La migrazione dei giganti – 2. Più che il cuore lo stomaco

di Roberto Albini

La prima cosa che ho avvertito quando mi sono riavuto, è stata la sensazione delle mani unte e la conseguente impellenza di lavarle. L’ho preso come un segnale positivo. Il fatto che tornassi ad avere sensazioni era da considerarsi un buon sintomo, soprattutto dopo essere stato in coma statico per tre giorni. Mi scappa anche la pipì.
Il bagno nella mia casa sta in fondo al corridoio, sulle pareti del corridoio ci sono appese un numero indefinito di foto: noi al mare, noi al parco, noi nella nostra prima macchina, noi ai compleanni, miei e suoi, dei suoi cugini, dei miei parenti, dei nostri conoscenti, i natali, feste di capodanno, noi abbracciati ai nostri migliori amici in un pub, noi con dietro i giganti, le nostre vacanze, noi che teniamo in braccio i figli di qualcuno, noi in un posto indefinito facendo qualcosa di indefinito in una circostanza che chissà perché abbiamo voluto ricordare. Un cimitero a cielo aperto. Percorrere quel breve tratto di mattonelle grigio perla, vuol dire ripercorrere a ritroso tutta la mia relazione con lei, e ogni ricordo un ago, ogni ago una fitta che non so perché si dice “al cuore”, visto che in verità ti prende allo stomaco. Forse è questo l’equivoco, l’aver identificato tutti i nostri migliori sentimenti verso una persona con un organo vitale, nobile. Ci innamoriamo con lo stomaco, e quando soffriamo la prima cosa che si blocca è lui. Passa la fame, non ci prende un infarto.
Nel primo metro di strada le fotografie appese al muro ci ritraggono ancora giovani, lei con i capelli cotonati, io a spazzola, indossando piumini sgargianti e pantaloni alla caviglia. Lei che mi baciava, io che la stringevo sollevandola; noi due in una spiaggia attorno al falò, birre in mano, sguardi vacui; la nostra prima vacanza in Umbria, a casa dei suoi nonni. Lei mimava un bacio mentre si sporge dal finestrino. E poi stanze piene di gente, dove noi due stavamo sempre attaccati, anche quando parlavamo con altre persone.
Verso il terzo metro, le foto sono di un quattro o cinque anni più tardi. C’è lei che sventolava le chiavi di casa; io che la porto in braccio dentro; lei che stappa una bottiglia. Poi una in cui lei è sdraiata sul divano, la gonna stropicciata a metà cosce, lo sguardo un po’ assente ma sereno, di chi ha appena fatto sesso.
Al quarto metro comincia la nostra fase adulta. Nelle immagini perdiamo la nostra centralità di soggetti. C’è sempre qualcuno in mezzo a noi. Amici, parenti, gente di cui nemmeno ricordo più il nome. Nelle foto di cene sediamo separati, e non c’è nemmeno uno scatto nel quale sembriamo rilassati. I sorrisi diventano pose, non vera gioia.
Nell’ultimo mezzo metro di corridoio, ci sono appese poche fotografie, in cui non stiamo mai insieme nello stesso fotogramma. Sono principalmente primi piani, miei o suoi. In una, in particolare, lei fissa il vetro della finestra, dietro si scorgono le ombre dei giganti, come quando mi ha abbondato. Li guardava passare senza accennare nessuna espressione, con quell’atteggiamento assonnato di chi sta pesando a qualcosa di estraneo al contesto che sta vivendo.
E poi, finalmente, la porta del bagno.
Sono entrato chiudendo a chiave, come ci fosse qualcuno in casa. Mentre mi sciacquo, ripenso a cosa amavo di lei, qual era la cosa di cui mi ha privato e la cui assenza mi brucia tanto. L’acqua calda sulle mani mi fa venire voglia di chiudere gli occhi, e per qualche istante lo faccio, viaggiando indietro nel tempo a ripescare i momenti con lei in cui mi sono sentito meglio. Ma sono solo brevi frammenti nei quali si mischiano orgasmi, confusione, pezzi di parole alle quali probabilmente la memoria ha aggiunto di suo una certa rilevanza, dato che non riesco a descrivere con una frase netta per quale motivo mi manca tanto. Continuo questa ricerca anche mentre alzo la tavoletta della tazza. Nel laghetto dello scarico si agitano piccole onde concentriche dovute alle vibrazioni dei passi di giganti. In quello specchio d’acqua rivedo di nuovo il suo volto, con l’espressione che aveva in quella foto dove guardava fuori la finestra e sembrava non esserci. Forse già se n’era andata, e io non me ne sono accorto, distratto a mia volta da chissà cosa.
Il rivolo di pipì infrange quella visione facendomi tornare l’attenzione sul presente.
Ma è durata poco, e anche un po’ per tutto quel dolore, l’ho fatta fuori.

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