La vita di quelli che non muoiono negli alberghi di lusso tentando di farsi una sega appesi agli stipiti

di Roberto Albini

Tutte le volte che arriva l’estate i poveri hanno un problema in più: la pancia. La dieta a base di prodotti polacchi del discount, formaggi composti dagli scarti di altri formaggi, carni all’olio di palma, biscotti dell’antica tradizione pasticcera bulgara, non aiutano certo il metabolismo pigro di chi non può permettersi i corsi di zumba e per allenarsi usa le scale mobili della metropolitana. I ricchi sono riusciti a toglierci tutto nel corso del tempo. La pancia, per esempio, per secoli è stata il sogno proibito di miliardi di poveri in tutto il mondo che nella maggior parte dei casi cercavano di tenersi in vita con i cereali, che ora danno ai bambini per farli cagare regolare, quando non erano costretti a cibarsi solo di riso, o di pesce crudo. Adesso il pesce crudo costa quanto una fiorentina, e la fiorentina non te la puoi mangiare che chissà come allevano le vacche. Quello che per millenni è stato considerato il punto di arrivo, il segno che le cose andavano bene per la gente povera, adesso è diventato volgare, antiestetico, sciatto. Perché il ricco è infame per definizione e a lui non interessa tanto stare bene, ma che tu sia peggio e ti senta sempre inferiore. Per questo si vestono come coglioni, fanno una vita di merda, e crepano d’infarto a quarant’anni o dentro gli alberghi di lusso, mentre si segano appesi allo stipite: affinché tu possa pensare che, pure se non lo capisci, ti sia perdendo qualcosa di meraviglioso. Se domani tutti andassero in giro con i Rolex, loro si comprerebbero gli Swatch falsi degli ambulanti; se tutti nel mondo si potessero permettere una Ferrari, loro girerebbero con una Ritmo usata. Quando noi eravamo arsi dal sole nelle campagne, loro adoravano le pelli bianche; quando noi morivamo di fame, loro banchettavano con i grassi saturi. Adesso che la maggior parte delle persone possono permettersi di morire di trombosi, loro sono diventati vegani, e non perché fa meglio alla salute, ma perché per permettersi una dieta vegana devi avere un reddito pari alla somma di tutti gli scontrini della spesa che una persona come me spende in un anno. Per poi finire a vivere come un panda, che è l’equivalente, nel campo culinario, di morire segandosi dentro un albergo di lusso.
Comunque, il povero, a causa di una legge dell’universo che lo vuole in tutti i casi sconfitto, d’estate si compra le magliette alle bancarelle, quelle d’importazione orientale, a quattro Euro la tonnellata, fatte di un materiale che quando si inumidisce appena col sudore si comporta come il latex, avvolgendo il tuo adipe in eccesso come certi corpetti delle ballerine di burlesque. Le strade d’estate nelle città sono piene di gente che trattiene il respiro. Un po’ per nascondere la pancia, un po’ per la paura generica che infonde il futuro.
Le donne povere sono diverse dagli uomini poveri. A loro non sembra non interessare troppo la circonferenza della loro vita, forti del fatto che qualsiasi sia la tua forma, se sei una donna troverai sempre uno disposto ad accoppiarsi con te, e se non copula ti lecca i piedi, se non ti lecca i piedi si fa cagare in faccia, che a pensarci bene è meglio che finire in qualche convento a morire appesi ad una parete tentando di masturbarsi con un candelabro come succedeva fino poco tempo fa. Il concetto di affetto in questo secolo è molto liquido, e non lo dico io. Poi alle donne viene sempre incontro la poesia, così che loro possono definirsi in tanti modi profumati tra i quali “morbida”, “burrosa”, “soffice”, e uguale a certi cuochi che ti fanno venire l’acquolina in bocca solo a descrivere i loro piatti, definire una persona “burrosa” invece di “grassona” te la fa immaginare quasi appetibile. Quando invece un maschio povero dice “ho le maniglie dell’amore”, fa venire in mente una salsiccia molle, sudata, finisce la poesia, e in molti casi anche l’estate.
Ma la cosa che il povero proprio non sopporta, è che in fondo le persone con la pancia sono la stragrande maggioranza: dovrebbe andare di moda, perché seguiamo tutti il modello di quei quattro anoressici tossicomani? Dovremmo prenderli per il culo: “Non hai la pancia che uomo sei?”, e tutti a ridere. Invece quando guardo un film, uno qualsiasi perché tanto nessun protagonista di nessun film al mondo che non sia comico ha la pancia, rimango irretito. Un senso di invidia profonda, più profonda di qualsiasi altra perché questa dimostra l’assoluta ingiustizia della natura, mi pervade i pensieri. Ad un tratto mi sento più gonfio di quello che sono; mi guardo il ventre che giace adagiato sopra l’inguine ignaro di essere fonte di tanta pena, e per questo ancora più colpevole. Mi tornano in mente tutti i piatti di pasta, gli spuntini di mezzanotte, tutte le bevute, le cene di compleanno, di matrimonio, tutte le volte che davanti a un pezzo di cioccolata ho ceduto come Romeo a Giulietta, tutte le volte che ho pensato “da lunedi mi metto a dieta”, “da maggio inizio a correre”. Mi sento in colpa e mi prenderei a schiaffi per quanto sono stato sprovveduto. Adesso è troppo tardi, dovrò comprare ancora camice due taglie più grandi della mia. La bella stagione, se mai è esistita, pure quest’anno non ci sarà.
E da qualche parte un ricco ride.

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