La migrazione dei giganti – 14. Niente di nuovo

di Roberto Albini

Il display rosso, ormai coperto da una patina di polvere, segna cinquantasei. In verità la polvere ricopre un po’ tutta casa, visto che non la pulisco dall’inizio della migrazione.
Ma, a parte l’aumento di sporcizia, non è successo niente di nuovo.
Finché continua il passaggio dei giganti a Roma, non può succedere nulla; tutto si svolge all’interno dello spazio che loro ci concedono. Tutto nasce e muore dentro un appartamento, e il mondo ignora le nostre personali storie a circuito chiuso.
Assumo regolarmente l’Amica ormai, e lei mi toglie l’appetito insieme alle poche voglie che mi sono rimaste. Passo le notti a vagare tra i palazzi della mia città, in compagnia di altre centinaia di compagni muti, felici anche loro, come me, di camminare e basta. L’orizzonte non ti mette fretta: sta lì, immobile e ti aspetta. Basta solo allungare una gamba e poi un’altra, e non c’è bisogno di fare altro, non c’è necessità di dire nulla. Quando mi riprendo, sono affaticato come se sul serio abbia percorso chilometri e chilometri, scavalcando edifici, scansando alberi, superando fiumi. Allora rimango sul divano, tutto il giorno, per riprendermi dalle fatiche che avverto come reali, e nel frattempo penso che ci stanchiamo veramente solo delle cose che non ci piacciono, mente per le altre, la stanchezza, è la certificazione che siamo stati bene. E’ così che mi faccio forza, queste sere in questa migrazione, mentre gli acari danzano sulla mia solitudine.
A parte questa mia affezione all’Amica, non è accaduto assolutamente nulla di nuovo.
Il Primo e il Secondo se ne sono andati. Un giorno, quando sono tornato dal viaggio, non c’erano più, e basta, così. Non hanno nemmeno detto una scusa come la mia ex, non hanno lasciato un biglietto, un messaggio. Niente. Lì per lì ho pensato pure di essermeli immaginati, che erano fatti della stessa natura delle mie passeggiate notturne. Non ho provato nessuna nostalgia di loro, e questo mi ha sorpreso più di tutto, perché vuol dire che mi sto abituando alle assenze. Mi è presa questa cosa, questa consapevolezza, del fatto che l’intera vita sembra ruotare intorno ai vuoti che lasciano le cose che se ne vanno. Quello che c’è, in fondo, conta pochissimo in confronto a quello che c’è stato. Siamo dei vuoti a rendere. Nasciamo pieni d’amore, d’illusioni ridiamo per qualsiasi cosa perché qualsiasi cosa ci appare meravigliosa. Poi, mano a mano col tempo, andiamo perdendo un po’ tutto, spargendolo qui o lì. Ed è forse per questo che si finisce per non credere più in niente e a nessuno, a preferire la tranquillità all’amore, a non fidarsi, a non crederci, a cercare sempre di azzeccare da che parte arriverà l’inevitabile fregatura, a dove sta il trucco, a non stupirci più del brutto che lascia buchi enormi nei nostri umori, riducendoci a contenitori senza contenuto. Ogni volta che qualcosa finisce il suo transito attraverso le nostre esistenze, si porta via un pezzo di speranza che tutto non sia semplicemente così com’è, fino a quando non ce ne rimane più, né per noi, né per gli altri. Smettendo di credere all’infinito, non resta che prendere atto del finito innato nella natura, così che ogni persona, ogni situazione, ogni stato d’animo, non mi sembra altro che l’ombra della propria assenza.
Ma a parte questa fuga, non è successo niente di nuovo.

Roberto allora si volta. Non ho fantasia sufficiente per inventarmi altre parole da dire. Lo guardo tentando di sorridere e mi indico con un dito il petto. Pure lui mi osserva, in modo distratto, non si ferma nemmeno, forse non mi riconosce o mi ignora, non capisco. Mi supera in pochi secondi e si perde dietro una fila di palazzi scuri. Un altro che se ne è andato, penso. Adesso non ho più amici, o forse non ce li avevo nemmeno prima. Forse erano già ombre.
Un filo di pioggia che cola da un davanzale; una penna che cadendo rotola per qualche centimetro; i peli sui lavandini; il ticchettio dei tasti di una tastiera; la frutta che col tempo annerisce; il filo di panna che si forma in un bicchiere di latte bollente; gli insetti che volano intorno a una lampadina; le persone che ti hanno riempito i giorni e che adesso non ci sono più; le persone alle quali hai riempito le giornate, e che adesso non ci sei più.

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