La migrazione dei giganti – 5. C’è sempre qualcuno che bussa alla porta a un certo punto nei racconti

di Roberto Albini

Domani poi è arrivato, ma si è portato via tutte le voglie, anche quella di richiamare Roberto. La mattina, mi sveglio con la bocca impastata, gli occhi gonfi come avessi ballato ubriaco sui tavoli fino alle sei del mattino. Giro per casa in pantofole, indossando una vecchia tuta da ginnastica, bianca a righe nere orizzontali, con il cappuccio ma senza il laccio per chiuderlo, scappato pure lui chissà dove a cercare felicità. Da quando se ne è andata, la casa sembra enorme, esagerata, e io cammino guardandomi intorno come l’osservassi per la prima volta. E’ un altro posto, ci sono nuovi odori, ed ovunque ci sono tracce della sua assenza: il cesto della biancheria sporca semivuoto, disabitato; il secchio dell’immondizia che si riempie lentamente con cicli che ricordano l’esiguità di una singola vita; sul lavandino della cucina una padella, una sola, ad asciugare vicino una forchetta, una sola.
Dovrei fare colazione, invece mi fumo una sigaretta e accendo la tele. C’è il telegiornale. Sembra che un gigante si sia scontrato accidentalmente con il gasometro in zona Marconi. E’ un evento rarissimo che uno di loro provochi qualche danno, mette ansia rendersi conto del loro potenziale pericolo. In verità uno non si rende mai veramente conto dell’entità di un pericolo, lo suppone in base all’esperienza sua personale, o quella raccontata da altri, ma è solo quando si riceve il danno che impariamo a misurarla con certezza. Un gigante che danneggia un edificio, o calpesta un autobus con gente a bordo, sono eventi che risvegliano le coscienze, che ci fanno capire quanto in realtà stiamo tutti costantemente in pericolo. Nel pericolo le persone si sentono più vive, e non ci siamo più abituati, impegnati come siamo a gestire la noia, tra queste quattro mura, e a sopportare l’incessante rimbombo dei passi dei giganti. Per questo sono notizie che colpiscono tanto. Un giornalista col microfono parla davanti a ciò che resta del gasometro, accasciato quasi completamente su se stesso. Spiega che non ci sono testimoni dell’evento, gli abitanti hanno sentito solo un gran botto, un rumore simile a quello di due auto che si scontrano, e quando si sono affacciati sono rimasti stupiti osservando le travi in acciaio della struttura piegati come fil di ferro. Mentre racconta, la regia manda in onda immagini di repertorio: una lunga sequenza di Roma vista dall’alto, mentre viene attraversata dai giganti. Sono così tanti che quasi non si scorgono i palazzi, e sono tragici, non spaventosi, con questi loro sguardi concentrati in qualcosa che non si comprende, i passi vittime di una fretta per noi umani ridicola, e questo incedere cortese ma agitato come persone all’uscita dalla metropolitana.
Poi qualcuno bussa alla porta.
Al principio lo nego, mi dico che forse è la televisione, il vicino al piano di sopra, aguzzo l’udito ma non si sente più nulla, quindi sì mi sono sbagliato, come è normale.
Qualcuno bussa di nuovo alla porta.
Questa volta ero attento, non posso negarlo, era inequivocabilmente il suono di qualcuno che bussa. Allora spengo la tv e mi alzo in piedi. Rimango per qualche istante con lo sguardo incollato alla porta di casa. Mi attraversano in ordine sparso un centinaio di pensieri tra i quali ho fame, non apro, apro, non può essere nessuno perché nessuno può uscire con i giganti in migrazione solo i droni circolano liberamente e i droni non bussano, allora non ci può essere altra spiegazione: è tornata, oppure ce ne sono altre ma io non le conosco quindi non posso calcolarne il pericolo, è tornata, forse è Roberto dove è il telefono forse mi ha telefonato per avvisare è non l’ho sentito, è tornata, lo sapevo è tornata, era solo un incubo ma è tornata.
Con un filo di voce annuncio che sto arrivando. Poi mi avvicino piano, emozionato. Più mi avvicino più mi chiedo se voglio veramente che lei torni. Faccio un passo, poi un altro, nel frattempo una parte di me mi ricorda che dall’altro lato probabilmente c’è la stronza che se ne è andata di punto in bianco senza nemmeno spiegarmi il perché. Sento montare una nuova sicurezza dove prima c’erano solo una maglietta e un paio di mutande sullo stendino. Quando poggio la mano sulla maniglia tentenno. Forse ho più bisogno della tua mancanza che di te. Apro.
Ma non è lei.

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