La migrazione dei giganti – 10. Bisogna camminare, per andare avanti

di Roberto Albini

E poi il paesaggio si abbassa e si fa piccolo, e a quel punto posso guardare tutto dall’alto, come un uccello che si alza in volo ma senza ali, e con i piedi comunque sempre a fare da unico rimedio alla logica della gravità. Sembra un viaggio questo innalzarsi dello sguardo, durante il quale anche i pensieri sembrano voler osservare di più. Mentre le finestre di un palazzo scorrono verso il basso, mi sembra mano a mano di diventare più leggero d’umore; non sono semplicemente distratto, come succede sempre, è più uno svuotarsi dopo che ci si è sentiti colmi di qualcosa d’estraneo. Come una pisciata, all’aria aperta, dopo che si è trattenuto a lungo. E’ quel breve momento di puro rilassamento dei nervi e dello spirito, protratto per un tempo che smette di scorrere e diventa istante. Una serie infinita di istanti, senza un prima né un dopo, una coscienza fatta solo di adesso. Più in alto riesco a vedere più lontane mi sembrano tutte le cose che mi sono accadute, meno gravi e indefinite. Non avverto più nessun peso in fondo al petto, anche se lo cerco a lungo. Ai dolori assegno un nome, a volte sedia a volte lago; spariscono i sostantivi, gli avverbi, gli articoli, sia determinativi che indeterminativi. Il linguaggio si adatta per divenire lo strumento per tracciare piccole tacche su una parete immaginaria, eretta al solo scopo di percepire un prima e un dopo. Lei è divenuta una ciocca di capelli ricci. E’ il modo, in questo momento che sarà solo adesso e per sempre, in cui la ricordo. Anche lei si è fatta graffio di questo muro che separa ciò che ero da quel che sarò.
Quando il mio guardare arriva a soverchiare i palazzi di quasi il doppio della loro altezza, allora si ferma di colpo l’ascendere. Davanti a me si sta svolgendo un’alba o un tramonto, però il cielo è rosso intenso, le nuvole invece strappi rosa su un fondo blu scuro. Sotto di me giacciono innocue le cupole delle basiliche e gli archi di monumenti millenari. Un tappeto di tetti rossi e rivoli scuri, che un tempo chiamavo strade, a ingabbiarli. Solo adesso mi rendo conto che dall’alto sembrano essere una ragnatela che imprigiona e allo stesso tempo tiene insieme i pezzi di Roma. Più giù, morbide colline tatuate di vigneti, e poi i campi che da verdi sfumano verso il rosso di altri tetti, e di altri monti, e di altre pianure. Fino a quando l’arco dell’orizzonte cela l’altra parte quello che non posso vedere nonostante l’altezza. A questo punto faccio il primo passo. Mi sento pesante, lento. Tutto il contrario del mio stato d’animo, ma devo assolutamente scoprire cosa è quel che non posso osservare da qui. Avanzo. L’orizzonte si svela un po’ di più. In fondo è tutto molto semplice: bisogna camminare, per andare avanti.

Il Primo scansa le posate che gli avevo preparato convinto di fargli un favore, afferra con le mani a pinza due fettine panate e affonda un morso che quasi le dividono in due. Mastica lentamente, i cespugli che ha sopra gli occhi si rilassano crollando sulle palpebre. Eppure anche se nascosto, posso osservare il suo sguardo che è come se fissasse un punto lontano, oltre, me, oltre la parete. Il Secondo si è portato le mele in un angolo della stanza, le controlla una per una, molto attentamente, senza smettere di grattarsi la spalla. Il Primo e il Secondo, sono due persone completamente diverse tra loro, sia fisicamente che in termini di modi di fare. Eppure vengono dallo stesso posto, probabilmente hanno diviso una parte di vita insieme. Sembra che a unirli sia stata un’esperienza comune, più che la frequentazione congiunta di una situazione. Hanno lo stesso comportamento di coloro che hanno vissuto una guerra, o una catastrofe. Quando li intervistano i loro modi di porsi hanno tutti una peculiarità distinta: c’è chi è più emotivo, chi dimostra calma o freddezza, ma hanno tutti un’espressione particolare, un timbro che deforma i visi e li rende rappresentazione plastica di quello che è accaduto. Ecco, loro hanno quella faccia lì, quella di coloro che si sono trovati nello stesso momento a vivere qualcosa di eccezionale, e per questo destinati ad essere diversi da tutti gli altri, ma simili tra loro.
Il Primo ha quasi finito di mangiare, credo sia questo il momento. Con fare naturale mi alzo e vado in cucina, dove ho preparato tre bicchieri, uno pieno di acqua gli altri con l’Amica. Il piano è elementare. Porto da bere a tavola, io mi prendo quello innocuo e a loro faccio bere la droga. Appena capisco di essere libero faccio qualcosa. Sì, appena libero mi invento qualcosa per usare la libertà. Probabilmente chiamerò il Comune che manderà degli agenti, così potrò tornare a chiudermi dentro casa, a contare i giorni sul display rosso, ad osservare i giganti dalla finestra, a temere il momento prima di prendere sonno, e a pensare a quanta è bella la libertà.
Con le mani non riesco ad afferrare tutti e tre i bicchieri. Allora ne prendo due, uno contaminato e uno no, facendo attenzione a mettere il mio lontano dagli ospiti. Rivado in cucina e quando torno nella stanza c’è il Secondo che sta lavando una mela con l’acqua del mio bicchiere. Cazzo. Il Primo si è alzato e mi viene in contro sorridendomi. Mi prende una spalla con la mano e alza il suo calice all’aria, vuole brindare. Se bevo il piano va a monte, anche se non mi sento affranto. Mi prende come una voglia infantile di accettare le cose senza opporre più resistenza. Una specie di abbandono alla debolezza, alla sfortuna, alle incapacità; una sorta di stanchezza procurata dallo sforzo di dare senso alle fatiche quotidiane. E allora, vada come vada.
Non me ne frega niente.
Bevo.

Annunci