La migrazione dei giganti – 15. Non c’è niente di meglio che il mondo possa offrirti più del tuo divano

di Roberto Albini

E allora, come sempre quando mi vengono questi pensieri, mi alzo e mi avvicino alla finestra. La solita finestra. La finestra è sempre quella, quello che c’è fuori pure. Ma io, quando sento che la solitudine inizia a parlarmi all’orecchio con tono languido, mi alzo e mi avvicino alla finestra, che è sempre la stessa, e il suo paesaggio anche. Lo faccio senza pensarci: respirare aria lo considero fare qualcosa. Come quando ti senti poco bene e ti dicono di respirare, come quando riempio la vasca fino all’orlo, con l’acqua che quasi trabocca, e immergo la testa per costringermi ad avere la necessità di respirare. Quello che tento di ottenere quando provo a perdermi dentro una vasca alta quaranta centimetri, è la stessa cosa che mi piacerebbe afferrare quando mi affaccio alla finestra. Nessuno sa cosa nascondono le vasche nei loro abissi, nessuno conosce cosa cela l’apparente immobilità che avvolge i panorami fuori dalle finestre. Cosa cerca veramente lo sguardo quando prova a spingersi oltre il palazzo più lontano, lo sa solo il pensiero frettoloso che ci attraversa in quel momento, e naturalmente i giganti, dato che proprio verso quella direzione sembrano diretti.
Passano al solito indifferenti, queste creature alle quali il tempo ha rubato il fascino del loro mistero, riducendoli a lampioni, a campi di antenne sopra i tetti, a mero arredo urbano. I loro passi non mi fanno più sobbalzare. Giaccio affacciato, ipnotizzato da tutto questo muoversi di carne e di intenzioni mancate, annoiato dall’abbondanza di questioni che non mi attengono e che mi fanno desiderare di fondermi col divano, per dimostrare che non c’è niente di meglio ad aspettarmi al di là dei suoi confini. Eppure i loro volti mi tornano familiari. Sembrano proprio come noi, o noi come loro. A questo punto diventa un problema stabilirlo. Facce di gente stanca, al ritorno la sera verso casa, con la stessa espressione degli automobilisti fermi ai semafori. Quando da ragazzino mi raccontavano favole con i giganti, erano sempre muscolosi, rozzi, vestiti con pelli di centinaia di animali scuoiati, a volte addirittura di pelle umana, mai femmine. Mostri immensi, certi con un occhio solo, altri con due teste, armati di clave o spade pesantissime, sempre alla ricerca di qualche uomo da mangiare. Quelli che vedo dalla mia finestra, invece, hanno le nostre stesse caratteristiche fisiche: indossano abiti comuni, camicette, magliette. Non hanno armi, non vogliono mangiarci, vogliono solo raggiungere un altro posto. Sono forse questi i mostri che ci meritiamo in questo secolo? Masse di persone apparentemente umane, sguardi vacui che ci ignorano e ci attraversano senza nemmeno l’intenzione di voler sapere che esistiamo. Una sorta di condanna all’inutilità eterna, anche da parte di chi dovrebbe esserci nemico per natura. L’indifferenza come una mano enorme, che ci schiaccia riducendoci tutti a personaggi secondari di una storia che si sta svolgendo da un’altra parte, che non conosceremo mai.
In questo momento, sto pensando a lei.
Non la penso al presente, non mi chiedo cosa stia facendo, in quale casa ha trovato riparo, o con chi. Mi torna in mente in una delle sue espressioni, una di quelle che una volta consideravo immutabili, come il panorama della mia finestra. Chissà se è vero che stavo meglio quando c’era lei con me, oppure se io e il mio umore saremmo stati identici in tutti i casi. Se riuscissi a rispondere a questa domanda,  allora potrei dimenticarla sul serio, liberandomi da questo dubbio che mi fa sentire naufrago.
Un gigante passa davanti al sole. Piomba l’ombra sul mio volto. Poi per un momento si ferma e inizia a grattarsi una spalla. E’ un fatto strano, di solito non compiono gesti, non dimostrano di essere tanto vivi da avere addirittura pruriti. Così lo osservo meglio, anche se in controluce è difficile distinguerlo del tutto. Pure lui mi suona familiare, ma non mi posso fidare della mia sensazione perché loro, come noi, hanno tutti la stessa faccia. Il gigante continua a grattarsi, mentre si guarda in giro, sorprendentemente curioso, scruta i palazzi, il cielo, muovendosi a scatti come un grosso roditore. Poi si volta verso di me e allora ho la certezza di conoscerlo. E’ il Secondo.
Rimango per un attimo senza aria. Quella contenuta nell’atmosfera non mi basta. Era tanto, tantissimo tempo, che non mi sentivo così, un tempo in cui a mia reazione a queste mancanze di fiato erano reazioni d’istinto. Non capisco più cosa sta succedendo, ammesso lo abbia mai saputo. Mentre cerco di elaborare vado in cucina e mi verso un bicchiere di Amica, mi aiuta a pensare, o a pensare che stia pensando, che è la stessa cosa. Forse dovrei uscire. Sì, dovrei uscire e provare a raggiungerlo, forse mi riconosce, forse mi spiega. Non c’è niente di meglio che il mondo possa offrirti più del tuo divano. Guardo la porta: è da lì che sono spariti tutti. Non c’è niente di buono al di là del tuo divano. E poi le scale.

Annunci