La migrazione dei giganti – 13. Neve

di Roberto Albini

Succede esattamente come l’altra volta. I palazzi che si accorciano, il fiato che aumenta, le parole che perdono il loro significato e si annacquano tra i pensieri. Stavolta lo vedo subito l’orizzonte, so già cosa fare, come l’avessi sempre saputo, come se non avessi fatto altro da quando sono nato. Inizio a camminare tra gli edifici, un po’ goffamente a dire la verità, e subito noto al mio lato un’altra persona. Non sono solo, dunque. Istintivamente mi guardo intorno e scopro intorno a me una miriade di gente intenta a farsi largo tra le costruzioni della città, con lo sguardo dritto verso la sua fine, e oltre, lì dove siamo diretti tutti. Nessuno parla, nessuno mi nota, nessuno mi saluta, e allora nemmeno io lo faccio.

Non rispondo alla domanda. Alla tele trasmettono un documentario, e mi distraggo. Raccontano di un episodio capitato in Russia, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un gruppo di giovani studenti decide di fare una gita nei boschi. Siccome si sono portati le macchine fotografiche, è tutto documentato. Si vede una distesa di neve con alberi dai lunghi fusti e dai pochi rami, anche loro imbiancati. I ragazzi posano ridendo sotto un cielo pallido almeno quanto il paesaggio. Sorridono alla camera, si abbracciano, qualcuno di loro non porta il cappello, le donne indossano tutte la gonna sotto un cappotto che la fotocamera ha immortalato grigio scuro, ma chissà di che colore era realmente. Il narratore commenta che l’escursione doveva durare un paio di giorni, che si sono accampati nelle tende, per passare la notte e poi tornare indietro, il giorno dopo. Ma indietro non ci sono mai tornati. Quanto le autorità hanno ritrovato l’accampamento, le tende sono erano state tutte squarciate, dall’interno, e i bagagli sparsi come se qualcuno si fosse divertito a lanciarli in aria. Il primo corpo l’hanno rinvenuto poco lontano da lì. Gli era stato strappato un braccio e gli mancava un occhio. Altri resti umani sbucavano fuori dalla neve per un raggio di cinque chilometri. L’ultimo corpo fu ritrovato molto più distante. C’era solo il busto e non si stabilì mai con certezza a chi appartenesse. Poi squilla il cellulare, e mi distraggo nuovamente.
E’ Roberto. Scrive: “Dovrebbe vedere”. Senza faccine, senza simboletti.
Naturalmente chiedo spiegazioni, ma non risponde.
Attendo qualche secondo, poi mi stufo e torno a seguire il documentario che nel frattempo è finito. C’è già la solita pubblicità che precede un altro programma.
Nella stanza si sente attutito il rimbombo dei passi dei giganti, ma non lo noto quasi più. E’ diventato un rumore naturale come il fruscio di fondo di un vecchio nastro magnetico. O forse, da quando se ne è andata lei, da quando quel mondo è andato in frantumi, non me ne importa più niente. Non mi importa dei giganti, non mi importa più di questi due, né di me. Fuori dalla bolla magica di quello che si considera la propria serenità, c’è solo una distesa di neve, dove le cose e le persone spariscono e vengono dimenticate. C’è un mostro che si aggira indisturbato per le nostre strade, che ci fa tutti a pezzi, agendo senza lasciare traccia. Si chiama vita.
Un uomo in giacca e cravatta alla tele dice: “Ti senti solo”?
Rispondo di no con la testa.
“E’ perché lo sei. Soltanto l’Amica non ti lascia mai”.

Da dietro una palazzina arancione, vedo sbucare il capoccione di Roberto. Ha i capelli spettinati, ed è sudato. Pure lui mentre cammina sta imbambolato verso l’orizzonte, e non si accorge che gli sto a pochi passi. Quanto tempo è che non lo vedevo dal vivo a Roberto? Non me lo ricordo. Quando provo a pensare al passato, è tutto impastato, tutto sfuocato. Allora provo a chiamarlo, ma le parole non mi escono. Come si dice in questi casi? Non mi viene in mente. C’è una convenzione, questo lo so, ma quale espressione devo usare esattamente, proprio non riesco a ricordarlo. Alzo un braccio ma Roberto ancora non mi vede. Devo concentrarmi, però più lo faccio più ho il vuoto, così mi affido alla fantasia. E’ facile devo solo attirare la sua attenzione. Prendo fiato e mi convinco che so quel che voglio dire, e che lo so dire. Poi sento le parole rotolare sulla lingua, e a quel punto diventa tutto semplice. Apro la bocca e urlo: “Roberto state qui!”.

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