Frigorifero

di Roberto Albini

A un certo punto del mese nel mio frigorifero ci trovo sempre le stesse cose. Una confezione di uova, con dentro due uova, scadute, di cui una, non si sa perché, incrinata con conseguente bavetta di chiara colante. Una confezione di wurstel di pollo, con dentro due wurstel di cui uno rigorosamente morsicato. Il ruscello molliccio di chiara finisce ineluttabilmente sulla pellicola dei wurstel, per fare in modo che quando li vado per prendere mi sporchi le mani con le quali chiuderò il frigorifero che a sua volta si macchierà lasciando sulla presa il caratteristico appiccicaticcio che marca il mio territorio. E’ il grande ciclo della vita.
Un cestino di plastica con dentro tre pomodori imbarazzati e qualche foglia moscia di non so più che tipo di verdura. Un tubetto di una salsa indefinita, naturalmente bucato nel fondo, al quale sono tanto legato e che non butto nella spazzatura apposta. Mi fa venire in mente un sacco di ricordi. La comprai una volta che avevo invitato una ragazza a casa e per fare scena decisi di inventarmi un aperitivo. Presi un po’ di pane e quella salsa inventandomi una specie di bruschetta al sapore di gamberetti liofilizzati e contando sul fattore alcool che avrebbe appianato tutti i sensi. Poi quella non venne, ma non buttai il tubetto. Qualche mese dopo si ripresentò la stessa occasione, e pure se la salsa era già scaduta, fece comunque la sua porca figura. La tipa alla fine me la diete e io da quel giorno non ho più voluto separarmi dal tubetto di salsa. Ormai lo considero un porta fortuna.
Un pezzo di formaggio. I pezzi di formaggio che vivono dentro i frigoriferi sono come le nuvole: in loro puoi vederci ciò che vuoi. E puoi interpretarli, dare un significato alle forme che assumono quando il coltello o i denti li scolpiscono. Quello che ho davanti ora, per esempio, sembra il volto di un vecchio sdraiato che guarda in alto. In verità riesco a riconoscere solo una parte del viso, un mezzo labbro, il naso, parte dell’occhio e un abbozzo di sopracciglia, ma in qualche modo percepisco una certa tristezza cosmica nell’insieme della scena. Al suo fianco, giacciono agonizzanti le immancabili fette di salame, in parte indurite dalla vita e dall’umidità.
In certe occasioni speciali, in un angolo estremo del frigorifero, in un punto dove di solito la mia pigrizia m’impedisce di arrivare a guardare, c’è un piccolo ammasso di quello che un tempo doveva essere qualcosa di organico. E’ diventato un geoide, un piccolo pianeta ancora non del tutto formato. La luce artificiale della lampadina disegna su di lui ombre che fanno apparire montagne e pianure, e poi vallate dove muffe setose e bianchissime disegnano piccoli laghi. Poco più giù, nel punto in cui l’asteroide tocca la parete del frigo, appare la vita. Minuscole creaturine vermiformi abitano le grotte più oscure di questo ecosistema, tutte impegnate in un moto isterico, apparentemente inutile, un montarsi addosso più per mancanza di scopi che per vera necessità. Rimango incantato ad osservare la vita della colonia, interessato a capirne il tipo di organizzazione: avranno un capo? Cosa conoscono del resto del frigorifero? Sanno che si trovano in un frigorifero?
Dopo un po’ mi affeziono a loro, e non ce la faccio a distruggergli il pianeta, a massacrarli tutti. Quasi sento le loro voci nel silenzio tombale della mia casa, il pensiero della loro esistenza spensierata mi tiene compagnia.
Così chiudo lo sportello, lo imbratto con la chiara, e a quel punto so che è passato un altro mese.

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