Il rimborso

di Roberto Albini

Un giorno, tanto tempo fa, a mio padre arrivò una lettera dall’impresa di fornitura di energia elettrica dove c’era scritto che per un sacco di anni gli avevano addebitato un costo aggiuntivo sulle bollette, uno sbaglio del computer, e che aveva diritto a un rimborso. Non c’era scritta una cifra, né la data in cui si sarebbe potuto incassare questo rimborso, ma mio padre si sbilanciò subito in calcoli indimostrabili dove nel giro di pochi mesi ci saremo potuti permettere ben più di una casa di sessanta metri quadri in periferia da dividere in cinque. Chiamò il numero verde dove gli confermarono il diritto al rimborso, senza aggiungere altri particolari peraltro, e quella fu per lui la riprova dell’esattezza dei suoi ragionamenti.
Quell’estate me la ricordo perché fu la prima e l’ultima vacanza che feci con i miei. Mio padre prenotò quindici giorni a Peschici, in un fantastico resort due stelle ma con piscina. Ancora me lo ricordo, seduto sulla sdraio, occhiali da sole, sorriso smagliante mentre attendeva al telefono l’operatore per avere notizie riguardo il rimborso. Non lo vidi mai più così contento, così entusiasta della vita e, complice il cielo pugliese, non dimenticherò mai quel suo sorriso fiero e al tempo stesso rilassato di chi si sta per togliere un paio scarpe strette.
Al ritorno a Roma, il rimborso non era ancora arrivato, né si sapeva con precisione l’importo. Le opinioni erano molteplici e discordanti. Tutto dipendeva da chi rispondeva al numero verde, anche l’umore di mio padre. Gli operatori ormai a casa mia erano diventati creature dai poteri divinatori, esseri diversi da noi perché loro sapevano, o comunque erano più vicini di noi alla verità: potevano parlare con il reparto rimborsi, cosa a noi proibita. Come i preti facevano da tramite tra noi e coloro che avrebbero potuto influire nel nostro destino. Nel bene e nel male. Così una volta il coefficiente di calcolo era tot, una volta molto più alto altre più basso; una ragazza dall’accento veneto diceva che ci sarebbero voluti non più di tre mesi, un napoletano invece che la procedura era lunga e sfortunatamente in mano alla banca che doveva emettere l’assegno, alludendo col tono della voce a una divinità di una razza ancora più alta del reparto rimborsi.
Ma mio padre non perdeva le speranze. Per un povero la fortuna è una questione di statistica, come quando qualcuno aspetta il quarantasette che non esce da un sacco di tempo: se ti ha detto male per quarant’anni ci sono più probabilità che per una volta ti dica bene. E’ in questa rincorsa al quarantasette che si consumano le vite dei poveri. Venne l’autunno, e poi l’inverno. Natale era alle porte. Ormai avevamo preso confidenza con gli operatori che si presentavano con il loro vero nome e non più col codice. Ogni domenica, dopo pranzo, mio padre ci radunava intorno al telefono e ci faceva salutare in coro Mirella, Francesca o Marco, a seconda dei turni. Pure loro si erano affezionati a noi, anche se questo non era sufficiente per avere notizie certe riguardo il rimborso. Quel Natale non ci furono regali. Mio padre per andare in Puglia aveva contratto un debito, e i soldi per festeggiare finirono tutti dentro un bollettino postale precompilato. Come i miei sogni di bambino, svezzati dalla confessione malcelata di papà, quando mi disse che quell’anno a Babbo Natale gli zingari avevano rubato le renne e che quindi non sarebbe passato.
L’adolescenza non fu tanto diversa. Mio padre sempre in attesa del rimborso, che nella sua testa più aspettava più cresceva a causa di fantomatici tassi di interessi, continuava a fare progetti su come investire la cifra stratosferica che avrebbe intascato da lì a breve, mentre io andavo in giro a piedi quando non trovavo un passaggio dagli amici, che già avevano la patente e l’auto. Poi a un certo punto, non ricordo bene quando, decisi di non pensare più al rimborso, che non avrei più seguito mio padre e la mia famiglia in quella grottesca religione in cui si era tramutata la speranza di ricevere qualche migliaia di Euro. C’è sempre un momento in cui un povero fa pietà perfino a se stesso. E allora partii come fece Remotti in India. Però io in Molise.
Ci rimasi tutta la vita, e per tutta la vita mio padre non smise mai di aspettare il rimborso, fermo da anni in un ufficio dentro il computer di una banca, sembra a causa di un vizio di forma, o di un errore nella trascrizione del codice fiscale. La burocrazia non ebbe pietà nemmeno della sua morte, né del suo funerale. Fece finta di nulla per altri tre anni. A quel tempo già non chiamavamo più il numero verde, molti di quelli che salutavamo da piccoli non lavorano più lì. Solo mia madre, di tanto in tanto, parlava del rimborso nominandolo con la stessa espressione che usava quando raccontava del mio defunto padre.
E allora arrivò. Un postino un giorno suonò alla porta e chiese di firmare una raccomandata. Nessuno ebbe il coraggio di aprire la busta. Io, che non ero presente al momento della consegna, mi precipitai dal Molise per vedere il plico, e lo trovai in una teca, ostentato come una reliquia, come la rappresentazione plastica della storia della nostra famiglia. Lo lasciammo lì, dove sta ancora adesso, perché in fondo per un povero l’attesa della fortuna è più importante della fortuna stessa.

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