La migrazione dei giganti – 18. Perché i pesci rossi non governano il mondo

di Roberto Albini

Il Secondo sembra sicuro di dove sta andando. Non si distrae, non si guarda intorno. Solo di tanto in tanto si volta a controllare se lo sto seguendo. Io sinceramente fatico a stargli appresso, come un po’ a tutto del resto. Lui scansa le auto con la grazia di un ballerino, io ogni tanto ci inciampo, ne calpesto una. E poi pure aggirare i palazzi senza che ti prenda, dopo un po’, la voglia di sederti e pensare: “Ma perché sto faticando se non sto andando da nessuna parte?” Eppure il Secondo sono sicuro che non se le fa queste domande. Anzi, credo che nessun gigante si chieda mai cosa stia facendo. Perché allora io sì?
Imbocca viale Marconi. Passiamo sopra il Ponte di Ferro, che scricchiola al nostro passaggio. Il Tevere sotto di noi riflette la nostra immagine su un tappeto d’acqua marrone; è la prima volta che osservo la mia forma dopo che ho preso l’Amica. Sono grandissimo, tanto che il fiume non riesce a contenere tutta la mia sagoma, e la testa mi finisce sgranata sulla riva tra i canneti. Il Secondo continua sicuro, svolta a destra infilandosi tra due palazzi che a malapena ci contengono, e subito dopo ci ritroviamo su un marciapiede abbastanza ampio e comodo da percorrere, che costeggia il Tevere. Facciamo qualche metro e poi lo vedo sbucare, da dietro le colline di erba incolta: è il Gasometro, mezzo ammaccato. Sulla destra i pilastri si sono contorti formando un arco irregolare che fa assumere alla struttura una posa drammatica, come quella di una persona ferita su un fianco, o quella di uomo al quale è successo qualcosa di terribile, tanto che il dolore gli impedisce di restare in piedi. Rimango incantato ad ammirare i pilastri d’acciaio, ritorti su loro stessi, disegnare figure astratte nel sole diventato il rosone di una finestra gotica. Il Secondo non ci bada nemmeno, e neanche gli sparuti viandanti che ogni tanto ci affiancano dall’altra parte del fiume, o sopra il ponte, in alto sopra di noi. Una bambina alta dieci metri, sta in piedi dentro il Tevere e muove flemme con una mano l’acqua che al suo gesto forma torbidi mulinelli. Un altro gigante sta seduto sopra il tetto di un palazzo, forse riprende fiato, fa dondolare pigro una gamba e guarda lontano, verso il posto che crede di poter raggiungere un giorno. Ma nessuno di loro si fissa sui resti del Gasometro, che anche così ridotto conserva intatta la sua maestosità tetra. Perché allora io sì?
Il Secondo si ferma di botto.
Si volta verso di me mentre con il braccio indica verso il Gasometro. “Formaggio”. Ripete con quella sua vocina castrata. Dunque era questo che intendeva con quella parola. Sorrido, e scuoto la testa. “Ma quello non è formaggio idiota, è il Gasometro. Come credevi che avrei potuto capirti?”, penso, e vorrei dirglielo se mi ricordassi come si parla. Poi inizia ad arrampicarsi sopra gli argini, mentre io mi domando se ce la farò mai a superare quella sterpaglia. Inizio a essere stanco: muovere questo corpo richiede energie superiori rispetto a quello al quale ero abituato, così leggero e comodo. Un po’ è sempre così quando cambia qualcosa. Bisogna darsi il tempo di abituarsi, perché è sempre solo una questione di abitudine quando si parla di esseri umani. Che stranezza l’umanità. Prendi un pesce rosso: gli sale un po’ il pH dell’acqua e rimane stecchito, mentre noi ci facciamo il bagno in mari abitati dai preservativi usati, e niente, stiamo lì, beati. Ci facciamo le file in auto, paghiamo per tuffarci in un mare di merda. Ci siamo abituati e basta, non ce ne frega niente. Ecco perché i pesci rossi non governano il mondo.
Finita la scalata mi sdraio per riprendere fiato. Nel farlo abbatto una piccola radura di pini, e un camioncino bianco, che a dire la verità era già tutto ammaccato. Me ne fotto. Sono troppo stanco, e quando sono stanco il mondo diventa ancora più inutile. Il Secondo continua ad indicare in direzione del Gasometro. “Lo so cretino, lo so, ma non lo vedi che sono mezzo morto?”, penso. Poi noto dietro di lui muoversi nel buio delle ombre altre figure, altri giganti. Girano intorno a quell’ammasso di acciaio contorto, silenziosi, con quel loro modo incredibilmente leggiadro di camminare. Allora mi alzo, nel farlo calpesto una fila di auto parcheggiate, ma me ne fotto. Il Secondo avanza con andatura lenta, ha perso quella sua agilità da roditore, piuttosto è attento a mantenere una postura eretta e pacata. Lo seguo a qualche decina di metri, e cerco anche io di muovermi con delicatezza, nonostante non abbia troppa dimestichezza con queste nuove proporzioni. Dalla radura adesso si distinguono bene i miei simili, tutti in piedi e silenziosi attorno al Gasometro che con le sue ombre riga i loro volti. Sotto le rovine  scorgo un buco enorme, una specie di cratere, con ancora attaccati i resti di quello che una volta doveva essere un portone. Si intravedono pure delle scale che scendono sotto terra.
Quando i giganti si accorgono di noi, si voltano tutti, bloccandosi. Due, un ragazzo e un signore più maturo, si avvicinano verso di noi inespressivi come al loro solito. Il Secondo mi introduce con un gesto ai suoi amici che non dicono nulla, nemmeno il Secondo parla e io davvero non so che dire. Così rimaniamo tutti e quattro a guardarci in faccia, senza espressione, senza che nessuno si aspetti che l’altro parli. Sopra di noi passa ronzando uno stormo di droni. Intorno si sentono solo i passi felpati degli altri giganti intenti a compiere il loro giro intorno al Gasometro. Noi non facciamo nulla.
Poi l’ho vista.
Tra la spalla è il collo di quello vecchio.
Stava passando dietro di lui, in lontananza.
Ho visto i suoi ricci e il suo profilo, apparire e scomparire.
Era proprio lei, ne sono sicuro.
E allora mi sono ricordato che non sono un gigante.

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