Cuore di pesce*

di Roberto Albini

Oggi è un numero primo, oggi ho deciso che mi manchi moltissimo. Anche ieri mi sei mancato, era un giorno pari e avevo deciso che mi saresti mancato, ma un po’ meno di oggi. Domani? Domani forse mi mancherai, ma non so ancora perché e, soprattutto, quanto. Circoscrivo il mio pensarti a pochi istanti rubati a mia insaputa, nell’illusione che la tua assenza valga così poco da meritare solo un fuggevole attimo, ma è una misera recita di una pessima attrice. Ti penso di soppiatto, inconsapevolmente, mentre guido veloce su strade imparate a memoria, mentre canto una canzone accoccolata per terra, mentre respiro un’aria diversa dalle mie abitudini. La disfatta della tua assenza mi ha tolto il piacere del cibo, l’odore del pane, l’aroma di un sorso di vino sul palato. Solo il miele, con la sua stucchevole dolcezza, ha impastoiato le parole più amare ed ora la mia lingua riscopre, guardinga, sapori da tempo dimenticati.

Oggi, mentre mettevo in ordine, ho trovato per caso quel disco, quello che avevi comprato in quel mercatino, in uno di quegli anni tutti uguali che scorrevano quando stavamo insieme. Allora mi sono ricordato della tua presenza nella mia vita. Faceva freddo quel pomeriggio di quel sabato di novembre, e tutta la gente portava cappelli stretti in testa e sciarpe che coprivano i volti, anche io, che stavo lì ad aspettarti mentre tu sceglievi il disco. Il proprietario era un vecchio grassone, immobile su una sedia, che passava il tempo scrutando possibili ladri. Poi all’improvviso afferrasti il disco che adesso tengo tra le mani, ti girasti verso di me mostrandomelo. Ma io, io la tua faccia non me la ricordo.

La notte è un luogo troppo pericoloso per rischiare di pensare a te, avrei troppa paura di perdermi nell’immaginazione, di invischiarmi in sogni senza realtà che li contornino, senza confini che li contengano. Di notte accendo candele, dormo nella penombra, la testa affondata nelle coperte, le braccia ad abbracciare il tronco, per tenere lontano il freddo, insieme a ciò che non va pensato nè tantomeno desiderato. Il pensiero di te scorre come olio sulla ruggine di una serratura, ma è una porta che non potrò riaprire, allora stringo i pugni e ti faccio sparire, anche se ti sei solo nascosto un po’ meglio, un po’ più a fondo, e ti sento frugare e rovistare dove non dovresti essere.

Ieri notte quasi non ho dormito. La scena del mercato mi ha ossessionato. Ho ripetuto all’infinito il film di quello che ricordo di quel giorno, riavvolgendolo mille volte. Ci sta il cielo azzurro di quel colore che hanno solo i giorni ventosi d’inverno; ci stanno le persone, tutte imbacuccate, che si stringono tra le spalle, mentre lanciano occhiate ai banchi; ci sta il negoziante di dischi, che si guarda intorno apparentemente esanime; poi ci sei tu. Indossavi un cappotto chiaro e non portavi sciarpa, né cappello. I capelli leggermente mossi che lambivano il bavero, la tua nuca che quasi spariva dietro la stoffa pesante. Ad un tratto fai un piccolo balzo, alzi il disco in aria, ti giri. Ma i ricordi terminano un attimo prima tu finisca di voltarti. Ed è questo tutto quello che ora ho io di te.

Ho cercato di colmare il vuoto della tua assenza stravolgendo il pensiero di te. Come un prestigiatore l’ho ridotto in piccoli frammenti, plissettato in pieghe minutissime, ne ho fatto origami, compresso nella materia degenere di una nana bianca. Ho cullato quella stella, degenere quanto io ora mi sento, nel cavo delle mani e l’ho deposta nel vuoto della tua assenza, come un pulcino dormiente nel nido. Ho sperato che il calore dell’estate la prosciugasse, che le foglie d’autunno la coprissero, ma è ancora lì, come un arto fantasma che non permette di dimenticare la sua assenza.

Poi ho posato il disco. L’ho riposto nel mobile del salone dove stava, sotto una pila di vecchi fumetti e qualche cianfrusaglia. Ho chiuso l’anta, e sono rimasto un altro po’ fermo lì davanti, in attesa di un’ultima ispirazione. C’è il cielo, c’è la gente, c’è il venditore. Ma non ci sei tu. Così sono andato in cucina, era quasi l’ora di pranzo, e ho iniziato a tagliare le zucchine per bollirle. Cercavo di fare pezzetti grandi tutti allo stesso modo, perché da qualche parte ho sentito dire che è l’unico modo per garantire una cottura omogena. Il tizio che lo spiegava, nel video, anche lui stava affettando zucchine, ma in una maniera come stesse compiendo un’opera d’arte. Parlava e intanto divideva quegli ortaggi in cubetti perfettamente identici. Ricordo la sua mano sull’impugnatura del coltello; il movimento che faceva con le spalle mentre tagliava; la sua divisa nera con le cuciture grigie. Ma non ricordo il suo volto.

Oggi le montagne erano bianche della prima neve, uno spettacolo così puro e cristallino che mi ha reso insopportabile non gioirne con semplicità. Ora attendo che la neve, cadendo copiosa dentro il vuoto, riesca là dove ha fallito il sole, là dove non sono state capaci le foglie. La neve non ha memoria né crudeltà, la neve coglie di sorpresa, in candido silenzio, per questo desidero con ogni mia fibra che copra la nana bianca e si tramuti in ghiaccio, cristallizzando ciò che non va pensato né tantomeno desiderato, come la morte silenziosa che una goccia di resina dona ad insetti imprudenti. A primavera andrò a guardare se là, dove ora è vuoto, sarà diventato pieno, se la nana sarà rinata in un fiore, che buchi la neve di semplice bellezza incontaminata.

Ho pensato, che io di come si ama, mi intendo più o meno di come si tagliano le zucchine. La teoria è facile, specialmente se studi un tutorial girato da un professionista come ho fatto io. Ma poi ti rendi conto che è soprattutto una questione di sensibilità, di proprietà, di concentrazione e tanto, tanto allenamento. Così molto spesso mi escono pezzi di zucchina tagliati in modo imperfetto. Alcuni più grandi e regolari, altri più piccoli, altri ancora sottili come ostie, e saranno loro a bruciare per primi quando finiranno in padella. Forse tu sei stata una di loro, un ordinario prodotto della natura finito nelle mani del cuoco sbagliato. O forse sono io a non essere portato per la cucina. Troppo pigro o incapace. E non mi spaventa, in fondo, finire a prepararmi solo minestre.

*Scritto a quattro mani con La mela sbacata.

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