Pronto soccorso

di Roberto Albini

Una volta pure io, come tanti, venni lasciato, abbandonato. Insomma, quella disse ciao e io rimasi solo, come tanti. Come tanti passai un periodo così, come quello che passano tutti quando succedono questo genere di cose: stai un po’ lì a reggere botta, il tempo necessario affinché il dolore sia meno intenso e ti permetta di riprendere a mettere il naso fuori di casa senza scoppiare a piangere all’improvviso. Neanche fossimo alambicchi, più prendi confidenza con il senso di sconforto, più cresce l’esigenza di dover ricominciare. Così dicono tutti: ricominciare, tipo se la vita nel suo insieme fosse un muro da costruire, una parete che crolla quando ci sono le tempeste e che il giorno dopo ti tocca tirare su di nuovo. Io non l’ho mai vista così. Personalmente, come tanti, penso che la vita sia una specie di fiume, una cosa che se ci frana sopra cambia semplicemente direzione, e non tornerà mai più come prima. Anche se ti sforzi non c’è niente da ricostruire, semmai da esplorare.
Non ho ancora capito bene se siano più impellenti le esigenze del corpo o quello delle emozioni. Io per non sbagliare faccio in modo che camminino sempre allo stesso passo, ma a quel tempo tutto si confondeva in uno smarrimento che mi trascinava inevitabilmente verso l’apatia. Allora gli altri quando capiscono che ti trovi in questo stato, ti fanno sempre notare che sei giovane e che il mondo è pieno di fica, frase che personalmente mi ha sempre depresso ancora di più. Che vuol dire? Che il mondo è pieno di fica e nessuna vuole me? E poi quest’espressione “tutta la vita davanti”, a pensarci bene mette angoscia. Quando vieni abbandonato all’età mia, l’unico futuro immaginabile è un’esistenza solitaria, che a me ha fatto sempre venire in mente mio zio Sergio, quello morto scivolando dentro una vasca, e che hanno ritrovato dopo una settimana. Ma agli amici, ai conoscenti e a quelli che ti conoscono ciò non importa, e tutti hanno un consiglio risolutivo per tornare a frequentare femmine. Nemmeno fossimo una specie in estinzione.
Ci sono quelli delle scuole di ballo, note per essere piene di casalinghe che s’iscrivono solo per essere strusciate una volta a settimana. Ma io ho sempre preferito la dignità alle mancanze. Poi ci sono quelli dei social, dove ti basta una gif per guadagnare buongiorni lussuriosi carichi di lascive promesse. Ma a me, sinceramente, questo corteggiarsi per emoticon ricorda troppo le scuole elementari, e vorrei che la mia età mi servisse perlomeno a essere vecchio come si deve. Tralascio la squadra delle uscite del sabato sera, e quella dello struscio in centro, perché io non ho nemmeno l’automobile e quando esco lo faccio solo per necessità precipue, o morti parentali.
In sostanza mi resi conto di aver scartato tutte le possibilità che la società ci mette a disposizione per intrattenere rapporti umani, e che per intrattenerli avevo un range compreso tra le ore diciotto e l’ora in cui sarei crollato, o nel fine settimana, quando le altre incombenze mi lasciavano tempo libero. Il destino di mio zio Sergio era ormai una realtà.
Infatti un giorno scivolai in bagno. Ma non morii. Semplicemente mi spaccai le testa, sopra la sopracciglia destra, così che mi dovetti avviare a piedi al pronto soccorso. Erano circa le venti e trenta quando mi diedero il numero che indicava il mio turno, il trecentoventi. Il display indicava il sessantasette. Intorno a me c’era un sacco di altra gente. Eravamo una piccola comunità sfigata di gente ammaccata, in un posto dove esserlo non ti metteva a disagio così come nel quotidiano. Non c’era più quell’ansia di ricominciare. Potevo stare male al pronto soccorso, era normale, e in più qualcuno si sarebbe presto preso cura di me. Mi sentii rilassato così come non mi succedeva da un sacco di tempo. Seduta accanto a me, con in mano il numero trecentoventisette, c’era una ragazza, anche lei sola, e siccome non aveva ferite apparenti, mi venne quasi naturale chiederle cosa le fosse successo. Sembrava normale, in un pronto soccorso, domandarlo. E infatti ne scaturì una conversazione piacevole, morbida. Mi raccontò che soffriva di una malattia rara, che spesso aveva crisi di vomito e diarrea, e che doveva recarsi al pronto soccorso, perché l’unica medicina che l’aiutava in quei momenti costava troppo, mentre al pronto soccorso la davano gratis, se c’era l’urgenza. Dopo due ore di attesa, tra un attacco e l’altro, eravamo già arrivati a raccontarci cose abbastanza intime, e a ridere con quella complicità che lascia presagire un’intesa profonda. Poi arrivò il mio turno. Attraversai il corridoio che mi separava dallo studio medico mentre lei mi guardava come fanno certe attrici antiche, alla stazione dei treni, quando con un fazzoletto dicono addio per sempre. Le dissi che l’avrei aspettata fuori, e che l’avrei riaccompagnata, che ci avrei messo poco e dopo avrei continuato a farle compagnia. In effetti a mettermi i punti e a bendarmi ci misero meno di dieci minuti, ma quando uscii lei non c’era più. Superato lo stupore, mi misi a ridere da solo. Che sciocco pensare che sul serio mi avrebbe aspettato. E’ sempre così in fondo: quando la vita assomiglia a una favola o siamo ubriachi o c’è qualcosa che di cui non siamo ancora a conoscenza. Scossi la testa rimproverandomi per esserci cascato ancora, e uscendo immerso in queste congetture, non mi accorsi nemmeno della barella da dove sotto un panno verde sbucava una mano che stringeva ancora il numero trecentoventisette.

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