tutte straniere; camminando ti guardi intorno per scoprire dove si celano i pericoli in questo nuovo scampolo di mondo. Ma poi, dopo poco, già ti orienti meglio. Inizi ad avere dimestichezza con le strade, qualcuno ti riconosce, ti saluta, hai la sensazione di essere sempre vissuto in quel posto che ora ti ricorda casa. Il passato ti manca è vero, ma quello manca sempre, anche quando non ne vale la pena. Forse all’Inferno dopo un po’ avrei dimenticato tutto, e i miei giorni sulla Terra mi sarebbero apparsi sfuocati e lontanissimi, come quando provo a ricordare gli anni delle elementari. Un giorno mi sarei incontrato con un altro morto, in un bar, e insieme avremmo provato a ricordare come si stava quando eravamo vivi e tutto era meglio.

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