La migrazione dei giganti – 17. La notte che quotidianamente calpestiamo

di Roberto Albini

Il Secondo torna ad osservare il palo. Infila un dito dentro la plafoniera, poi lo afferra e inizia a sbatterlo piano contro il balcone di un palazzo. Alcuni vasi precipitano, e quando raggiungono la strada esplodono in mille scaglie. Da quassù, da dove osservo la scena, il catrame che ricopre il suolo può benissimo sembrare un cielo notturno, e i vasi in frantumi fuochi d’artificio lanciati contro un alto che invece si trova in basso. Il Secondo mi guarda complice, forse sta pensando la stessa cosa a cui sto pensando io, mi sorride. E’ la prima volta da quando lo conosco che sembra essersi accorto che esisto. Mi avvicino. Al principio faccio solo un passo per vedere come reagisce, e solo quando sono sicuro che non si spaventi, avanzo togliendogli delicatamente il palo dalle mani. Lui mi lascia fare, immagino si fidi di me adesso. Si gratta una spalla, come sempre, e curioso segue i miei movimenti. La sbarra di ferro non sembra per niente pesante. Mi guardo intorno per cercare il balcone giusto, ma trovo anche di meglio: un attico. Il padrone di casa ha riempito il perimetro del grande terrazzo con una selva di piante di tutte le specie, che poi se ti piacciono le piante e la natura, perché non vai a vivere in un bosco? Poco male, ai nostri fini è anche meglio. Inizio a brandire il palo in direzione dei primi vasi, proprio di fronte a me, che cadendo riproducono lo stesso strano effetto di prima. Il Secondo ride, continua a grattarsi ma con l’altro braccio scaglia un pugno verso l’aria, entusiasta. E’ contento. Così tento di dare un ritmo a questo numero di fuochi pirotecnici senza né cielo né fuochi d’artificio. Prima ne faccio cadere due, poi uno, poi di nuovo due, ed ad ogni impatto esplodono scintillando al sole piccole scaglie di pietra bianca, fino a quando, la notte che quotidianamente calpestiamo, si illumina come fossimo a una festa di paese.
Dopo pochi minuti, anche l’ultima eco di quelle finte esplosioni si disperde tra le vie, e tutto ritorna immobile. Il Secondo ha smesso di ridere, e adesso è tornato a guardarmi con quella sua espressione confusa. Si gratta una spalla, ma vedo che sta pensando a qualcosa, qualcosa che non sono io, e chissà nemmeno il mondo. Sento che lo sto per perdere di nuovo se non mi sbrigo a trovare altri vasi da far precipitare. E invece, contro ogni mia previsione, il Secondo mi tende una mano, e mentre lo fa con l’altra mi indica l’orizzonte dicendomi: “Formaggio”. Pronuncia questa parola quasi sussurrando, ha un tono di voce fine da soprano, non sembra nemmeno un maschio. “Formaggio corre il nano”, aggiunge continuando a gesticolare in direzione della fine della città. Deve avere i mei stessi problemi nel parlare, ma se fosse veramente così allora noi due non riusciremo mai a dirci nulla sul serio. Che poi a pensarci bene, anche prima, prima che mi capitasse questa cosa, quando ero in grado di farmi capire, non sono sicuro di essere mai stato del tutto compreso, né d’altronde che io abbia mai veramente compreso qualcuno. Anche se i problemi erano altri, pigrizia, distrazione, il risultato non cambia. Eppure in qualche modo si faceva: interpretando, proiettando, rifacendosi all’esperienza, e chissà a quale altro trucco, e quando parlavo la gente reagiva di conseguenza. Ma anche no. In effetti spesso no. Io parlavo e la gente capiva altro, e anche il contrario naturalmente. Eppure con questi metodi ci sposiamo, coltiviamo amici, svolgiamo il nostro ruolo di genitori, fino a quando un bel giorno succede che ci scappa il “non lo capisco più”, il “è cambiato”, ma è solo perché forse per la prima volta ci siamo messi ad ascoltare veramente, e ci siamo accorti che le parole con le quali gli altri descrivono il mondo, non sono le nostre.
Allora che problema c’è se adesso afferro la mano del Secondo, cosa rischio che non abbia già rischiato a seguirlo mentre si fa largo tra i palazzi, lentamente, stando attendo a non calpestare nulla, come fanno tutte le creature che di questi tempi, migrano verso l’orizzonte. Lo seguo facendo finta di sapere cosa intende con “formaggio”, sicuro che in qualsiasi caso la mia vita non potrà andare diversamente di come è andata fin’ora.

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