Il Signor Fruer

di Roberto Albini

A dieci anni frequentavo, come quasi tutti i miei coetanei, un parco, a Roma. Si chiamava Parco Serafini. Chi fosse questo Serafini, di cui nessuno si è mai ricordato il nome di battesimo, non l’ho mai saputo. Era un parco strano perché, al suo interno, arrampicate sopra due piccole colline, ospitava parte delle catacombe di S. Domitilla, dove i tossici si davano appuntamento convinti di stare al riparo sopra un monte inespugnabile. Invece, sotto di loro, ad appena una ventina di metri, c’eravamo noi, che giocavamo a pallone, sopra il brecciolino malefico che scuoiava le ginocchia, prima, molto prima che Rutelli introducesse la sabbia catapultando Roma nel ventunesimo secolo.
La presenza dei tossici non ci preoccupava. Erano gli anni Ottanta: Milano da bere, Roma da disinfettare. Li guardavamo come alieni, non persone ma esseri dallo sguardo vacuo e dai capelli lunghi, dai quali le nostre madri dicevano di stare alla larga con la stessa veemenza con la quale ci intimavano di guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada. Facevano parte dei pericoli ma allo stesso tempo erano parte del paesaggio, come i gatti, allora numerosi, o i cani, quando ancora ne giravano, cioè prima di finire a fare i soprammobili dentro le case. E poi non c’erano solo loro, i tossici. Per quello strano fenomeno per cui Roma al suo interno si spezzetta in tanti piccoli frammenti assestanti, fino a quando ogni quartiere diviene città a sé, i frequentatori del giardino erano sempre gli stessi, come in una piazza qualsiasi di un paese di provincia qualsiasi. Per esempio mi ricordo una signora, che arrivava in ciabatte e vestaglia, con un sacchetto pieno di avanzi e frattaglie che poi distribuiva agli animali randagi. Oppure “Quelli della Garbatella”, che erano un gruppo sparuto di ragazzini, dal nostro punto di vista nemici visto che abitavano dall’altra parte della strada, e dai quali ci tenevamo lontani, come dai tossici, per un tacito accordo di controllo del territorio. Avevamo diviso lo spazio per giocare in due cercando di non darci fastidio, perché uno sgarro qualsiasi avrebbe voluto dire guerra, e quelli della Garbatella avevano fratelli grandi dalle facce scure e butterate. Uno di loro, qualche anno dopo il periodo che sto raccontando, uccise la propria ragazza a coltellate, e io mi ricordo ancora l’emozione di averlo riconosciuto quando diedero la notizia addirittura al telegiornale.
Ma tra tutti, il più assiduo e puntuale frequentatore di Parco Serafini, era un vecchio che arrivava tutti i giorni alle quattordici accompagnato da una giovane signora alta e biondissima. L’accompagnatrice aiutava il signore anziano a sedersi sulla panchina, si assicurava che fosse comodo e coperto, poi si allontanava. Ritornava dopo un’ora, riportandoselo via. La loro presenza era praticamente quotidiana.
Il tipo era un vecchietto minuscolo. I suoi occhi appena si percepivano in quel visetto stipato tra una coppola verde scura e dei baffetti bianchi che spuntavano da sotto il naso adunco. Rimaneva immobile tutto il tempo, e sembrava non guardare nulla. Non girava mai lo sguardo verso i passanti, non mostrava mai un segno di interesse rispetto a quello che gli accadeva intorno. Anche quando gli giocavamo davanti ci ignorava. Lui stava lì, come i tossici e i cani randagi, svolgendo lo stesso ruolo di paesaggio come tutto il resto. Poi un giorno qualcuno nella mia squadra tirò la palla che andò a finire proprio tra le gambe del vecchio. Non so chi gridò di ritirarla, ma come al solito lui rimase fermo, guardando un punto lontano al di là di noi e di qualsiasi altra cosa, così decisi di andare a riprenderla io. Mi avvicinai lentamente, in fondo non avevo voglia di disturbarlo, e quando mi trovai a pochi passi dalla palla, il vecchio mi guardò. Lo fece con una certa naturalità in totale contrasto con la sua natura apparentemente minerale. Osservò me, poi chinò la testa verso la palla che si trovava proprio in mezzo ai suoi talloni, e strizzando gli occhi per la fatica provò un paio di volte a chinarsi per afferrarla. Il terzo tentativo fu quello buono. Sfruttando più la fisica che i legamenti riuscì a prendere il pallone. Lo teneva stretto tra le mani tremolanti mostrandomelo, mentre mi guardava da dentro il cappello. Io mi avvicinai e provai a togliergli la palla ma lui, con un incredibile gesto atletico, la scansò quel tanto che basta per impedirmelo. Poi sorrise.
– Stai vincendo la partita?
La sua voce era fine come il suo corpo, e il suo modo di pronunciare le parole strano. Sicuramente non era romano, e siccome a quei tempi gli stranieri a Roma quasi non ce n’erano, lo catalogai come veneto. Il Veneto mi sembrava un posto abbastanza distante, sfuocato, e li facevo venire da lì, nei miei pensieri, tutti quelli che non erano romani.
– No signore, stiamo perdendo quindici a cinque.
– Lo immaginavo, vi osservo da molto. Non avete tattica, vi muovete scoordinati, ognuno gioca per sé. Così non vincerete mai.
– Non lo so. Pietro è bravo, nella partita precedente ha segnato sette gol.
– Un uomo solo non può far niente se la squadra non lo segue. Il super uomo non esiste, non è mai esistito. E’ stata tutta un’invenzione, un trucco. Un uomo solo non vince mai. Hai capito?
Annuii, senza rispondere.
– Stai su con quelle spalle.
Poi mi allungò la palla con un movimento breve di cui io approfittai subito per evitare che gli cadesse dalle mani, come sembrava stesse per succedere, e risparmiargli un’umiliazione ingrata.
– Come ti chiami?
– Roberto.
– Piacere Roberto, a me puoi chiamarmi Führer.
– Piacere Signor Fruer.
E corsi di nuovo a giocare con gli altri.
Adesso che ci penso, io da quella volta non l’ho più visto il Signor Fruer.

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