Il figlio del mio migliore amico

di Roberto Albini

Io e Marco c’eravamo conosciuti alle medie, poi siamo stati nello stesso istituto sia alle superiori che all’università, anche se in facoltà diverse. Naturalmente ci frequentavamo anche nel tempo libero, condividevamo il medesimo cerchio di amicizie, di locali, lui frequentava casa mia così come io la sua, i nostri genitori si conoscevano e a chi ci vedeva per la prima volta potevamo sembrare cugini. Poi non lo so. Deve essere successo qualcosa, in mezzo a due traslochi, tre convivenze fallite, un licenziamento e un’operazione all’ernia del disco, ma io a Marco non l’ho più visto. Succede così tra noi di città. Se imbocchi una traversa, se non percorri la stessa strada, ti ritrovi dall’altra parte della metropoli, in un altro posto, un altro universo lontano migliaia di semafori e non t’incontri più. Mai più. C’è più distanza tra l’EUR e Boccea che tra Roma e Oslo.
Così quando m’ha ritrovato su Facebook c’ho messo un po’ a capire chi fosse. Scrisse solo: “Sei tu?”, ma bastò a rievocarmi l’estrema confidenza di chi al citofono può dire “Io” sapendo che è sufficiente quello per farsi aprire la porta. Ci misi un po’ a rispondere. Mi è sempre sembrato un fatto innaturale questo di rivedersi dopo trenta anni, una di quelle cose per le quali non ci siamo ancora evoluti abbastanza, come lo stare in posizione eretta. Ma poi alla fine vinse la curiosità, e quella maledetta voce, che parla alla mia sinistra, che mi ripete costantemente di “non fare il solito”.
Ne è seguita una conversazione scritta durata circa una settimana, durante la quale, pur essendoci scambiati i numeri, non ci siamo mai sentiti telefonicamente. Trovo che fare il riassunto della mia vita scrivendo mi pesa meno che raccontarlo. Cerco di scendere il meno possibile in particolari; raccatto dalla memoria qualsiasi cosa sia utile a racimolare un qualche tipo di stima, fosse anche solo di cortesia; raduno i punti chiave in lunghe frasi con poche virgole, cercando di mascherare il fatto inoppugnabile che in trent’anni sono riuscito a malapena a sopravvivere. Marco invece, nel frattempo, è diventato il dirigente di un autosalone di auto di lusso, è sposato, felicemente, vive ai Castelli Romani, in una villetta isolata, ma accanto a un bosco. Di sua proprietà. Ha un figlio di un anno, e ha usato proprio lui per far leva sui miei supposti debiti di amicizia, e convincermi a vederci. “Dai, ci tengo, non puoi dirmi di no”.
Mentre guido ci ripenso, che no lo posso dire quando mi pare, e che quasi quasi adesso torno indietro, e gli telefono, anzi no, glielo scrivo. Che ho avuto un problema di famiglia, anche se non ho la famiglia, che c’è un incidente sulla Cristoforo Colombo è hanno paralizzato tutto il traffico fino al Raccordo e che mi dispiace ma che proprio non posso, che si dovrà rimandare. Perché fino a quando esistono le scuse siamo tutti liberi, sia chiaro.
Ma mentre penso a come fuggire il navigatore fa il suo sporco lavoro non retribuito, e mi porta proprio davanti al cancello in ottone della sua villa. Capisco che non ce la farò mai nemmeno a sembrare alla pari, così inizio a ragionare su quale motivo plausibile posso inventarmi per spiegare in termini universali che non è colpa mia se lui vive in una villa mentre io in affitto in un appartamento di settanta metri quadri, ma è che stato solo frutto di una serie inesplicabile di sfighe e di pianeti in posizione sbagliata. Mi viene in mente che potrei far finta di zoppicare. Induce sintomatico rispetto, a priori. Scendendo dall’auto faccio una specie di prova però Marco mi viene incontro all’improvviso sbucando da un cespuglio di more perfettamente sferico. Vengo travolto da una serie di convenevoli che mi stordiscono, complimenti sulla