La migrazione dei giganti – 11. Sedia

di Roberto Albini

Il Primo mi dà una botta sulla spalla.
– Come state?
Appena pronuncia la domanda, tutto mi scorre indietro, vengo risucchiato in un vortice al di là del quale c’è la voce del Primo e un vago odore familiare. Ho bisogno di qualche secondo per capire dove mi trovo, e in quale stato d’animo. Forse è troppo presto per rispondere. Ammesso ci sia un presto e un tardi, quando si tratta di capire come si sta. Mi chiedo se non stia cesellando troppo la situazione, in fondo mi ha chiesto solo come sto, vuole una risposta semplice che gli faccia capire se deve preoccuparsi. A me, invece, viene piuttosto di rispondere il più sinceramente possibile, cercando di scandagliarmi a fondo in cerca di una definizione che possa soddisfare anche a me. Ma non la trovo. Mi immagino di girare impaziente negli anfratti della mia coscienza, con una torcia in mano, scansando vecchie cassette magnetiche e qualche pezzo di formaggio scaduto, rovistare in cassetti dimenticati, mettere a soqquadro armadi dai quali esce solo polvere. E di come mi sento, nemmeno l’ombra. Tutto tace dentro di me. Le cose belle e le cose brutte, la tristezza così come la gioia, hanno smesso di far baccano con la musica fino a tarda notte, e riposano, in letti separati ma in stanze contigue. Tutto tace. Forse dovrei spaventarmi, mettermi in un qualche tipo di allarme, ma persino i doveri essenziali, giacciono sotto questa nebbia alla quale non so dare un nome.
– Sedia.
Perché ho detto “sedia”? Ho pensato “bene”, come sempre, come tutti. Ho pensato “bene”, ma ho detto “sedia”. Sedia, bene, sedia, bene. Adesso che mi ci soffermo, non sono proprio sicuro del significato di “sedia”, né di “bene”. Forse ho detto giusto, si dice così: “Come stai?”, “Sedia”, e poi si sorride. Oddio non ricordo.
Rimango un po’ a guardarlo. Il Secondo è seduto accanto a lui, grattandosi una spalla, pure lui mi osserva, ma si distrae in continuazione, cercando di afferrare polvere dispersa nel raggio di luce di una lampada. Sembrano tranquilli, o meglio, come il loro solito. Forse loro non hanno bevuto. Non sembrano avere questo stato confusionale che ho io, oppure lo nascondono meglio di me. E mentre lo penso, mentre penso a cosa può essere successo in quella stanza durante il mio viaggio, sento che le domande mi sfuggono mano a mano che mi vengono in mente. Anche adesso per esempio, non saprei dire su cosa stavo ragionando. Qualcosa che ha a che fare con quei due, ma non ricordo con precisione cosa. Ed è così qualsiasi cosa provo a pensare. Ed è così perché sento che quella nebbia si sta mangiando tutto. Se sapessi descriverla questa sensazione, direi che assomiglia come a uno di quei concerti, nelle birrerie per esempio, dove si esibiscono i gruppi cosiddetti emergenti. Quei ragazzotti, nel migliore dei casi, o quel gruppo di panzuti quarantenni mai cresciuti, nel peggiore, convinti che solo vestendosi strani e agitando le teste seguendo il ritmo delle loro canzoni, stiano facendo musica. Stiano facendo qualcosa. Ogni volta che ne vedo uno, mi rattrista la scena di me che ascolto loro, che partecipo in qualche modo a questa celebrazione del niente che si agita. Ecco, se sapessi dirlo è un po’ così che mi sembrano le cose adesso. Un agitarsi di nulla, e io leggero fluttuante in queste maree di niente che mi accompagnano nelle giornate piovose d’inverno, o in quelle afose d’estate, durante la migrazione dei giganti, ma anche quando non ci sono. Mi sembra uno spreco essere triste, per questo nulla. E allo stesso tempo, non c’è nessuna soddisfazione a gioire del niente.
Il Secondo fa un verso strano con la bocca, indica la finestra. Il Primo si alza per andare a controllare e allora anche io, ma non mi ricordo più il perché, mi avvicino a loro. Fuori un gigante ha afferrato un cane, lo tiene per la pancia con due dita. Di cani non ci capisco niente, non so distinguerli tra loro, posso solo dire che non è tanto grande, e sicuramente non è un cane lupo, o di quel genere lì. E’ bianchiccio, e resta immobile tra la stretta del gigante che lo osserva sorridendogli. Lo muove in aria lentamente, osservandolo con calma, incuriosito e divertito. La bestia resta muta a questo gioco. E’ la prima volta che vedo un gigante interagire con l’esterno, è un fatto molto raro. Mi sembra di ricordare. Un altro di quegli esseri passa a fianco del primo gigante che sembra riaversi, sembra d’un tratto ricordarsi cosa stava facendo l’attimo prima di distrarsi con quell’animale. Allora chiude il pugno di scatto. Il cane rimane stritolato esplodendo in mille rivoli di sangue e carne lacerata, che fluiscono dalle pieghe di quella mano enorme. Poi il gigante si pulisce sulla facciata di un palazzo, e riprende il cammino come nulla fosse successo.
Noi tre, rimaniamo ad osservare il grumo rosso scuro che una volta era un cane, scivolare lungo il vetro di una finestra.
– Come state? – Domanda il Primo
– Sedia. – Rispondo sicuro.
– Anche noi .- Risponde il Primo.

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