La migrazione dei giganti – 16. Salto con aglio domani

di Roberto Albini

Quando arrivo al portone l’Amica mi è già salita. Così aspetto un attimo, giusto il tempo mi passi la vertigine e che il mio corpo riprenda l’equilibrio che impone questo stato d’animo. Dallo stomaco salgono brividi che mi tolgono il fiato, come in una discesa sulle montagne russe, e le proporzioni delle cose si spostano leggermente, in maniera logica, tanto che sembrano siano state sempre così, con questi angoli asimmetrici che non mi ricordavo proprio. Traballo. Dietro quella grande porta a vetri smerigliati, intravedo le sagome sfuocate di quello che troverò fuori. C’è una voce dentro di me che cerca di dirmi qualcosa: odo le sue parole in lontananza riverberare come fossero pronunciate in una chiesa vuota, però non mi parla nella mia lingua né in nessuna di quelle che conosco. Non capisco cosa vuole dirmi, così la ignoro, e tento di trovare la distanza giusta per afferrare la maniglia. La mia mano si sta gonfiando. La vedo diventare più grande del normale in pochi secondi. Mentre tutto il resto del mio corpo è rimasto come sempre, lei continua a crescere velocemente fino a quando per aprire devo impugnare la maniglia con due dita, ormai grandi come due polpacci. Anche alla mia gamba sinistra sta succedendo qualcosa di strano: l’alluce ha bucato la scarpa che non riesce più a contenere la grandezza del piede. Mi muovo a fatica, però ce l’ho quasi fatta, sto per uscire al mondo, il cuore batte forte e la voce che mi parla da dentro urla un sibilo incomprensibile.
Perdo la presa, il piede destro è divenuto troppo pesante da spostare, inciampo e precipito a peso morto contro il portone che si spacca sotto il mio peso, ed è così che faccio la mia nuova entrata nell’umanità. Rotolo trascinato dal peso della mia carne ormai impossibile da gestire. Mi ritrovo sdraiato sul marciapiede, pancia all’aria, braccia e gambe aperte, una mano sproporzionatamente grande che giace alla mia destra, un piede così pesante da spostare che suggerisce resa incondizionata al moto. E’ successo un’altra volta, sono riuscito di nuovo ad arrotolarmi su me stesso, a diventare zavorra delle mie intenzioni, a finire schiena a terra senza voglia di rialzarmi.
Contro ogni logica mi torna in mente una vecchia battuta: “Vi dicono che fumare l’erba vi rende demotivati. Falso! Quando sei fatto puoi fare tutto quello che fai normalmente, altrettanto bene: solo che capisci che non ne vale la fottuta pena”. Rido. Rido sa solo, come sempre: il limite che divide il comico dal patetico è un affare intimo, come il sesso. Di chi diavolo è questa frase? Non lo so ma è esattamente così che mi sento. E’ passato del tempo, troppo, se quel gigante era veramente il Secondo, non lo saprò mai, si sarà allontanato di chilometri, mentre sto qui sdraiato sull’asfalto, senza che riesca a ritrovare il motivo che mi ha spinto fuori di casa. Non avrei dovuto dare retta alle mie passioni, qui, in questo stato, mi sono solo inutilmente esposto a pericoli evitabili. Nell’aria rimbombano, cupi suoni della natura, i passi dei nuovi abitanti del mondo. Ombre infinite oscurano il sole a tratti lunghi un respiro. Uno stormo di droni vola in alto nello spicchio di cielo che mi è toccato in questo pomeriggio a caso della mia vita, mentre un’altra ombra più scura e grande di tutte le altre, li inghiotte muta. Che differenza fa se un gigante passando mi calpesta: da qualche parte lei mi pensa senza più volermi.

La strada è diversa stasera. Voglio dire non è diversa la sua forma: i bidoni dell’immondizia sono sempre al loro posto, così come la macchina gialla posteggiata sopra le strisce pedonali. Anche lo squarcio nell’asfalto segue lo stesso percorso casuale che lo ha impresso perenne nella strada. E’ l’aria piuttosto a essere diversa, il suo odore, la sua consistenza. Mi alzo poggiandomi su una cabina elettrica, mi sento più stanco del solito, come l’atmosfera di Roma. La mia corsa verso la posizione eretta dura una quindicina di secondi, poi mi ritrovo con lo sguardo di nuovo piantato verso l’orizzonte, sopra i tetti dei palazzi, oltre i quali le sagome scure degli altri giganti si muovono seguendo la stessa traiettoria. Cerco di orientarmi. Quando dal mio balcone ho visto il Secondo grattarsi, era abbastanza vicino, a sinistra del punto d’osservazione, così inizio a muovermi cercando di seguire quella direzione, laggiù oltre quegli edifici grigi. Immagino nel frattempo si sia allontanato, col suo fare animalesco, stranamente distratto dal raggiungere l’orizzonte. Ed è per questo che voglio trovarlo: forse c’è un altro posto dove arrivare, un posto migliore persino dell’orizzonte. O forse lui c’è già stato, è giunto a vedere cosa nasconde, per questo non ha più ansia di arrivarci. Ed è a questo che sto pensando, quando scavalco una palazzina e mi ritrovo di fronte al Secondo. Sta giocando con un lampione, per questo non si accorge subito della mia presenza. Strizza il naso grattandosi la spalla. Non sono sicuro mi abbia riconosciuto, e visto che nemmeno Roberto lo aveva fatto, non mi stupisco. Non provo nemmeno a salutare, sicuro che tra giganti non abbia senso, piuttosto ho paura mi sfugga, come è solito fare, attirato da un’auto da colore sgargiante, o da qualsiasi altra cosa reputi interessante nei suoi ragionamenti. Voglio sbrigarmi a fargli le domande che mi interessano, e vorrei sul serio farlo, ma come al solito, quando abito questa forma, le parole non arrivano ordinate alla bocca. Provo a concentrarmi, con un sforzo incredibile racimolo qualche vocabolo che credo rappresenti ciò che voglio esprimere, serro i pugni e dico: “Salto con aglio domani?”.
Il Secondo ha ancora il lampione tra le mani. Si gratta una spalla. Muove di scatto la faccia un paio di volte, come volesse osservarmi meglio, ma non parla.

Annunci