La migrazione dei giganti – 4. Domani

di Roberto Albini

E’ già sera. Quando arriva il buio i giganti si fermano, come lo temessero, e tutti insieme nello stesso momento si addormentano. Restano in piedi, con la testa reclinata all’indietro, le immense braccia ciondolanti lungo i fianchi. Quando mi affaccio per dare un’occhiata, Roma sembra essere diventata una foresta sconfinata di palazzi e torri di carne che penzolano lievemente mosse dalla brezza. I lampioni allora diventano fuochi fatui che scolpiscono curve spettrali sui profili dei giganti; nell’aria non si odono più i tamburi dei loro passi, ma un concerto di respiri profondi, come coro costante di venti che spirano da luoghi angusti. Nessuno può prevedere quanto durerà il loro sonno, per questo è ancora più pericoloso, di notte, avventurarsi per le strade. A volte rimangono in questa posizione immobile per ore, fino al mattino, altre volte si svegliano dopo un’ora o poco più, perché basta se ne riprenda uno affinché tutti gli altri, all’unisono, spalanchino gli occhi ricominciando a camminare improvvisamente. Se i giganti, durante il loro sonno sognino, non ci è dato di saperlo. Visti da fuori appaiono inerti. Sono sicuro che se potessi toccarli, scoprirei che sono freddi, come la plastica o il vetro.
Chiudo la finestra, e tiro la tenda. Ora il rumore del loro respirare mi arriva tenue, lontano, quasi mi rassicura come una ninna nanna, e in questo breve regredire mi prende voglia di umanità. Mi rendo conto per la prima volta che sono giorni che non parlo. Fino a questo momento non l’avevo focalizzato. L’isolamento l’ho vissuto come un fatto naturale, il tempo è passato senza che io avessi la minima necessità di entrare in contatto con un essere umano. C’è questa cosa che ti prende quando ti abbandonano, che ti fa apparire tutti gli altri inutili, un accontentarsi del poco in assenza del meglio, che ammazza qualsiasi estro di socializzazione. Adesso però, avverto il sentore di una reazione malsana della mia coscienza nel procrastinare questo eremitaggio, non saprei dire con precisione cosa, né se questa sensazione non è altro che un espediente della mia mente per ricordarmi il mio dovere atavico di animale sociale. Ma ho questo stimolo, diciamo questa spinta a rompere l’isolamento per scampare a un pericolo per la salute. Cerco il mio cellulare per dieci minuti. Non ricordavo nemmeno più di possederlo. Poi localizzo sulla mia rubrica striminzita il numero di Roberto.
Io e Roberto ci siamo conosciuti in un forum di Go Nagai. C’era un tizio che affermava di aver mangiato con lui gli arrosticini un inverno a Tagliacozzo, in Abruzzo. Allora io e Roberto ci siamo alleati, naturalmente, per smerdare questo tipo, e alla fine della discussione ci siamo scambiati il numero. Da allora Roberto è il mio migliore amico. Ci vediamo poco è vero, anzi quasi mai, però ci scriviamo tutti i giorni, o meglio ci scrivevamo. Non mi ha cercato mai in questi tredici giorni, ma è pure vero che nemmeno io gli ho scritto, quindi stiamo pari. Credo.
– Ciao bello (faccetta che ride, attesa breve).
– Ciao manzo. Che fai? (faccetta che ride e cuore).
– Niente, stavo vedendo i giganti. Come stai? (faccetta che ride e luna).
– Una bomba. Ieri mi sono fatto portare l’Amica (sole, scimmia che ride, fuochi d’artificio, faccetta con occhi a spirale).
– T’ha preso bene? (mi scordo di mettere faccette).
– Hey, che t’è preso? Come mai così serio? (faccetta perplessa con lingua di fuori).
– No è che qui è successo un casino (faccetta con la bocca a “o”).
– Sì pure qui non puoi capire, i miei litigano sempre, appena finisce la migrazione giuro me ne vado. Hai visto alla tele “I giganti contro Thor”? (faccetta che ride tanto, Superman che vola, naso di porco).
– No guarda è un periodo che non sono molto in vena. Infatti te lo volevo dire (faccetta triste).
– Guarda comunque devi assolutamente provare l’Amica, cioè non puoi capire (faccetta con occhi a spirale e faccetta che ride sudando).
– Ma sai non lo so se ho l’umore giusto, perché è successa questa cosa insomma (non metto volontariamente la faccetta).
– A un certo punto m’è apparsa tutta una foresta, aò c’erano pure le scimmie (serie di faccetta che ridono sguaiatamente).
– Lo sai sono tredici giorni che non parlo con nessuno? Forse non è normale (faccetta perplessa)
– Comunque non è solo quello, cioè le visioni, è anche lo stato d’animo (tre scimmiette non sento non vedo non parlo e foto allegata di Mazinga che distrugge un’astronave).
– Senti ti volevo dire perché non passi da me parliamo un po’ stiamo un po’ insieme (faccetta che ride e cuore).
– Ma che sei scemo? Con i giganti? Lo sai che non si può (faccetta spaventata con capelli dritti e piede).
– Ma abiti al piano di sopra… (faccetta arrabbiata ma non rossa).
– Vabbè ma non si sa mai perché devo rischiare? (faccetta perplessa).
– Perché ho bisogno di qualcuno, credo (ometto volontariamente la faccetta).
– Non lo so bello. Facciamo che ci sentiamo domani. He? Domani dai. Ciao (faccetta che ride e cuore).
– Ok. Ciao (cuore).

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