La famosa invasione degli UFO a Torvajanica • 3. Elephant Man

di Roberto Albini

Ci deve essere un bambino dentro di me, vivo, con pelle, sangue e ossa, accucciato nudo in qualche angolo della mia coscienza, e non fa altro che premere affinché io cerchi delle braccia che lo cullino. Il buio lo spaventa: vede mostri nascosti tra le ombre che proiettano gli anni passando, e allora mi stringe forte e aspetta di arrivare in un posto sicuro. C’è un adulto vivo dentro di me, che tutte le volte lo sgrida perché il pianto del bambino è insopportabile e patetico, e che cerca di convincerlo che i mostri non esistono.
So che dovrei ascoltarla adesso, ma la mia attenzione è completamente attratta da quel ragazzo, seduto al tavolo con una tipa allampanata, vestita con una canottiera nera da dove, dietro la scollatura sulla schiena, spunta il tatuaggio di un uccellino. Il tizio ha due grossi piatti argentati conficcati nei lobi, grandi come polpacci, che pendolano mentre ingurgita le cozze. Quando parla sputa sugo e prezzemolo. Mi passa l’appetito. Quella massa molle mi ricorda il sopracciglio destro di Elephant Man, quello che una puttana per gioco gli bacia nella scena più drammatica. Poi ritorno a guardarla mentre mi chiedo perché mi ha portato a mangiare pesce a Torvajanica se doveva solo lasciarmi. Il bambino che vive dentro di me è stanco e vuole tornare a casa. L’adulto lo distrae con i lobi di quello scemo, e per un po’ le cose funzionano.
Il ristorante puzza di sudore e aglio. In sottofondo il vociare della gente quasi mi impedisce di capire cosa mi sta dicendo. Un piatto di spaghetti allo scoglio giace sotto il mio mento; è lì che seppellirò questa giornata, tra le telline e le vongole. Non so a che punto del discorso sia arrivata ma io mi alzo. Mi sto pisciando sotto, ma sia l’adulto che il bambino sanno che non è vero. Lei mi guarda mentre mi alzo asciugandosi la bava unta intorno alle labbra. Mi ricordano le escrescenze che Elephant Man aveva sul petto, quelle che gli impedivano di tenere il busto nella posizione corretta. In una delle scene più drammatiche della mia vita, io quelle labbra le ho baciate.
Il cesso del ristorante è una cabina di legno fuori del ristorante stesso. Sulla targhetta con i simboli dell’uomo e della donna qualcuno ha disegnato col pennarello un pisello che arriva fino a dentro la gonna della figurina femminile. Entro e chiudo a chiave, poi mi siedo sulla tazza. Il pavimento è un guano di piscio e sabbia, e io mi metto a disegnare un sole con la punta delle scarpe. Il bambino che vive dentro di me l’amore non sa cosa sia, e in fondo credo non l’abbia mai conosciuto data l’età. Da fuori arrivano sussurri di risate mischiate a sciabordii di vino e mare, ma il bambino che vive in me ha sonno e non si cura delle esigenze altrui. Così mi addormento.
Sogno Elephant Man col parrucchino che fa il commesso in un bazar cinese. Io cerco di fargli capire cosa vorrei comprare ma lui non mi capisce e alla fine mi rifila uno spremi patate che io acquisto per non deluderlo. Poi qualcuno bussa alla porta del bagno e mi sveglio. Osservo la porta dove fuori quei due della targhetta stanno scopando. Arrivano altri due colpi, poi sento che si allontana e io torno ad addormentarmi.
Sogno che Elephant Man cerca di baciarmi, io sono in giarrettiera e tacchi a spillo. Nel sogno sono innamorato di qualcun altro e cerco di non cedergli. Avverto il dolore allo stomaco che ci prende ogniqualvolta stiamo per commettere una cazzata e al quale non diamo mai retta. Sento che sto per cedere, e provo piacere nel farlo. Qualcuno bussa ancora, forse è lo stesso di prima, ma io non apro. Fuori si è fatta sera. Quei due stanno ancora scopando.
La gente ha smesso di ridere, ma sono ormai più di trent’anni che non lo fa. Chiudo gli occhi.
Sogno Elephant Man che mi culla sul cesso, io che dormo e che sogno me, con i capelli lunghi, che cullo Elephant Man.

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