La migrazione dei giganti – 12. Alle Poste

di Roberto Albini

Chiudo la finestra, e torniamo tutti a fissare punti immaginari sparsi nella stanza. E allora ci penso, a cosa ci sto facendo con questi due dentro casa, con il display che segna venti, seduto come se questa fosse una sorta di normalità, ad attendere semplicemente il minuto seguente, con il pudore di chiedersi cosa sarà. Ho uno stato d’animo da fila alle Poste. Mi chiedo se sia normale vista la circostanza, o se ci sia qualcosa che io possa fare per cambiare lo stato delle cose. Ma la mia volontà non arriva più in là del porsi la questione. C’è stato un tempo in cui avrei agito. No, non è vero. Non c’è mai stato, lo dico solo per la vergogna di non aver mai avuto un periodo di splendore, un tempo durante il quale non abbia semplicemente cercato di schivare gli eventi, ma piuttosto di averli domati, e diretti secondo le mie esigenze. Poi, però, mi rendo conto che il prima mi interessa poco, che il futuro ha smesso di promettere vie d’uscita, e che il presente si è allungato come ombre di cipressi prima del tramonto. Solo i giganti pare sappiano dove andare in questo secolo senza direzioni.
– Cosa stiamo aspettando?
– La morti.
– No, intendevo nello specifico. Cosa state aspettando?
– Adesso ci cerca. Non vogliono tornare nella stanza.
– Ma chi vi cerca?
– Non lo suppiamo, però lo sanno che non dovevamo andare via. E ci cerca.
– E per quanto tempo credi che vi cercheranno? Voglio dire, quanto dovrete rimanere qui?
– Forse, quando loro torneranno nelle stanze, quando ha finito il tempo di camminare, lui si scorderà.
– Ma loro chi? I giganti? Intendi quando finirà la migrazione?
– Quale giganti?
– I giganti, loro, quelli fuori come quell’essere di prima che ha spappolato il cane…
– Quali cane?
– Va bene. Cerchiamo di capire meglio. Ti va? Tu chi cazzo sei?
– Quando?
– Adesso, chi sei?
– Quelli che sarai tu.
– Sto impazzendo. Ma cosa vuol dire? Avrò diritto a sapere qualcosa, no? Mi avete sequestrato.
– Non vi ho sequestrato, sei libero. Vai se volete.
– Ma io non vado da nessuna parte, siete voi che ve ne dovete andare, questa è casa mia.
– Prima di entrare nella stanza stava in un altro posto. Non ricordiamo quale, non gli interessa. Poi c’è stato quel momento, che ha durato così tanto, che alla fine si sono scordati tutto. Eravamo semplici, prima della stanza. Quasi vento.
– E dopo cosa vi è successo?
– I cicli.
– I cicli?
– I cicli finisce. Non dura. Non dura nemmeno se lo volete far durare. Sono fatti così.
– Ed è allora che siete finiti nella stanza?
– Può essere. Probabilmente lo è. Alla fine del ciclo, sono tornati a casa senza sapere dove fosse. E’ ha trovato la stanza. Un posto sono un posto.
– E dopo?
– Dopo tempo.
– E dopo il tempo?
– Un boato.
– E dopo il boato?
– La luce buia della notte.
– Siete fuggiti?
– Sono stati fuori. Fuori è così. Fuggono. La sirena li insegue.
– Continua.
– C’è molti sotto le macerie. Maurizio per esempio. E io cammino, come sempre.
– Immagino ci sia anche lui, Secondo.
– Lui chi?
– Non fa niente. Ma nella stanza, cosa facevate?
– Si svegliavano, mangiavano e poi lavorava. Poi torna e mangiava. Poi dormivano.
– Tutto qui? Voglio dire: nessuna violenza, nessuna tortura?
– Tutto qui mi dice. Chi vorrebbe stare in un posto simile?

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