E’ già venerdì

di Roberto Albini

Fuori fa freddo. Non mi sono portato nemmeno la giacca, pensando che avrei resistito nel breve tempo di una sigaretta. Allora mi raggomitolo su me stesso, mi stringo la pancia con un braccio mentre all’altro do il compito di portarmi la sigaretta alla bocca. Muovo i piedi a ritmo di una marcia immaginaria, e mi guardo intorno per distrarmi. Forse se non ci penso, sto meglio. Guardo il cielo, senza stelle, senza luna. Sembra solo una coperta nera che vuole tappare la città. Mi arriva attutita la musica da dietro la porta, si squaglia nel tentativo di attraversarla, e si fonde insieme al mio umore che ha preso a piegarsi come suo solito, di fronte alla tristezza dei paesaggi che abita. Mi domando cosa ci faccio qui, mentre il fumo della sigaretta sale sparendo nelle ombre di questa notte. La risposta non la pronuncio, perché avverto che se solo l’accennassi scoppierei a piangere. Senza nemmeno saperne il motivo. Spinto solo da questa malinconia latente, che piace tanto ai poeti e poco ai Dj.
Poi il cielo si illumina. Ma non di stelle, è solo un trucco di polveri da sparo e sostanze colorate. Da dietro la porta la gente urla imponendosi felicità, che appena cola nei bicchieri diviene confusione. Si abbracciano tra loro per tradizione, una volta l’anno, affidando tutta la capacità di dimostrare affetto ad un augurio recitato con la cantilena di una preghiera. Mi sento come il granello di sabbia nera su una spiaggia bianca.
E’ già venerdì, penso. E torno a casa.

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