La famosa invasione degli UFO a Torvajanica • 2. Non voglio essere un gabbiano

di Roberto Albini

Quando arriva l’estate qui a Torvajanica diventa un casino, e calcolando che a Roma l’estate inizia ad aprile, qui in pratica è un casino tutto l’anno. Quando l’avevo comprata casetta mia, mica me l’avevano detto che qui si riempiva di questi ragazzini maledetti. Il Tizio dell’agenzia mi aveva raccontato che la casa era naturalmente abusiva ma che già avevano chiesto il condono. Me lo ha rivelato mentre attraversava il salone, come lo chiamava lui, per andare ad aprire la vetrata vista spiaggia. E io già me l’ero immaginata la vecchiaia mia, solo, seduto davanti a quella finestra a guardare le onde del mare arrivare, in silenzio, lontano da quel marasma che c’era a Centocelle dove abitavo prima, pieno di cinesi, bengalesi e tutte quelle razze lì sporche, rumorose e puzzolenti. L’agente quando s’è girato a dirmi il prezzo mi ha trovato fisso, con lo sguardo verso il bagnasciuga sbiancato dai riflessi del cielo invernale. Se ne era già accorto che mi ero innamorato, e chi si innamora per primo è il più debole. Sempre.
Insomma venni ad abitare qui che era metà novembre, l’idillio tra me e la mia casa era al massimo. In inverno Torvajanica è una bara. Come tutte le città costiere, quando non è la stagione estiva, si ricopre di una cenere fina che si deposita ovunque: nell’asfalto delle strade poco battute, nelle facciate degli edifici che in inverno cambiano colore, sulla spiaggia che sembra neve, e sul mare il quale, con le nuvole scure riflesse nell’acqua, appare come il bulbo di un occhio immenso e minaccioso. E’ più dolce chiudersi dentro casa, aspettare che la bustina di tè si consumi dentro la tazza di acqua calda, osservare fuori per incontrare l’umore che hai dentro. Ogni tanto un gabbiano si posa sul davanzale del mio balcone. Hanno uno sguardo stanco, quasi impaurito, e non ricordano per niente la libertà alla quale molti li associano. Al contrario, a me pare che vorrebbero stare al mio posto, smettere di volare in cerca di cibo, riposarsi sulla mia poltrona, per osservare i loro simili sbattersi per qualche pesce marcio e ridere, finalmente, della loro natura infame. Dicono che gli animali siano meglio degli uomini, eppure loro non hanno ancora inventato il supermercato.
E poi venne Pasqua. La cenere, già rada, smise di imbiancare le case che già ai primi soli iniziavano ad abbronzarsi. Il lunedì di Pasquetta iniziai a rendermi conto di ciò che mi aspettava. Proprio sotto il mio balcone si accamparono un gruppetto di questi coglioncelli che un giorno prenderanno le decisioni per noi tutti. Chi lo può sapere se tra loro non si nasconde un futuro capo di Stato, o un banchiere? Chi può dire se quello che ora sta attaccato alla bottiglia di vodka, non diventerà il vostro capo ufficio, o l’esaminatore di qualche ditta a cui presenterete il curriculum? Quella ragazza che porta la maglietta “I love squirt”, potrebbe essere la futura professoressa di vostro figlio. Ho visto avanzare questo futuro squallido senza poter far nulla. Hanno invaso la mia spiaggia, che non è mia legalmente ma che è la cosa che amo più al mondo, l’hanno stuprata, poi hanno aperto le portiere delle auto e sparato merda sui miei timpani. Mi prese allora un senso di sconforto cosmico, una consapevolezza insopportabile di impotenza. Casa mia all’improvviso divenne una gabbia, nella quale mi avevano rinchiuso con l’inganno. La grande vetrata smise di raccontarmi le sue poesie malinconiche, e divenne la via da dove il mondo era riuscito a raggiungermi.
La musica ad alto volume durò tutto il pomeriggio. Per smettere di pensare all’ingiustizia che stavo vivendo, pensai di impiegarmi in qualche cos’altro per distrarmi, allora cominciai a cucinare. Erano già le sette di sera, il sole era tornato a diffondere luce bianca, appena sfumata di giallo, che con l’avvicinarsi dell’estate sarebbe divenuta rosso. La musica non smetteva. La sentivo battere dentro la testa. Ogni colpo di cassa uno schiaffo alla mia libertà e per un attimo mi tornarono in mente i gabbiani, e il loro sguardo esausto. Chi mai vorrebbe vivere come un gabbiano.
Presi un coltello.
Col primo fendente spaccai in due la cipolla.
Con il secondo feci smettere la musica.

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