La migrazione dei giganti – 8. Non sarebbe fantastico se fosse un film?

di Roberto Albini

E adesso mi viene persino da ridere, e infatti rido. Ma non è proprio una risata, non apro la bocca e quasi non produco alcun suono. E’ più uno sbuffare divertito. Mi si alza un lembo delle labbra accavallandosi con lo zigomo che si gonfia e, più per questo strano atteggiarsi della faccia che per altro, trasmetto a mio modo divertimento. Il Primo lo capisce, non comprende perché ma pure lui mi sorride, e il Secondo, sempre grattandosi la spalla, si avvicina incuriosito gettando il cellulare in una zona indefinita della stanza. Anche lui ci prova a ridere, senza mai smettere di raschiarsi; arriccia il naso perché crede sia così, tirandola dall’alto come per pescare, che si costringa la bocca a manifestare allegria. E io sbuffo ancora più forte, o rido, a seconda dei punti di vista. Mi diverte sempre vedere la vita accanirsi, perché lo fa quasi sempre in maniera fantasiosa, scegliendo bene il succedersi degli eventi, come un regista professionista, muovendo il caso affinché le coincidenze si dispongano in file ordinate, coese nel buttare giù il muro del prevedibile, per l’intimo egocentrismo della natura di dimostrarti sempre che tu non vali un cazzo.
Ed eccola qua, la giocata della mia vita. Fino a due settimane fa avevo un futuro che vedevo solo io, una vita ordinata, una donna da amare, una migrazione da sopportare, come tutti gli anni di questi tempi, perché tutti gli anni succedono le stesse cose, ed è meraviglioso potersi lamentare che le cose sono sempre le stesse. Perché quando non lo sono, diventano altro, e solo se la vita si distrae e sbaglia mossa, si cambia in meglio. Nella maggior parte dei casi i cambiamenti non sono quelli che ci aspettavamo, e c’è sempre un nuovo compromesso da accettare, un’offerta al ribasso, un piccolo pezzo di noi stessi che cediamo in cambio di qualcosa, che molto spesso chiamiamo serenità. Ed eccola qua, la giocata della mia vita: due estranei dentro casa, i giganti fuori, e un mattone sullo stomaco. E’ così tutto meravigliosamente assurdo, e tutto così reale, che non posso trattenermi dal ridere. Non sarebbe fantastico se fosse un film?
– Si può mangiuare?
Domanda il Primo.
– Certo, bisogna ordinare al Comune. Ma siamo tre, e questo appartamento è registrato per due. Se ordino per tutti sospetteranno, e se chiedo un ampliamento vorranno sapere chi altro c’è con me. Io non saprò cosa rispondere.
Il Primo ci pensa un attimo.
– Va buono. Ordina per dua. Tu salterai la cenua.
Ecco un un’altra giocata della vita, il colpo di tacco, che infierisce e umilia l’avversario. E non importa se non ho nemmeno fame, non importa se avrei spontaneamente donato la mia razione, è il principio che conta: lei non poteva saperlo, voleva farmi un dispetto. Così mi alzo di scatto, il Primo sposta la testa indietro per precauzione, ma io lo supero e attraverso il salone, scanso il Secondo che mi guarda grattandosi e vado diritto alla finestra, spalancandola. Entra un vento che sa di aria e non di condizionatori, e odore di sudore e rumori di passi enormi che non mi arrivano più attuti. Mi raggiunge tutto insieme questo muoversi gigantesco che scuote il paesaggio, rimasto l’unica testimonianza di vita a Roma. Poi urlo, non lo so quello che dico, so solo che urlo.
Un gigante passa vicino alla finestra. La sua mano alta due piani ciondola leggera scossa dall’incedere, un pollice mi passa davanti, come una mannaia, a meno di due metri dal mio naso, e per lo spavento mi ritraggo sbattendo le ante della finestra. Non si è nemmeno accorto che esisto. Quando mi volto, il Primo e il Secondo stanno in piedi a una certa distanza da me. Mi guardano silenziosi. Sono veramente brutti.
– Scusate. Sono solo stanco. Non si dice sempre così?
Il Primo si avvicina lento, poi si porta una mano verso la bocca.
– Si può mangiuare?

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