La migrazione dei giganti – 7. Non lo sappiamo

di Roberto Albini

Sto pensando alla Spagna. Non lo so perché. Il Primo sta seduto davanti a me, mi osserva con quel suo faccione squadrato, il Secondo, minuto e quasi calvo, gira per casa toccando cose senza mai smettere di grattarsi la spalla, e io penso a una sera quando stavo in un pub, in Spagna. I cocktail a tre euro, fumo libero, poca gente. I giganti ancora non avevano preso a migrare attraverso i continenti, e gli anni senza la loro presenza, nella memoria collettiva, sono “i bei tempi quando non c’erano i giganti”, come a voler intendere che ci sono stati dei tempi migliori, anche se poi nessuno sa dire precisamente in cosa erano meglio di quelli attuali. E io, nei miei ricordi, ero sereno in quel pub mentre su uno schermo sul muro trasmettevano scene di tori liberi per le strade. La gente, a centinaia, tutti intorno a loro a cercare di attirarli e poi evitarli all’ultimo momento, per divertimento o a causa della solita noia, non si capiva bene. Per ogni sequenza c’era sempre la scena dell’incidente. Ragazzi che volavano in aria al rallentatore, presi a cornate da quelle bestie enormi. Ero sereno, in quel pub, in Spagna, in quell’anno quando ancora non migravano i giganti. Rimanevo sbigottito tutte le volte che un toro calpestava una milza, o incornava una coscia, e la gente continuava a dargli addosso. C’era una grande metafora in tutto ciò, ma l’alcool scorreva vigoroso tra i miei neuroni, e così mi è rimasta per sempre questa vaga sensazione di stare quasi per comprendere qualcosa di grandioso, senza però riuscire a coglierla del tutto. Ma non importa: ero sereno, a quei tempi, in quel pub dove trasmettevano tori per le strade e umani che volavano in aria, squarciati e contenti.
Il sangue intanto ha smesso di uscire. Credo sia stato solo lo spavento, e che alla fine sia solo un taglio non troppo profondo, non mi fa più nemmeno male la testa e posso ragionare meglio. La cosa che mi da più fastidio, più della situazione in se stessa, è non sapere perché mi ci trovo. E’ il dubbio dell’ignoranza che altera la nostra capacità di valutazione, e allora il problema diventa sempre più grande, o più piccolo, a seconda del carattere. Per questo bisognerebbe avere sempre il coraggio di chiederselo perché sta succedendo quello che ci succede.
– Cosa volete?
Il Primo cerca con lo sguardo il Secondo, ma lui è intento a ispezionare un cassetto dove tengo pile e vecchie lampadine. Allora si volta verso di me.
– Non lo suppiamo.
– Come non lo sapete? Siete ladri, no?
– No.
– No. Scappate da qualcosa allora.
– Sì.
– E da cosa?
– Non lo suppiamo.
Mentre gli rivolgo le domande osservo anche il suo modo di reagire, e sembra calmo, rilassato. Tutto fa pensare dica la verità.
– E perché siete entrati proprio in casa mia?
– Non lo…
– …Suppiamo. Ho capito.
Non è vero, non ho ci sto capendo niente, era meglio pensarli ladri: c’è un atteggiamento standard da mantenere perlomeno con loro, sai già come comportarti. Poi il mio cellulare emette un suono, mi è arrivato un messaggio. Il Secondo si volta verso di lui, puntandolo come una faina farebbe con una lepre. Lo prende con una mano, perché l’altra è impegnata a grattarsi la spalla, lo osserva un istante come vedesse un cellulare per la prima volta in vita sua, e lo consegna al Secondo, che senza prestargli la minima attenzione me lo porge.
– Ciao Manzo, sei sparito. Ti hanno rapito? (faccina che ride con lacrima, cuore pulsante)
E’ Roberto.
– Sì, maledetto idiota, sì. Fai qualcosa chiama qualcuno (faccetta arrabbiata di circostanza)
– I miei stasera vanno a trovare i vicini al piano di sopra e ho invitato a cena Laura. Te la ricordi Laura? (faccina con cuore, figurina di donnina in costume)
– Ascoltami cretino, leggi quello che ho scritto: mi hanno rapito cazzo a casa mia! (senza facce, per la fretta)
Il Secondo mi guarda. Dall’espressione non credo abbia compreso che sto chiedendo aiuto. Pare come stia pensando a qualcosa, chissà forse pure lui a un pub dove è stato sereno.
– Ti volevo solo dire che se stasera senti rumori strani provenienti dal soffitto non sono i giganti (serie di faccette che ridono lacrimando, cuore, naso di maiale).
Riconsegno il telefono al Primo, che lo da al Secondo, che se lo mette in bocca e prova a mangiarlo.

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