forma fisica a prolusione inventati di sana pianta visto che a Marco i pettorali quasi gli fanno saltare i bottoni della camicetta mentre io trattengo la pancia in un vano tentativo di conquistarmi un tozzo di dignità. Mi accompagna in casa mentre sto in una specie di trance. Appena dentro l’enorme salone in stile rivisitazione pop dell’epoca prerivoluzionaria francese, ci accoglie la moglie, un figone alto due metri e settantasette che cerca di celare la sua quarta sotto un velo di seta violetto. Ci sediamo tutti sul divano intrattenendoci con quei discorsi inutili con cui si riempiono le serate passate con la gente con cui si ha poca confidenza, poi Marco chiede alla moglie di andare a prendere il bambino “che ha insistito tanto per vederlo”. La stangona sparisce in uno dei seicento corridoi dai quali sembra sia percorsa questa casa. Marco è praticamente logorroico, e non so bene adesso a che punto è arrivato nel raccontare chi ha fatto il progetto della villa, perché io sto pensando ai cazzi miei e lui nemmeno se ne accorge. L’attesa dura poco, e subito rispunta la tizia con un fagotto in braccio. Dalla copertina sbuca una mano cicciottella che in verità mi fa pure un po’ di tenerezza, poi la donna passa il bimbo a Marco che lo rivolge verso di me. Rimango paralizzato. Avverto i loro sguardi fissi in quel sorriso tipico, legittimo, giustificato di chi ti mostra il proprio bambino per la prima volta, e che si aspettano da me una reazione altrettanto entusiasta. Però io non so che fare, non so come evitare di guardare quella specie di guanto a cinque dita che pende dalla fronte di quel ragazzino, e di frenare anche solo con le espressioni il manifestarsi il mio stato d’animo. Cazzo fa schifo. Voglio dire ha una specie di viso rotondo, paffuto, due occhioni azzurri che nessuno si fermerà mai ad osservare perché appena sopra, sulla fronte, ha come un grumo di carne pendula a forma di mano. E poi lui non sta fermo, naturalmente, si agita e fa versacci e quella cosa si muove e gli sbatte un po’ di qua e un po’ di là, e a me viene in mente quella volta che è venuto a trovarmi un amico con un cane che mi ha cagato in salotto. Mi sento uno schifo d’uomo, ma allo stesso tempo non posso trattenermi, non regolo i miei istinti li posso solo soffocare fino a quando ci riesco. Così sorrido impavido, ostentando normalità e penso a mia madre quando quella volta da ragazzino fissavo una donna che aveva i baffi lunghi come quelli un uomo, e lei mi sgridò sottovoce insegnandomi che non si osservano le persone diverse da noi, che poi loro stanno male. Mi sento meglio, sento che ce la posso fare, riesco perfino a simulare un pizzicotto sulle guanciotte inesistente. Sposto lo sguardo su Marco così mi distraggo e riprendo un poco di fiato. “Non riesco a capire a chi somiglia”, dico mentre penso “cazzo non lo dovevo dire cazzo non lo dovevo dire”. Marco ride: “Lo dicono tutti” e subito lancia uno sguardo complice alla moglie che a sua volta coglie l’occasione per chiedere una mano “per finire le ultime cose in cucina”. Marco mi porge il bambino in braccio. “Non avere paura che è tranquillissimo”. Rispondo con un sorriso sudato.
Rimaniamo solo io e lui in quella stanza enorme. Fisso una parete, cerco di non abbassare lo sguardo, non potrei resistere quell’ammasso di grasso e chissà cosa, mi fa venire i brividi solo a pensarci. Con le manine sento che mi sfiora il mento, ma io non mi volto resto immobile, allora lui fa un movimento repentino nel tentativo di afferrarmi e forte di quella spinta un lembo di quella massa che ha nella fronte si lancia come un tentacolo, mi tocca una spalla e: “Oh!” urlo schifato come fossi circondato da scarafaggi, senza pensarci mi alzo di scatto, allargo le braccia.
E poi il tonfo.

Annunci