“Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”

di Roberto Albini

C’è un ragazzino nel sedile accanto al mio. Non è nemmeno un ragazzino, è un moccioso, un poppante, avrà due anni o che cazzo ne so che a quell’età sembrano tutti uguali. E’ da quando è partito il treno che non fa che agitarsi, piangere, lamentarsi. La madre fa finta non esista. Ha gli occhi annacquati dall’indifferenza di colei che ha esaurito qualsiasi forza dopo la terza notte insonne. Il pentimento di aver scelto di figliare le ha scippato ogni volontà di opporsi alla pena che si è autoinflitta, e tutti i suoi anni migliori, o supposti tali. Le madri nel ventunesimo secolo hanno tutte questa stanchezza nello sguardo, che a me ricordano tanto quelli degli operai all’uscita dalla Mirafiori in certe interviste degli anni Settanta. “Chi cazzo me l’ha fatto fare”, sembra si ripetano in un mantra incoffessabile a chiunque.
Per quanto mi riguarda, osservo fuori il finestrino. Ho una musica che mi suona nelle orecchie, ma la rabbia che mi provoca quella piccola merda, ne copre le note. Mi domando quale sia il motivo per cui io debba sopportare gli sbagli altrui, insieme ai miei. In uno squarcio immaginario che si estende nel cielo veloce che sfugge alla corsa verso la prossima stazione, proiettano la scena nella quale io prendo per i piedi il ragazzino e lo scaglio lontano, fuori, in quel paesaggio che il treno, nel suo obbligo a rispettare gli orari, ogni secondo si lascia alle spalle.
Solo quando la mia immaginazione interviene in difesa della realtà, e il moccioso è ormai scomparso dalla mia visuale e a quella di qualsiasi altro passeggero, i miei polmoni riprendono a respirare regolarmente. Emetto un sospiro di sollievo.
Siamo adulti. Non conviene a nessuno fare a gara a chi soffre di più. I pareggi sono patetici in qualsiasi sport. Nessuno è disposto ad accollarsi i nostri lamenti, nemmeno se li urliamo, e se qualcuno ha infilato quel ragazzino nei problemi dei grandi, ha commesso un errore.
Gli adulti, nel ventunesimo secolo, sono bestie ferite.

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