Perché non voto

di Roberto Albini

Quest’anno ho compiuto quarantaquattro anni, un mese fa, circa, e subito mi sono reso conto che sono sufficienti a provare sprazzi di vecchiaia. Non mi riferisco alle cose brutte della vecchiaia: non mi piscio addosso, non mi serve il bastone per camminare, digerisco ancora bene, e pure nelle parti basse nessuno ammaina bandiere. Intendo le cose belle della vecchiaia. Un certo rilassamento generale, meno tensione. Quasi tutte le cose che succedono sono già successe, in una forma o in un’altra, e non mi stupiscono più come prima. La vita in generale è come se abbassasse le luci, se brillasse di meno, come la prima volta che vedi Star Wars a sette anni e poi la rivedi a trenta. L’apprensione che dedico a ciò che m’interessa ha una natura affettiva piuttosto che di vera emozione. Ma va bene così, è piacevole.
Come è estremamente rilassante togliersi il peso della responsabilità del futuro del mondo. Non è più compito mio ormai, non mi appartiene più quel futuro. Adesso devo badare al mio, a breve termine ma altrettanto impegnativo. Non ho nemmeno figli, non sono costretto a pensare a cosa accadrà loro, e dei vostri di figli sinceramente me ne infischio. Ho una vecchiaia senza pensione che mi aspetta dietro l’angolo, forse sarò costretto a mangiarmeli.
E poi c’è il grande recupero del mio passato, che finalmente posso chiamare i miei tempi. Al principio lo pensavo, ma non avevo il coraggio di dirlo e di dirmelo. Dopo è diventato evidente, inevitabile, il divario s’è fatto baratro, e a volte non ce la faccio a saltarlo. Prendi la musica per esempio, che, per come era concepita ai miei tempi, quella di adesso è semplicemente non musica. E la cosa buffa è che già ai miei tempi la musica faceva cagare, ma questo è il miracolo della vecchiaia. I tuoi tempi, che sono stati oggettivamente inguardabili, di fronte a quelli attuali diventano ere d’oro, epoche illuminate. E’ sempre successo così e sempre accadrà. Persino mio nonno rimpiangeva quando mangiava i gatti per sopravvivere durante la guerra. E solo adesso capisco perché lo diceva, e solo ora, a quarantaquattro anni, riconosco che aveva ragione. La sensazione è quella che tutto vada irrimediabilmente a peggiorare.
Ai miei tempi quando facevi attività politica, lottavi per le cose grandi, grandissime, tanto che poi la gente ha iniziato a non capirle più, e le ha ribattezzate utopie. Si voleva togliere la proprietà privata, si voleva una società equa, senza primi né secondi, con l’uomo al centro dell’economia, e lo Stato, cioè noi stessi, a garanzia delle buone intenzioni. Per lavorare meno, ma lavorare tutti. Per la liberazione della schiavitù del salario. Per abolire il concetto di denaro. Si voleva un mondo diverso, che ai miei tempi non voleva dire senza olio di palma negli alimenti. Si può stare a discutere per giorni se si è d’accordo o meno, ma non è questo il punto. Il punto era la magnificenza degli scopi per i quali ti infervoravi, e per i quali sentivi valeva la pena battersi, perché sapevi che se avresti vinto avresti ottenuto sul serio un nuovo mondo.
Adesso la gente si fomenta per l’assegno di cittadinanza, si batte per la chiusura di un inceneritore, per dimostrare che la Terra è piatta e i vaccini uccidono. Raggiunge il massimo della brutalità quando gli vendono il giocatore favorito della quadra. E’ come se l’umanità avesse rinunciato a qualsiasi possibilità anche solo di immaginarlo un mondo dove non serve l’elemosina di stato perché tutti hanno un’occupazione, dove non esistono gli inceneritori perché non è più l’economia a dirci su quali materiali mangiare, dove non esiste nessuna medicina dannosa, perché nessuno ti vende niente.
E io, che a quarantaquattro anni scorgo sprazzi di vecchiaia, questa musica contemporanea non l’ascolto. Sento solo Morrissey, che era uno forte ai miei tempi.
E questa politica di merda ve la faccio fare a voi. Vi lascio agitarvi per i dettagli, mentre l’essenziale, lentamente, cade nell’oblio.

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