Pulgasari

di Roberto Albini

Eccolo lì Pulgasari. Come tutte le sere, quando torno a casa, seduto al buio su una sedia della cucina che osserva la finestra, chiusa. Quando mi vede apre la bocca, è l’unica espressione facciale che può fare, e io allora so che è contento. O almeno così ho sempre creduto: nessuno sa cosa pensi Pulgasari, nemmeno io che ci convivo da quaranta anni. Mentre mi tolgo la giacca, lui già inizia a sussurrare la sua storia e non smetterà fino a quando non vado a dormire. A Pulgasari piace raccontarmi un aneddoto, sempre lo stesso da sempre, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Passa il tempo che condividiamo insieme a parlarmi all’orecchio, con il tono della voce bassissimo, tanto basso che spesso nemmeno capisco le sue parole, anche se ormai le conosco a memoria. Ma a lui, come al resto del mondo, basta io annuisca affinché pensi sia importante quello che dice.
Pulgasari mi segue passo passo durante tutti i miei spostamenti nella casa. A volte le sue corna o la sua coda, a causa delle loro dimensioni, sbattono contro un mobile, e allora io mi fermo e lo guardo fisso con aria minacciosa. Pulgasari chiude immediatamente la bocca, e per qualche minuto resta fermo aspettando io dimentichi il fastidio che dà convivere con lui. Dura poco. Subito dopo riprende il suo sibilo incessante ed io le mie faccende.
Quando ero piccolo in televisione trasmettevano Jeeg Robot. Io, come tutti quelli della mia età ero un fan scatenato di quel cartone. La parte più bella era quando Hiroshi Schiba univa i pugni avvolti nei suoi guanti bianchi, e poi si lanciava dalla rupe, sempre la stessa ovunque si trovasse, e rotolando nell’aria tra mille fulmini si trasformava in una testa gigante. Tutti noi ragazzini del Settandue, sognavamo di ottenere un giorno il potere di diventare altro, un robot gigante, invincibile e invitto. Ci crescevano così a quei tempi, a merenda alle quattro del pomeriggio e pugni a razzo. Molti ci provavano sul serio a diventare un Jeeg, come recitava la canzone. Si mettevano i guanti di gomma della madre, poi prendevano la rincorsa e si gettavano dalle finestre aspettando una trasformazione che non sarebbe mai avvenuta. Scoprivamo così, noi ragazzini del Settandue, che i sogni non sono altro che schianti al suolo.
Io fui uno di loro. Anche io indossai i guanti ancora bagnati di sapone di mamma, anche io presi la rincorsa, come faceva Hiroshi, e anche io saltai. Non sono morto solo perché la palma che avevo sotto le finestre attutì la caduta, e mi ruppi solo qualche costola e una gamba, ma quando ripresi conoscenza trovai Pulgasari seduto al mio fianco, in una di quelle camerate dove rimbombavano gli zoccoli di grasse infermiere vestite di verde. Aprì la bocca. Lo scambiai per un vaneggiamento, uno dei danni collaterali derivati dal mio tentativo di trasformarmi. Lo trovai buffo, con quella pancia enorme, il muso da toro, la sua coda da coccodrillo e quella ridicola armatura da samurai povero. Non si presentò mai, non mi salutò, né cercò mai di spiegarmi la sua presenza, ma prese subito a sussurrarmi all’orecchio.
Mi raccontò per filo e per segno tutto il volo, il mio goffo tentativo di compiere una capriola, il fatto che rimasi con i pugni uniti fino all’ultimo, persino quando l’impatto col suolo era ormai scontato. Mi disse che non cercai nemmeno di pararmi e che un ramo della palma mi entrò dentro una coscia fino all’osso, che ci credevo veramente, ostinatamente, di poter diventare un robot. E da allora non fa che ripetermi lo stesso episodio, all’infinito, tutti i giorni, tutte le volte che rientro a casa.
Quando mi avvicino al balcone si agita e prende a parlare più velocemente senza alzare mai il tono della voce. E io, che ancora ci penso a come sarebbe stata la mia vita se quella volta mi fossi trasformato, per non turbarlo chiudo la finestra e torno sul divano a fumare un’altra sigaretta.

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