La famosa invasione degli UFO a Torvajanica • 5. L’alieno sulla spiaggia

di Roberto Albini

Quando arrivarono gli Ufo a Torvajanica, l’estate era già finita. La mattina qualcuno già iniziava a indossare maglioncini di cotone e il cielo non brillava più arroventando l’asfalto come fino a qualche giorno prima. Era iniziata quell’indefinita stagione romana di solito compresa tra un torrido agosto e un tiepido ottobre, quando le foglie cadono ma più per abitudine. La sera precedente allo sbarco aveva perfino piovuto. La sabbia della spiaggia era umida, compatta in un grigio plumbeo che le fila di ombrelloni chiusi provavano blandamente a scurire con la loro pallida ombra. Gli Ufo arrivarono dal mare, non da cielo.
Senza nessun rumore particolare, giunsero da dietro la linea dell’orizzonte con immense imbarcazioni simili a navi da crociera. Erano tre. Una più grande delle altre due e di un colore diverso, un colore mai visto che cambiava a seconda di come i riflessi dell’acqua, mossa dai suoi muti motori, rimbalzavano sulla sua carenatura, e non era mai sufficientemente definito da poter essere chiamato per nome. Le imbarcazioni aliene solcarono in pochi secondi la striscia di mare che li separava dalla costa, poi si disposero in fila, la più grande in mezzo, e rimasero così per qualche minuto. Sulla spiaggia non c’era nessuno. In cielo nuvole scure passavano veloci e indifferenti come pedoni a un incrocio. Gli ombrelloni ondeggiavano flessuosi uguali a cipressi mossi dal vento fresco di settembre.
Sulla nave di sinistra si aprì dal nulla un oblò dal quale spuntò una piccola scala di corde che scese lentamente fino a lambire l’acqua, e subito dopo un piccolo essere dalle sembianze umane prese a scenderla. L’alieno a parte le dimensioni non aveva nulla di particolare. Indossava una camicia a quadri di quelle che ricordano i tessuti scozzesi, un paio di jeans scoloriti e portava i capelli corti, forse perché era un militare. Arrivato alla fine della scala si tuffò con un notevole scatto atletico e per diverso tempo sparì tra i flutti, per lui immensi. Il marziano non doveva essere più alto di ottanta centimetri, non è difficile immaginare come doveva apparirgli quella pozza d’acqua inquinata. Riapparve sul bagnasciuga evidentemente stanco. Si accasciò col volto tra la sabbia mentre le onde continuavano a bagnarlo e a cercare di trascinarlo via dalla terra tanto faticosamente conquistata. Quando si riebbe, lentamente si mise in piedi, e iniziò ad osservare il paesaggio.
Di fronte a lui si stagliavano altissimi gli ombrelloni chiusi, sempre sbattuti dal vento, che parevano inchinarsi per salutare il misterioso visitatore. Lui pure rispose al saluto, piegandosi in avanti con deferenza. Alzò le braccia, in segno di pace, avanzò, lentamente, verso l’ombrellone più vicino a lui fermandosi solo quando si accorse di perderne con lo sguardo la cima. A quel punto tirò fuori una piccola sbarra di ferro da una tasca che depositò con molta cautela ai piedi dell’ombrellone, poi con la stessa flemma con la quale si era avvicinato tornò indietro, e si mise ad attendere.
Le navi gigantesche giacevano silenziose nello stesso punto di quando erano giunte. Anche se il mare si agitava in centinaia di onde e sobbalzi, le imbarcazioni rimanevano immobili, perennemente parallele al fondale, come se i loro moti rispondessero ad altre leggi della natura, altri schemi della fisica. Eppure a modo loro galleggiavano, come le nostre barche fanno assecondando però i movimenti dell’acqua, perché esistono regole cosmiche a determinare le cose, ma il modo con cui si rispettano tali regole è affidato al nostro arbitrio. Puoi imparare a galleggiare come vuoi: l’importante è che lo fai o che non lo fai.
L’alieno attese circa un’ora che l’ombrellone rispondesse al suo segnale. Ma quello non faceva altro che ondeggiare e scricchiolare; per un certo tempo il marziano cercò di capire se quei rumori fossero un qualche tipo di linguaggio, ma presto perse la voglia di farlo, immaginando che qualsiasi cosa stesse dicendo quell’essere filiforme, senza braccia né occhi, non doveva essere nulla di interessante. Allora si girò verso le navi alzando un braccio le quali inviarono un segnale, che nessuno vide né udì mai, tranne l’alieno che assentì con la testa, e si rituffò in mare.
Appena in tempo, perché poi riprese a piovere.

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