La migrazione dei giganti – 3. Solo la droga non ti abbandona mai

di Roberto Albini

Il display attaccato alla parete segna il numero tredici. Sono passati tredici giorni dall’arrivo dei giganti, e dieci dalla partenza della mia ragazza. Non ho fatto grandi progressi dal giorno in cui mi sono lavato le mani, dopo aver attraversato il corridoio. Sono avvolto da un umore asettico, stabile ma impermeabile. Non ho cercato nessuna delle persone che conosco, né loro hanno cercato me. Una delle prime cose che si capisce chiaramente quando si viene abbandonati, è che si è soli, profondamente soli, e che l’alternativa al panico è solo l’accettazione di questo stato. Quando la solitudine smette di far paura, termina anche la spasmodica ricerca dell’esterno; tutto gira intorno a me stesso come pianeti intorno a un sole, e non si avvicinano mai troppo entrando il collisione, né si allontanano abbastanza da finire fuori orbita. Tra gli anni luce che mi separano da questi mondi, si perde, nel tentativo di raggiungerli, tutta la voglia di comunicare i miei stati d’animo. E a forza di non raccontarsi si finisce per non esistere neanche per se stessi.
Vivo asserragliato sul mio divano, eletto a fortezza inespugnabile. Non ho altra scelta, anche se non sceglierei altro: fuori i giganti proseguono il loro cammino sconosciuto, ne avranno ancora per molto, e nessuno può uscire quando ci sono i giganti, è l’ordine del Comune. Il Comune pensa a tutto. Tramite droni ci porta da mangiare, tre volte al giorno, e qualsiasi altra cosa abbiamo bisogno, anche medicine, seguendo le ordinazioni che possiamo fare sul suo portale internet. Per i più emotivi, quelli che non ce la fanno a stare al chiuso troppo tempo, mette a disposizione una droga legale, comunemente chiamata l’Amica, che si può reperire facilmente senza limiti semplicemente telefonando. Ma soprattutto il Comune ci mette a disposizione, ventiquattro ore su ventiquattro, fantastiche programmazioni televisive. Abbiamo accesso gratuito a tutta la filmografia mondiale, a tutte le serie dell’universo, a qualsiasi documentario e a una serie infinita di trasmissioni di ogni genere. Adesso per esempio, sta andando in onda uno dei tanti salotti di approfondimento, e come sempre il tema sono i giganti. Nessuno si interessa più a nient’altro da quando ci sono loro. Non ci sono più discussioni politiche, né dibattiti sull’economia, perché, di fatto, non c’è più nemmeno un’economia. Ci sono solo loro, i giganti, e le loro regole mute che da sole hanno di colpo cambiato le priorità del genere umano.
Un prete dice che i giganti li ha mandati dio, ma poi non sa spiegare il perché. Allora un tizio lo incalza, con irruenza urla che basta con queste superstizioni, che non c’è nessun dio ma solo la natura, che è soltanto colpa dell’uomo se la natura genera queste aberrazioni. Ma il prete lo interrompe. Cita un passo di non so quale libro scritto due giorni dopo che l’homo sapiens aveva scoperto il fuoco. Dice che è quella la prova dell’origine divina dei giganti. Il presentatore allora zittisce tutti e annuncia una telefonata da parte di un telespettatore. E’ un certo Paolo, da Reggio Emilia. Chiede perché non si costruiscono dei tunnel sotterranei così che le persone possano uscire da casa durante la migrazione. Gli risponde un uomo in giacca e cravatta, mostrando dei fogli e affermando che nel suo programma elettorale c’era scritto chiaramente, al punto ventisette, la sua intenzione di scavare delle gallerie sotto le città, dove avrebbero potuto starci anche attività commerciali e parchi artificiali. Il tizio agitato di prima si alza in piedi, gli dà del bugiardo, gli dice che non si può costruire più nulla, perché nessuno lavora più e quindi non ci sono soldi, né risorse, né niente di niente, e che le cose dureranno finché lo vorrà il tempo, e poi spariremo lentamente, così come è successo a centinaia di civiltà prima di noi. Ne segue una bagarre nella quale non si capisce più nulla. Tutti urlano, il prete si sbraccia, il politico punta il dito, il tizio sbraita e il presentatore manda la pubblicità.
C’è un ragazzo triste, che piange seduto sul divano mentre guarda la tv. L’inquadratura stringe su una lacrima seguendone la discesa fino alle labbra del giovane. Poi lui osserva un punto lontano fuori della scena, sconsolato, sospira, e si porta alla bocca una boccetta, sembra acqua minerale ma è l’Amica. Il ragazzo beve e poi sorride alla telecamera asciugandosi con enfasi la faccia. La voce fuori campo dice: “Solo l’Amica non ti abbandona mai”.

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