La migrazione dei giganti – 1. Quando hai fame mangia, quando hai sonno dormi, quando vuoi andare vai

di Roberto Albini

Quando i giorni diventano lunghe sere, e le foglie cadono dagli alberi ingiallendo le strade, vuol dire che è già arrivata la stagione dei giganti. Tutti gli anni, di questi tempi, migrano in massa diretti in nessun posto, attraversando interi continenti, passando muti dentro città disabitate, che non li accolgono né li respingono. Camminano senza toccare nulla, senza creare danni, stando attenti a non fare confusione, in folle che oscurano il cielo senza produrre alcun suono. Solo il tonfo dei loro passi riecheggia cupo tra le pareti di casa, dove rimaniamo noi umani, asserragliati per paura e pigrizia.
Questo è il primo anno che passo solo la migrazione. La mia ragazza, cioè la donna che viveva con me, se ne è andata tre giorni dopo l’arrivo dei giganti. Un pomeriggio stavamo guardando fuori la finestra, come è normale di questo periodo. Era un giorno di nuvole lisce e bianche e i giganti passavano lenti sfiorandole, con lo sguardo fisso verso quel posto che conoscono solo loro. C’era complicità nel saper interpretare quello spettacolo e goderne insieme nello stesso modo, ne sono sicuro: fino a quel momento eravamo ottimi amanti. L’abbracciai, ma lei rimase immobile, e rivolta al vetro sussurrò “me ne vado”. In quel momento passava un gigante bambino, alto appena sette piani. A me sembrò voltarsi per un attimo nella nostra direzione, ma è più probabile sia stata solo un’impressione, il trucco della mente per farmi distrarre.
– Perché?
– Non lo so, ma il semplice fatto che l’abbia pensato, vuol dire che devo farlo.
– Perché?
– Quando hai fame, mangi; quando hai sonno, dormi. Quando vuoi andare, vai.
– Cioè tutto qui?
– La tua pancia. La tua pancia è orrenda.
– Mi stai lasciando perché ho la pancia?
– Anche. E soprattutto perché russi.
– Ma non ci possiamo mettere d’accordo? Posso dimagrire, mettermi qualcosa sul naso quando dormo… I cerotti. Mi compro i cerotti.
– Ah ah ah ah!
– E il discorso sul mangiare, dormire, andare?
– Quando hai fame, mangi; quando hai sonno, dormi. Quando vuoi andare, vai.
– Sì lo so, volevo dire… Insomma te ne vai per sempre?
– Certo, altrimenti avrei detto “scendo a prendere una cosa”.
Ecco, più ho meno furono queste le ultime parole che ci siamo detti. Subito dopo è uscita, non ha portato nulla con sé, non si è neanche voltata. Io ho aspettato chiudesse la porta, poi sono andato in cucina e mi sono preparto un panino. Le pareti rimbombavano dei passi dei giganti. Dentro il frigorifero c’era una scatola di tonno già aperta, e due zucchine prossime alla decomposizione. Ho tagliato le zucchine senza scansare la muffa, poi le ho mischiate al tonno e ho spalmato quella poltiglia su due fette di pancarré, secco come un foglio di carta ruvida.
Avvicinandomi alla finestra, masticando mi cadevano al suolo pezzi di cibo e l’olio mi colava sulle mani. Fuori i giganti, impassibili, continuavano la loro marcia ignari del dramma che si era appena consumato. Il dolore, così intenso, che stavo provando in quel momento, non arrivava nemmeno a lambire la loro fantasia, e mi rattristai ancora di più. C’era come un vuoto d’interesse tra me e tutto l’universo, una zona senza gravità dove galleggiano le persone abbandonate, fatta di solitudine remota, densa, tangibile.
Passai tutta la notte davanti a quella finestra, in piedi, con le mani unte, i giganti dall’altra parte del mio riflesso, con il loro incessante muoversi verso chissà dove. Anche la mattina passò senza che io avessi ancora deciso cosa fare, dove andare, come comportarmi. Avevo paura che se mi fossi voltato avrei dovuto iniziare a vivere, accettandone tutte le conseguenze. Così rimasi fermo, e feci trascorrere un’altra nottata, e poi il giorno dopo, e quello ancora, fino a quando crollai sfinito.
E’ iniziata così, quest’anno, la stagione dei giganti.
Con uno svenimento.

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