Quella lieve voglia di sparire #9 – Il raggio viola

di Roberto Albini

Boregher tacque di colpo e, come quando si spegne all’improvviso uno stereo a tutto volume, il silenzio successivo parve ancora più profondo. Risuonò nei miei pensieri come il tonfo di una pietra pesante sbattuta al suolo e solo in quel momento smisi di pensare ai super poteri. Osservai di nuovo la macchia sul tetto che adesso sembrava una faccia, il volto sghignazzante di una persona grassa. Boregher prese a fischiettare, poi lo sentii armeggiare con qualcosa di metallico, posate supposi.
A quel punto non potevo più andare da nessuna parte. Non intendo fisicamente, ma nemmeno con l’immaginazione che pure lei si era accorta di non poter suggerire più ipotesi di salvezza. C’è sempre, nella vita di una persona, un momento in cui la fantasia si arrende, e allora la realtà ci appare struccata, vecchia, sdrucita, e miseramente semplice. Semplice come trovarsi in una stanza, senza via di fuga, con un pazzo che sta per ucciderti. Non c’è uscita, molto spesso, anche se si vorrebbe, non c’è.
Boregher fece passare la lama di un coltello sopra il mio viso, affinché io la potessi vedere. Non disse un parola.
C’è chi racconta che prima di morire si rivede tutta la propria vita, come in un film. Ma a me venne in mente altro. Quell’elefante sulla Tiburtina, quando io e Paolo siamo andati a parlare a Greta a casa de U Gurilla. Un particolare insignificante nella sua stranezza, un dettaglio irrilevante della mia vita. Però io rividi quella scena nella quale una fila di uomini scortavano un elefante imbizzarrito. Mi sforzai di pensare alla mia infanzia, agli amori che ho avuto, alla mia famiglia, ma tutto appariva sfuocato dietro la silhouette dell’elefante, coperto dai suoi gesti disperati. In lontananza, anche se in realtà non c’è mai stata, suonava la marcetta di un circo. Boregher con il coltello strappò la maglietta seguendo una linea retta dal collo verso la pancia, poi passò la punta dell’arma facendo il percorso all’inverso. La lama doveva essere gelida, ma io non sentii nulla, a mala pena il suo contatto sulla mia pelle. Ero già entrato nella fase di negazione. Proprio perché non abituati alla realtà, quando la si incontra al principio non le crediamo. Ci vuole un po’, prima che salga la consapevolezza di essere lì ed ora, e che stia succedendo quel che succede. Se in qualche modo la mia mente si stava rendendo conto, il mio corpo resisteva adoperando tutti i suoi sensi per ignorare l’esistenza di quel coltello.
Boregher affondò il primo colpo appena sopra l’ombelico, lentamente. Bloccato com’ero non potevo vedere il coltello, ma lo immaginai penetrare tranciando prima la pelle, poi il grasso, per poi giungere ai muscoli, trapassarli, ed arrivare a qualcosa di più caldo e grande, che iniziò a sanguinare. Iniziai a sentire dolore, quando il calore dei rivoli di sangue raggiunsero le reni, allora anche il mio corpo si convinse dell’idea che stava morendo. Se mi chiedessero cosa è la morte, risponderei che è una resa. Chiusi gli occhi sperando durasse tutto il minimo indispensabile.

Avverto una vibrazione. Al principio credevo fosse Boregher che urta il tavolo durante la sua operazione, ma è qualcosa di più ampio anche se tenue. Presto la vibrazione diviene più forte, tanto che sembra stia passando un treno a pochi metri dalla stanza. All’improvviso un suono, grave fisso, e le persiane che si spalancano violentemente mentre la stanza è invasa da una luce viola, accecante. Boregher bestemmia, sento il coltello cadergli dalle mani ribalzando alla rinfusa sul pavimento diverse volte. Non posso vedere e non capisco cosa succede, c’è solo viola intorno a me e questo rumore silenzioso che mi ricorda la nenia dei motori nelle navi. Boregher inizia ad urlare. Sento che sbatte contro i mobili nella stanza, fa cadere qualcosa di pesante mentre si lamenta e si agita. Io resto immobile arreso ormai all’imponderabilità della morte, e della vita. La luce viola si fa più intensa, sono costretto a serrare gli occhi che quasi mi fanno più male della ferita. E subito dopo si spegne tutto.
Torna la penombra della sera. L’unica illuminazione sono di nuovo i fari delle auto che passano fuori la finestra. Boregher è immobile, muto, da qualche parte dove non lo posso vedere. Sento la porta di casa aprirsi, e passi lenti che si avvicinano. Non ho più forze, nemmeno per pormi domande. Una mano mi tocca una spalla, e fa passare davanti al mio sguardo qualcosa di metallico, un cilindro, ma non capisco cosa sia, sicuramente non è un coltello.
E poi sbuca la faccia di Paolo, mi sorride a bocca aperta.
“Dì la verità: non ci credevi è?”.

FINE

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