L’ora di cena

di Roberto Albini

Se la vita fosse un oggetto, una cosa esposta in una vetrina, se dovessi fare un acquisto e passando lungo una via commerciale, un giorno che non fa troppo freddo né troppo caldo,  fossi rapito all’improvviso da un negozio che espone un manichino con addosso la vita e un altro con una cinta in vero cuoio sui fianchi, be’ io sceglierei la cinta. I poveri sono così, smart da sempre, più veloci di un app nello scegliere al volo la convenienza, la fatica minore, l’occasione da cogliere al volo. E la vita, in quanto a rapporto qualità prezzo, non conviene a nessuno. O a pochi. Anche nell’universo in fondo vige il liberismo più sfrenato. E allora uno si fa due conti: la cinta è bella, e se la tratti bene può campare più a lungo e meglio di te. L’abitudine alla sopravvivenza ti addestra a catalogare le cose secondo il loro costo, non secondo la loro qualità, per questo siamo sommersi dal brutto. Io, che sono di Roma, riesco a vedere perfettamente la parabola discendente che inizia con San Pietro e finisce in una di quelle chiese di quartiere in cemento armato grigie, proprio come uno si immagina le persone che le frequentano. Se in questo principio di secolo risparmia pure dio, io allora ho la coscienza apposto, e prendo la cinta.
La vita dovrebbe essere un all you can eat, nascere e prendere tutto fino a quando ne hai voglia, con un prezzo fisso prestabilito e basso. E invece è un cazzo di discount polacco, dove le cose hanno tutte quel sapore che serve solo a farti ricordare il vero sapore che dovrebbero avere: mortadella all’aroma di mortadella, pesci surgelati dall’aspetto maestoso che si squagliano fino a diventare sardine in padella, carriere che finiscono in cassa integrazione, storie d’amore made in China che si rompono dopo un mese. Paghi poco e hai poco, più hai poco più paghi meno, più paghi meno, meno hai. Non se ne esce dalla povertà, di qualsiasi tipo sia.
Se la vita fosse un ristorante di Cracco e dall’altra parte della strada aprissero un ristorante giapponese all you can eat, io sceglierei il giapponese. E l’ho fatto.
Una mattina di fine mese di un giorno di maggio, un leggero vento fresco spazza via i piccioni appollaiati sui pacchi d’immondizia abbandonati sopra i cassonetti sgangherati; le nuvole che corrono veloci verso un futuro incerto e tragico; in tasca diciotto Euro e una manciata di rimpianti. Da un lato l’entrata della metropolitana, le sue minacce, dall’altro il ristorante giapponese, all you can eat, aperto tutto il giorno, a pranzo in omaggio una lattina di bibita. Sono le nove e trenta del mattino, ma io entro ugualmente. Il direttore del locale è un filippino che assomiglia tremendamente al tizio che allenava Karate Kid, che a sua volta era americano, ma siccome l’importante è la suggestione, io mi lascio trasportare e immagino di stare a Okinawa ipnotizzato dalla musica filippina in sottofondo. I sogni sono gratis, per questo i poveri ne fanno tanti. Leggo attentamente il menu: c’è scritto che puoi ordinare quanto ti pare pagando solo diciotto Euro, che se ordini in maniera spropositata ti fanno pagare a parte gli avanzi, che non puoi portarti via il cibo. Ma non c’è nessun riferimento a un limite di tempo per finire tutto quello che ti farai servire. Il direttore è un po’ stupito per l’orario, ma mi sorride e mi invita a chiedere il primo piatto.
Sono le nove e cinquanta di una mattina in cui fuori stanno succedendo miliardi di cose contemporaneamente, in qualsiasi posto del mondo e dell’universo. Da qualche parte qualcuno sta nascendo, qualcun altro sta morendo in un incidente stradale, un asteroide si scontra con un satellite minore di Urano e io mastico lentamente il mio sashimi di tonno, osservando al di là della vetrata con lo stesso stato d’animo che avrebbe un alieno nell’incontrare la razza umana per la prima volta. Capisco che è così che voglio stare per il resto della mia esistenza. Al di là di questa finestra con un sushi sul piatto.
Sono le quattordici e un quarto di un pomeriggio di fine maggio, la gente venuta per la pausa pranzo dagli uffici se ne è andata, c’è più calma ora, e io ordino una porzione di nigiri misti. Il direttore ha smesso di sorridermi, e mi serve sbuffando. Forse inizia a intuire il suo errore, ma è troppo tardi, e sto troppo bene qui al di là della vetrata. Farebbe meglio ad abituarsi alla mia presenza, come io sto facendo con la sua, si tratta di civile convivenza in fondo.
E’ quasi l’ora di cena e il direttore si siede al mio tavolo. Mi domanda che intenzioni io abbia, e che chiamerà la polizia se necessario. Ma io gli faccio presente che non sto commettendo nessun reato, mostrandogli i soldi. Posso pagare i diciotto Euro, e anticipatamente se vuole, ma ci posso mettere quanto voglio a finire il mio pasto, non ci sono limiti di tempo dichiarati. Il filippino maestro di karate a questo punto è vittima del suo rigore orientale, capisce che ha torto, non mi risponde e si allontana dentro la cucina. Io stappo la lattina omaggio, la sorseggio appena perché le bevande non sono comprese nel prezzo. Vivrò qui per qualche mese e dovrò organizzarmi, questo è chiaro.
Ma per ora aspetto l’ora di cena, quando il locale si riempie di nuovo e allora sembra una festa e io sento che la vita torna finalmente ad avere quel sapore, quello di mortadella che ricorda la mortadella.

Annunci